Eugenio Scalfari. Papa Francesco: Comunione ai divorziati test cruciale

Pubblicato il 30 settembre 2014 7:43 | Ultimo aggiornamento: 29 settembre 2014 19:53
Eugenio Scalfari. Papa Francesco: Comunione ai divorziati test cruciale

Eugenio Scalfari. Per Papa Francesco, la Comunione ai divorziati test cruciale

ROMA – San Pietro aveva moglie, ha scoperto Eugenio Scalfari. Confessa che lo ignorava, ma un prete glielo ha rivelato. Avesse letto Blitzquotidiano, lo avrebbe appreso da Pino Nicotri un anno prima.In realtà San Pietro aveva moglie sì, ma prima di abbandonarla per dedicarsi a Gesù Cristo, perché il gruppo di ultra ebrei cui si ispirava Gesù Cristo era abbastanza rigido in materia sessuale.

Poi le donne sono entrate, e le moglie, con l’estensione della nuova fede ai Gentili e da allora i cristiani hanno cercato di orientarsi fra una certa sessuofobia intrinseca al Cristianesimo e una certa tolleranza verso una normalità dei rapporti tra i sessi, che non sempre c’è stata, in questi duemila anni.
Lo stato civile di San Pietro è uno dei punti toccati da Eugenio Scalfari affrontando la più ampia materia del rapporto fra la Chiesa e il mondo esterno, simboleggiato dalla esclusione dei divorziati risposati dalla Comunione, divieto che Papa Francesco vorrebbe annullare, contrastato da una folta schiera di cardinali e prelati. Da questo poi si passa, ed è altro punto cruciale delle parole di Scalfari, a come la Chiesa si pone nel mondo di oggi.
Scrive Scalfari:
“In uno dei Vangeli sinottici si racconta che tra i vari miracoli fatti da Gesù ci fu anche la guarigione della suocera di Pietro che lui stesso aveva implorato al Maestro affinché si interessasse in favore di quella sua parente ammalata.
Pietro, che fu il primo vescovo di Roma su designazione di Gesù a quanto raccontano i Vangeli («tu sei Pietro e su questa pietra tu costruirai la mia Chiesa»), era dunque ammogliato e molti dei dodici apostoli lo erano. Gesù infatti, come recitano gli evangelisti, dice a chi vuole seguirlo e agli apostoli in particolare che lo seguiranno sempre e dovunque dal momento in cui lo incontrano: «Chi vuol seguire me deve abbandonare per sempre la sua casa, il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli».
E lui è il primo ad averlo fatto dal momento stesso in cui ha inizio la sua predicazione dopo il battesimo nelle acque del Giordano.
Il clero dei primi secoli non prevedeva il celibato dei presbiteri, la Chiesa cattolica d’Oriente lo pratica tuttora e il problema si ripresenterà di nuovo, anzi si è già presentato perché i pastori anglicani, ortodossi, o delle varie Chiese protestanti, che sono sposati, se decidono di passare al cattolicesimo sono accolti dalla Chiesa con le loro famiglie.
Se il problema non si pone per loro, verrà al pettine anche per i sacerdoti cattolici. Forse Papa Francesco non avrà il tempo per affrontare anche questo tema, ma ormai esso fa parte integrante del rinnovamento della Chiesa e bisognerà risolverlo”.
Scrive ancora:
“Nella disputa attuale apertasi sul rapporto tra i divorziati e i sacramenti, i canonisti affermano che fu proprio Gesù a stabilire che il matrimonio è indissolubile. Del resto i canonisti e i teologi riconosciuti dalla Chiesa citano una serie di affermazioni fatte da Gesù. Le citano letteralmente, direi virgolettate, traendole dai suoi discorsi, dalle sue parabole, dalle preghiere di cui sono loro a stabilirne il testo.
Ma in verità non esiste alcuna parola scritta da Gesù. Direttamente di Gesù non si sa assolutamente nulla. Si conoscono perché lo raccontano i Vangeli, soltanto quattro dei molti esistenti accettati e ufficializzati e diffusi dalla Chiesa. Ma non sfugge a nessuno che dei quattro evangelisti, tre non conobbero Gesù, non lo videro e non l’ascoltarono mai. Scrissero i loro testi tra i 50 e i 60 anni dopo la sua morte che avvenne — secondo gli Atti degli Apostoli — tre anni dopo l’inizio della predicazione quando il Signore aveva trentatré anni.
Il quarto evangelista, Giovanni, scrisse il suo Vangelo tra i 60 e i 70 anni dalla morte del Maestro. E poiché quando Gesù morì l’apostolo Giovanni non poteva certo avere meno di vent’anni, la scrittura del suo Vangelo sarebbe stata fatta da una persona più che ottantenne.
In realtà è molto dubbio che l’autore sia l’apostolo. Comunque gli altri tre raccontano la vita del Signore con fonti di seconda o di terza mano. I loro Vangeli non sono ovviamente fotocopia l’uno dell’altro e differiscono non solo nello stile ma anche in molti fatti e soprattutto nulla ci dicono sui trent’anni che Gesù trascorse nella casa natale con i suoi genitori e fratelli. Di quei trent’anni nulla sappiamo, né di seconda né di terza mano.
Ricordo questa situazione, che del resto è nota a tutti, perché affermare con certezza che Gesù disse, pensò, sentenziò, rispose, è del tutto arbitrario. Noi conosciamo quattro racconti di Marco, Matteo, Luca, Giovanni (della cui identità poco sappiamo), ciascuno con le sue fonti e la sua interpretazione.
Sappiamo anche un’altra cosa: Paolo di Tarso non era un apostolo di quelli che seguirono il Maestro e poi continuarono a diffondere la sua dottrina dopo la sua morte e la sua resurrezione. Paolo non conobbe mai Gesù, gli apparve la sua figura nella mente dopo la caduta da cavallo nell’incidente che gli capitò sulla via di Damasco e il trauma che ne ebbe.
Ma Paolo non solo si proclamò uno degli apostoli al pari degli altri, ma scavalcò gli altri con la sua facondia e la lucida acutezza dei suoi pensieri.
In realtà, come tutta la patristica riconobbe e la Chiesa tuttora riconosce, fu lui il vero fondatore della nuova religione e non soltanto per le norme comportamentali e spirituali che si desumono dalle sue molteplici lettere alle varie comunità cristiane nel frattempo sorte, ma soprattutto per la pressione che esercitò sulla comunità di Gerusalemme guidata allora da Pietro e da Giacomo (fratello o cugino di Gesù) che era allora la più importante delle poche comunità esistenti.
Quando Paolo, dopo la caduta sulla via di Damasco, si proclamò apostolo e fu dagli altri accettato come tale, esisteva di fatto quella sola comunità. Essa era considerata da Pietro e da Giacomo come una comunità ebraicocristiana. In sostanza, come una variante dell’ebraismo. Esistevano molte comunità ebraiche i cui principi differivano molto tra loro e rispetto al Sinedrio che amministrava il Tempio e applicava la legge.
La variante cristiana era dunque secondo Pietro e Giacomo una di quelle. Gesù del resto nacque ebreo e tale rimase, sia pure — a detta degli evangelisti — introducendo nella legge ebraica delle varianti a dir poco rivoluzionarie.
Paolo però voleva che la nuova religione uscisse da Gerusalemme e si diffondesse nel mondo, a cominciare dalla costiera mediterranea e naturalmente da Roma, capitale dell’Impero.
Roma, proprio perché Impero che regnava su molte genti, non era affatto intollerante con le religioni e gli dèi che i suoi sudditi adoravano. Purché tutte le genti dell’Impero riconoscessero gli dèi romani e li trattassero con rispetto. Per il resto adorassero pure i loro dèi, aprissero templi e celebrassero i rispettivi culti.
Infatti i cristiani non furono perseguitati né da Tiberio né dai suoi successori, salvo una persecuzione peraltro limitata che fu effettuata da Nerone perché la sua guardia palatina aveva individuato alcuni pretesi incendiari in un gruppo di cristiani. Le vere persecuzioni vennero dopo, quando i cristiani diffusero la loro religione con molta rapidità e in tutto l’Impero minando l’autorità dell’imperatore, ritenuto sacro dalla Roma tardo-imperiale.
Dunque fu Paolo a dare carattere ecumenico alla Chiesa. Papa Francesco usa oggi proprio il tema di “uscita”. La Chiesa deve uscire da sé e andare nel mondo: questa è la Chiesa missionaria da lui vagheggiata. Se non esce, la Chiesa muore. Così predica Francesco ed uscire significa confrontarsi con il mondo, con le altre religioni, con le altre Chiese e con l’opinione secolarizzata, con gli atei e i miscredenti.
La Chiesa per Francesco è come l’anima: se non esce da sé, muore. Il dialogo che ho con lui e che ritengo prezioso per me avviene perché io non credo. Ma il racconto degli evangelisti mi affascina e in molte cose lo condivido.
In uno dei nostri recenti incontri mi domandò qual era la massima cristiana che più consideravo e io risposi: «Ama il prossimo tuo come te stesso ».
«Questo ci rende simili, ma io dico oggi che bisogna amare il prossimo un po’ più di se stessi».
Così disse in quel nostro incontro di tre mesi fa. Pensavamo la stessa cosa e questo mi ha dato forza e conforto.
Parlando dei cristiani divorziati e risposati in un secondo matrimonio e del loro desiderio d’esser perdonati e riammessi al sacramento dell’Eucarestia, il cardinale Walter Kasper ha detto una frase che è stata fatta propria da papa Francesco. La frase è questa: «La Chiesa non può dar l’impressione d’essere un castello con il ponte levatoio tirato su, le porte serrate, postazioni e sentinelle dovunque».
L’immagine è molto efficace e papa Francesco l’ha fatta propria. Del resto si era già espresso sull’argomento ed era stato ancor più chiaro:
“La Chiesa deve guardare alla realtà concreta, chinarsi sui fatti del mondo con tenerezza e accoglienza. I dottori delle leggi, gli scribi, i farisei, parlavano bene e insegnavano la legge. Ma lontani. Mancava la compassione e cioè patire con il popolo. Il Signore non è mai stanco di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli il perdono”.
Infine, in innumerevoli occasioni Francesco ha ricordato che l’indicazione principale del Concilio Vaticano II è stata quella di aprirsi al dialogo col mondo moderno, entrare con esso in sintonia per poter risvegliare la vocazione del bene e l’amore verso il prossimo, fermo restando il libero arbitrio della scelta.
Queste posizioni il Papa le discute continuamente con i cardinali della Curia oltreché con gli altri dignitari dei Consigli vaticani, delle Congregazioni, dei Ministeri, delle università cattoliche. Poi dice il suo pensiero, la sua concezione e il suo sentimento e quello diventa tema di riflessione di tutta la Chiesa.
Da quando ho letto ciò che scrive e dice e soprattutto da quando ho potuto parlare direttamente con lui, mi sono convinto che la sua non è una riforma della Chiesa, ma una rivoluzione.
Il Papa ritiene che, se l’anima d’una persona si chiude in se stessa e cessa d’interessarsi agli altri, quell’anima non sprigiona più alcuna forza e muore. Muore prima che muoia il corpo, come anima cessa di esistere.
La dottrina tradizionale insegnava che l’anima è immortale. Se muore nel peccato lo sconterà dopo la morte del corpo. Ma per Francesco evidentemente non è così. Non c’è un inferno e neppure un purgatorio. Per le anime che non sono scomparse nel nulla c’è la beatitudine d’essere ammesse alla luce del Dio che le ha create. E quando la nostra specie cesserà di esistere, “la luce di Dio sarà tutta in tutti”. Questa è la visione di Francesco. Non è certo il primo ad averla avuta, ma veniva soprattutto dai mistici e da alcune alte figure del monachesimo.
È molto raro che sia venuta a un Pontefice, il vescovo di Roma successore dell’apostolo Simone-Pietro. In realtà la visione che Francesco ha evoca le comunità cristiane dei primi secoli. La Chiesa come lui la concepisce è il popolo di Dio e i vescovi successori degli apostoli. Può sembrare e anzi è un paradosso quello di costruire una Chiesa profondamente diversa da quella esistente recuperando il modo d’essere delle antiche comunità cristiane. Ma questa appunto è la sua rivoluzione.
Adesso il tema all’ordine del giorno è la famiglia. Sarà convocato un Sinodo straordinario il prossimo 5 ottobre e poi, nel luglio dell’anno prossimo, il Sinodo ordinario a Filadelfia. Al primo parteciperanno 190 tra cardinali, vescovi e personalità anche laiche invitate dal Papa; al secondo le presenze saranno di circa 300 persone, in gran parte inviate dalle Conferenze episcopali di tutto il mondo.
“La Chiesa cattolica e apostolica parla tutte le lingue del mondo” ha detto nei giorni scorsi Francesco. Letteralmente voleva dire che il Vangelo è diffuso ovunque e quello è il compito dei missionari, ma in realtà il significato di quella frase è molto più profondo secondo me: parlare tutte le lingue del mondo significa per Francesco conoscere il pensiero delle diverse civiltà, delle diverse culture e delle diverse persone che la Chiesa missionaria vuole incontrare; nella misura del possibile capirle, capire l’essenza delle loro anime. Questa è la sintonia col mondo moderno e questo è l’obiettivo cui Francesco ha dedicato il suo pontificato”.