Emanuela Orlandi e De Pedis, sui giornali macabro gioco di ossa

Pubblicato il 15 Maggio 2012 10:27 | Ultimo aggiornamento: 16 Maggio 2012 10:22

“Lunedì nero in borsa, vola lo spread” (Repubblica), è la Grecia (Messaggero), che “fa paura” (Mattino) anzi è colpa di “Grecia e derivati” (Sole 24 Ore), e di “Grecia e Merkel” (Secolo XIX) e ormai la Grecia è “quasi fuori dell’euro” e “Monti non sorride più” (Fatto Quotidiano), anzi “non si salva” e il Governo è “in confusione” (Giornale), mentre è in atto un “agguato fiscale” (Libero). Il polverone di questo bollettino di guerra confonde i problemi: Angela Merkel ha perso alle elezioni regionali nel suo Nord Ovest (Manifesto: “Chi di spread ferisce…) e questo spiega le Borse in calo ma non lo spread, perché se la Germania fosse diventata come l’Italia lo spread si dovrebbe ridurre, non ampliare. Però tutti aiuta a confondere le acque e ignorare i nostri problemi, a partire dal fatto, limitato dalla necessità delle scelte di spazio, ai sottotitoli: “Moody’s declassa 26 banche” italiane (Stampa) e taglia loro il rating.

C’è stata anche l’uscita della Corte dei Conti sui dipendenti pubblici. Delude un po’ vedere che un organo così importante come la Corte dei Conti si adegui al giochetto di alimentare il frullatore delle notizie per avere titoli sui giornali: in Banca d’Italia, dove un tempo parlava solo una volta al’anno il Governatore, sono arrivati a dare pubblicità a singoli studi di ricercatori; per non parlare di Istat, che dà tempo fa politica con i suoi bollettini. La Corte dei Conti se la prende con i permessi sindacali dei dipendenti pubblici, che sono i effetti uno dei grandi problemi in Italia oggi. Il messaggio della Corte dei Conti è un po’ più articolato della sintesi dei titoli: è stupido tagliare in modo lineare, cioè dire via il 5 o il 10 o il 20 per cento, bisogna tagliare in modo mirato, che poi è la traduzione italiana di “spending review”, la quale però a sua volta sappiamo essere quasi impossibile, perché tutti sono disposti ad accettare un taglio indiscriminato imposto per decreto, nessuno accetta di perdere 10 se il vicino perde solo il 5. Il tema è ormai vecchio e ci si sono avvitati in tanti. Però ora la Corte scopre un dettaglio, i permessi sindacali e di aspettativa dei dipendenti pubblici che costano 151 milioni di euro. Una cifra enorme, è vero, la una briciola nell’immenso calderone del costo del personale pubblico. Subito questo diventa una “denuncia choc” (Messaggero)  che francamente è un po’ troppo. Il Corriere della Sera allarga un po’ l’orizzonte: “Troppi permessi e poca produttività”, il Giornale segue la sua linea: “Improduttivi, troppi permessi sindacali”.  Poveracci. Nessuno si chiede in quale sistema li fanno lavorare, dirigenti preoccupati solo di pararsi il dietro, competenze e norme che premiano chi non fa nulla, leggi talmente dettagliate che tra un po’ basterà un computer.

Sugli sprechi, Repubblica: “Welfare, nel mirino gli aiuti agli invalidi”.

Passa un po’ in sottordine anche una notizia di una certa importanza come il passaggio definitivo di Umberto Bossi all’ultimo piano della presidenza della Lega e la nomina di Maroni a segretario (Repubblica), potrebbe essere una svolta, un ritorno al futuro, anche se lo scandalo delle scorse settimane ha ferito l’onore e l’immagine ben oltre i valori in gioco.

il Corriere della Sera mette in prima pagina una ponderosa analisi di Pierluigi Battista che parte dal voto tedesco: “I partiti e l’arrembaggio dei pirati”. Bellissima la foto, una zattera su un fiume con un gruppetto di “piraten” nel loro inconsueto abbigliamento, tedesco quanto surreale. Un po’ contorto l’attacco, difficile la lettura.

Più divertente il Fatto: “Merkel – Kraft, derby per Berlino”, Angela contro Hannelore, dc contro ps, occhio a non sbagliare, la sinistra in Europa non è stata mai dominata dai comunisti e non lo è oggi dai cugini di Vendola.

Poi il ridicolo italiano. Tutti i giornali hanno in prima pagina la storia della tomba di Enrico “Renatino Dandy” De Pedis. La storia è in sé abbastanza semplice: De Pedis, immortalato come Dandy nel Romanzo criminale sulla ormai mitica banda della Magliana e prosciolto dal tribunale, fu ucciso con una rivoltellata in via del Pellegrino a Roma nel 1990. Fu sepolto nella cripta della basilica vaticana di Sant’Apollinare. Cosa inconsueta ma comprensibile, se si collegano questi fatti: De Pedis aveva conosciuto il parroco che era cappellano del carcere dove fu rinchiuso per un po’; aveva deciso di cambiar vita e per lavarsi l’anima andava a Messa la domenica e faceva generose offerte alla chiesa. Nulla di diverso dai tanti ricchi potenti e prepotenti che si sono lavati le mani con il denaro al tempio della loro religione. Ma i ricchi e potenti lo possono fare, i poveracci ricchi parvenues no. Saremo di sinistra come dice di essere Walter Veltroni, ma i poveri sono sporchi e puzzano. Dopo morto, la vedova lo volle seppellire nella chiesa, stravagante richiesta però accolta.

Vent’anni dopo, in circostanze che in un sistema diverso dal nostro avrebbero provocato una alzata di spalle, è partito un tormentone: la banda della Magliana è da collegare al rapimento e se non al rapimento alla scomparsa del corpo di Emanuela Orlandi, ragazzina di 16 anni scomparsa nel 1983 a Roma e mai più ritrovata.  Una delle tesi era che i resti di Emanuela fossero stati occultati nella tomba di De Pedis, anche se nessuna teoria ha provato a spiegare dove fossero rimasti per ben sette anni, dal 1983 al 1990, quei poveri resti. Ma nell’Italia degli appelli e dei manifesti, la realtà è un dettaglio.

Ci si è messo il fratello inconsolabile di Emanuela, Pietro, ci si è messo soprattutto Veltroni e alla fine la Procura della Repubblica di Roma, con tutti i problemi di piccola e fastidiosa criminalità e di grande illegalità che affliggono la capitale, ha disposto l’ispezione alla sepoltura di De Pedis dove, come era facile prevedere, giaceva, perfettamente conservato per la mancanza di aria, il cadavere, in abito blu, dello stesso De Pedis.

Subito l’ex compagno Veltroni, unendo uno spirito assai poco cristiano a un atteggiamento da Alabama di destra estrema, ha rincarato: ora De Pedis deve essere sbattuto fuori dalla chiesa, deve andare nella terra, meglio, forse, in una fossa comune.

Ma la cosa più sorprendente sono i titoli dei giornali. Nella cripta c’erano anche, e lo si sapeva da sempre, i resti di centinaia di altri morti, lì da secoli, prima di Napoleone (chi ricorda Ugo Foscolo e i suoi Sepolcri?). Questa “scoperta” ha però alimentato un nuovo tormentone: e se i resti di Emanuela fosserò là mescolati?

Dopo questa sbrodolata quanto dovuta introduzione ecco i titoli. Repubblica: “La salma del boss della Magliana era nella basilica di S.Apollinare” (in realtà la notizia non è che c’era, ma che era solo, ma la sintesi…) però “trovate altre ossa vicino alla basa di De Pedis”. Corriere della Sera: “Caso Orlandi, trovati i resti di De Pedis con altre ossa”. Stampa: “Caso Orlandi, la nuova inchiesta. De Perdis, è del boss il corpo riesumato. Nella tomba trovate ossa di altri cadaveri”. Capito cosa è la disinformazja. Messaggero: “Trovati i resti di De Pedis, altre ossa intorno alla bara”. Cronaca. Il Fatto, delude un po’, ma la sintesi è sintesi: “Renatino a Sant’Apollinare. Di chi sono le altre ossa nella cripta?” si chiede.

Però il Fatto va oltre. Rita Di Giovacchino e Malcom Pagani hanno intervistato a Jesi, dove ora vive, Antonio Mancini, “pentito” della banda della Magliana: “De Pedis? Oggi sarebbe in Parlamento” e sentenzia:”Dallo Ior a Mokblel, ecco perché la banda è viva”. Non è uno scoop a dire il vero. Lo stesso Mancini lo aveva detto alla Stampa il 24 luglio 2011: ma tutto fa.

Mancini non ha dubbi sulla propria memoria e afferma: De Pedis “2guidò la macchina che servì al sequestro della ragazza. Il rapimento fu deciso da mafiosi e testaccini” (cioè la componente della banda che occupava il territorio di Testaccio, quartiere popolare di Roma. Doveva essere un segnale al Vaticano per 200 milioni di dollari che “la banda aveva riciclato per lo Ior e che non aveva più rivisto dopo il crack del’Ambrosiano”.

 

Ma il tormentone continua e chi se non un po’ di registi (sorprendente contiguità con Veltroni) hanno aderito a un manifesto, lanciato da Renzo Rossellini, figlio di Roberto, che chiede: “Fuori la verità” e niente scherzi. Capite perché i nostri non vincono nemmeno in casa, a Venezia?

Fortuna che, pur con le sue ombre, lo sport ci tiene su. Oggi la Gazzetta dello Sport esalta Roberto Mancini “nuovo re d’Inghilterra”, che ha vinto con Manchester City la Premieri “con un finale mozzafiato” e proclama: “Balotelli me lo tengo”. Ieri era su “Scherzi a parte”. Ma da un certo lampo negli occhi è probabile che avesse già capito tutto.