Eni, accise truccate? Indagati dirigenti della divisione Refining

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 ottobre 2014 13:33 | Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2014 17:24
Eni, scandalo delle accise truccate: indagati dirigenti della divisione Refining

Eni

ROMA – Un’evasione fiscale da milioni di euro servita per accumulare fondi neri. È questa l’ipotesi della procura di Roma nell’indagine che riguarda le forniture di carburante dell’Eni e ha tra gli indagati per associazione per delinquere finalizzata all’evasione, due manager e un imprenditore accusati di aver falsificato le “bolle” per non pagare le accise e creare una provvista occulta nei bilanci: l’ex direttore generale della Divisione Refining & Marketing e ora dipendente di Eni Servizi, Angelo Caridi; il manager Angelo Fanelli e l’imprenditore Roberto Turriziani. I giornali di oggi, 1 ottobre, forniscono nuovi particolari. Scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera:

Nell’ordine di perquisizione firmato dal pubblico ministero Mario Palazzi è spiegato il «sistema»: «Il Nucleo di Roma calcolava come dal 2007 al 2012 vi fosse stata una commercializzazione in eccedenza di oltre tre milioni di litri di Gpl uscito dalle basi di carico di Napoli e Livorno con un’accisa evasa pari a oltre 444mila euro e dalla base di Gaeta ben 572mila litri di benzine, un milione e mezzo di litri di gasolio e 221mila litri di gasolio ecologico con un’accisa evasa di oltre un milione e 550mila euro». La contestazione di evasione fiscale supera i 2 milioni di euro, ma la stima è che il danno per lo Stato sia ben più alto e su questo si concentrano gli accertamenti tuttora in corso anche per individuare i canali di reimpiego di denaro. Scrive Palazzi nel provvedimento eseguito ieri: «Emergono gravi indizi del fatto che all’interno degli uffici quantomeno della divisione Refining & Marketing dell’Eni ubicati in Roma vi siano dei soggetti che ormai da anni evadono l’accise sui carburanti caricati in eccedenza sulle autobotti destinate ai distributori appartenenti o meno alla rete Eni. Ciò avviene necessariamente sulla scorta non di un semplice accordo criminale meramente occasionale o accidentale, ma di un accordo diretto all’attuazione di un più vasto programma criminoso per la commissione di una serie indeterminata di delitti. Risulta infatti come i carburanti in eccedenza vengano comunque fatturati all’acquirente dalla proprietaria Eni e immessi sul mercato». Oltre ai due manager perquisiti ieri, sotto inchiesta c’è sin da giugno il vice di Fanelli, Domenico Elefante, e non è escluso che anche altri possano finire nell’elenco degli indagati. Le verifiche riguardano i possibili beneficiari del meccanismo illecito, tenendo conto che nel giugno scorso c’erano già state alcune perquisizioni ma nulla è stato evidentemente fatto per modificare il «sistema». Ed è proprio su questo che il magistrato centra i propri sospetti: «È necessario a questo punto comprendere a chi sia destinato il denaro “risparmiato” derivante dal mancato versamento dell’accise su essi dovuta, ben potendosi ritenere, ad esempio, che esse venga impiegato in attività non lecite tratandosi di provento del reato. Certè è, infatti, che nessuno in Eni ha mai assunto iniziative per ovviare anche solo tardivamente agli omessi versamenti dell’accisa e ciò anche dopo che la stessa soscietà è stata interessata dai provvedimenti di ispezione e acquisizione di documentazione emessi dalla procura di Frosinone», che poi aveva trasmesso gli atti per competenza agli uffici della Capitale. Caridi è in pensione, ma gli investigatori ritengono che sia lui il “perno” attorno al quale gira l’affare anche tenendo conto che «sebbene in pensione, risulta impiegato presso Eni Servizi da cui riceve emolumenti pari a 193mila euro. Si segnala che questa società, con sede a San Donato Milanese, è partecipata al 10 per cento dall’Eni».

Scrivono Emilio Randacio e Maria Elena Vincenzi su Repubblica:

La domanda che si fanno gli inquirenti, è: a che cosa servono quei soldi? «È necessario a questo punto — si legge ancora — comprendere a chi sia destinato il denaro “risparmiato” derivante dal mancato versamento per intero dell’accise dovuta, ben potendosi ritenere che esso venga impiegato in attività non lecite trattandosi di provento di reato». È probabile che quei soldi, milioni e milioni di euro, siano serviti a creare fondi neri. Difficile che siano spariti nelle tasche degli indagati per associazione per delinquere finalizzata alla violavorno zione della legge sulle accise (tre in tutto, per il momento: i due direttori generali della Divisione, l’ex Angelo Caridi e l’attuale, Angelo Fanelli e l’imprenditore dei trasporti Roberto Turriziani) per molti motivi. Prima fra tutti l’organizzazione maniacale con cui viene gestito il colosso che, peraltro, fa dubitare che i vertici dell’azienda non sapessero. Sospetti ai quali i pm Valentina Margio e Mario Palazzi dovranno trovare conferma. Innanzitutto capendo a quanto ammonta il danno fiscale: per ora sono stati accertati solo 2 milioni di euro evasi in tre sedi (Napoli, Li- e Gaeta) tra il 2007 e il 2012. Ma già in giugno erano state perquisite tutte le filiali perché la convinzione è, appunto, che fosse un sistema con cui crearsi provviste. D’altronde, scrivono i pm, «le giustificazioni fornite dall’Eni che imputerebbe le registrate eccedenze di Gpl alle variazioni di temperatura tra il momento del carico e le successive consegne sono poco verosimili alla luce del fatto che durante l’inverno non si sono registrate deficienze di volume, ma, contrariamente ad ogni legge fisica, suoi aumenti».

Un portavoce dell’Eni ha fatto sapere: “Si tratta di attività giudiziarie eseguite in data odierna nell’ambito di un indagine pendente da circa due anni presso la Procura di Roma, che riguarda potenziali variazioni di misura nel trasporto del GPL. Sebbene si tratti di attività industriale di non particolare rilevanza, della ex direzione generale refining & marketing, Eni presta la massima attenzione al tema ed assicura una piena collaborazione alle autorità”.