Eni, nuova strategia: da conglomerata a petroliere. Anche Saipem in vendita

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 Luglio 2014 9:38 | Ultimo aggiornamento: 3 Luglio 2014 9:38
Nuova strategia per l’Eni: da conglomerata a petroliere Anche Saipem in vendita

Descalzi (LaPresse)

ROMA – Del nuovo organigramma Eni, Claudio Descalzi ha firmato gli ordini di servizio domenica, sancendo la fine dello staff ipertrofico e delle divisioni di business. “Squadra corta”, la chiama il nuovo Ad quando parla a una dirigenza che vuole agile, compatta e ricettiva in tempo reale del volubile scenario geopolitico.

Ora la squadra cerca il suo schema di gioco: Descalzi e i primi riporti lavorano a un ciclo nuovo, già abbozzato in qualche vis a vis con investitori, e di cui si sapranno gli obiettivi guida il 31 luglio a Londra, con la semestrale. Poi i numeri saranno affinati nel nuovo piano industriale da completare verso dicembre.

Scrive Andrea Greco su Repubblica:

Chi sul mercato ne ha avuto un assaggio dice che «Eni sarà sempre più oil company, come le major americane: quindi più cassa, più barili e più utili». E meno conglomerato, retaggio dell’epoca delle Partecipazioni statali, poco sostenibile nella fase attuale. Bisogna arginare le perdite: quindi sempre più sconti sulle forniture di gas (dopo Gazprom, a settembre inizia il negoziato in Algeria), riconversione spinta delle raffinerie che perdono 750 milioni l’anno, con conversione di molte di esse in depositi di derivati del greggio, accelerazione sulla chimica “verde”, cessione di attività non strategiche, tra cui ormai c’è anche Saipem.

È una direttrice gradita agli investitori, che detengono il 70% del capitale. Bisognerà vedere se si intona anche alle aspirazioni del Tesoro, primo azionista (tramite la Cdp) per le restanti quote. Descalzi sembra intenzionato a sfruttare la discontinuità creata dall’uscita di Paolo Scaroni – suo capo per nove anni per uscire da un angolo contabile che può minare la sostenibilità del dividendo. «I ritardi nella produzione di idrocarburi e le perdite nella raffinazione potrebbero far mancare a Eni la cassa necessaria a pagare il dividendo – ha scritto Merrill Lynch il 30 giugno – suo punto forte perché rende il 5,5% l’anno contro un 4,5% medio delle major». Lo stesso broker non vede «rischi di taglio dei dividendi, grazie alla vendita di Snam, Galp e Saipem». Le quote residue di Snam e Galp valgono 2 miliardi, poi ci sarebbe il 15% del consorzio in Mozambico che vale altri 3,5 miliardi (c’è già un mandato a vendere, proprio a Merrill Lynch che ha in corso un’articolata perizia). Poi c’è Saipem, la perla delle costruzioni che dopo il crollo borsistico 2013, per due allarmi utili e due inchieste per corruzione aperte in Algeria e a Milano, non viene più considerata invendibile. Eni, interpellata sulla possibile cessione del suo 43% di Saipem (valutazione 3,76 miliardi), risponde: «È un’azienda quotata ed eventuali decisioni riguardo alla nostra partecipazione saranno comunicate al mercato». Non ci sarebbero mandati a riguardo, ma tra lo spontaneismo delle banche d’affari qualcuno ha notato Goldman Sachs proporre a clienti, tra cui Rosneft, quel dossier. La cessione di Saipem, che ha un debito da 4,5 miliardi finanziato al 90% da Eni, avrebbe tra l’altro il vantaggio di allineare il debito di gruppo alle migliori rivali; mentre oggi Eni ha 15 miliardi di debiti, troppi per un’azienda che vuole essere petroliere, e deve investire pesantemente sul greggio; per questo a regime il management vorrebbe ridurre di un quarto i debiti. Anche i costi saranno sforbiciati, per la soppressione della holding, ma anche a livello operativo e di investimenti.

Per il vero, anche le cedole 2012 e 2013 si sono rette sulle plusvalenze da vendite di quote e progetti, che puntellavano il calo della redditività (fino ai 5,2 miliardi di utile netto 2013, lontani dal record 2005 di 8,8 miliardi). Ma non può vivere di extra: i business di gas, raffinazione e chimica, floridi fino a dieci anni fa (nel 2005 valevano quasi 6 miliardi di Ebit), da allora hanno iniziato a limare i guadagni, poi a erodere quelli dei colleghi dell’Estrazione e produzione. La divisione E&P l’anno scorso ha fatto 14 miliardi utile operativo (Ebit), contro il rosso operativo di 1,5 miliardi di tutte le altre attività. L’obiettivo più duro è bloccare l’emorragia delle raffinerie: il margine di trasformazione, dai 7-9 dollari per barile del 2005, ora è a 1,2 dollari, e calante; il crollo ha fatto chiudere 17 raffinerie in Europa dal 2008, e perdere 3,5 miliardi a Eni (…)