Expo 2015, Robledo contro Bruti Liberati: “Ecco le bugie del capo del pool”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 15 Maggio 2014 11:00 | Ultimo aggiornamento: 15 Maggio 2014 11:00
Expo 2015, Robledo contro Bruti Liberati: "Ecco le bugie del capo del pool"

Expo 2015, Robledo contro Bruti Liberati: “Ecco le bugie del capo del pool”

MILANO – La Guardia di Finanza di Milano ieri ha scritto una nota che suona come una smentita alle accuse al Consiglio Superiore della Magistratura presentate dal procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati contro il suo vice, Alfredo Robledo. O almeno questo sembra, a una prima lettura, il senso della nota di ieri dei vertici del Nucleo delle Fiamme Gialle che segue le indagini più delicate per conto del pool reati contro la pubblica amministrazione.

Ieri è successo un fatto impensabile anni fa. Sarebbe come se il comandante del Nucleo della Guardia di Finanza di Mani Pulite nel 1992 avesse scritto, su richiesta del procuratore aggiunto di allora Gerardo D’Ambrosio, che quanto affermato dal mitico capo del pool Francesco Saverio Borrelli riguardo al suo vice non era vero.

Scrive Marco Lillo sul Fatto Quotidiano:

La frattura interna alla Procura che indaga sull’EXPO è esplosiva per la magistratura quanto l’inchiesta stessa per la politica. Intanto si conoscono nuovi particolari sul carteggio infuocato agli atti del CSM che dovrà pronunciarsi sulla lite tra il capo della Procura di Milano e il suo vice. In particolare è impressionante quanto si legge negli allegati all’esposto presentato al Csm da Alfredo Robledo nel marzo scorso sull’iscrizione nel registro degli indagati di Roberto Formigoni, Pierangelo Daccò e compagni in merito all’indagine per corruzione nata dal fascicolo sul San Raffaele di Milano. Bruti Liberati aveva accusato Robledo di avere messo a rischio le indagini da un lato inserendo nei suoi esposti elementi (che però erano stati omissati da Robledo) sulle indagini in corso e dall’altro disponendo addirittura un doppio pedinamento. “Pur essendo costantemente informato del fatto che era in corso un’attività di pedinamento e controllo su uno degli indagati svolta da personale della polizia giudiziaria – ha scritto Bruti – Robledo ha disposto analogo servizio delegando ad altra struttura della stessa Gdf e solo la reciproca conoscenza del personale che si è incontrato sul terreno ha consentito di evitare gravi danni alle indagini”. Ieri il procuratore aggiunto di Milano Robledo ha bollato così la versione di Bruti : “tali affermazioni sono da ritenersi non veritiere, radicalmente inventate e prive di qualunque fondamento”.

Robledo allega alla sua lettera al Consiglio una nota firmata dal Comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Milano, Vito Giordano, e dal Comandante del Gruppo Tutela Mercati, Alberto Catalano, che scrivono: “In esito a quanto richiesto dalla S.V. (…) per quanto consti agli atti d’indagine. nel corso delle attività di osservazione e controllo svolte da personale di questa articolazione non si sono registrati episodi di sovrapposizione operativa con personale della Sezione di Polizia Giudiziaria della Guardia di Finanza presso codesta Procura della Repubblica impegnata in attività d’indagine di cui al procedimento penale numero 948 del 2011”.

A questo punto la palla passa a Bruti. Il Procuratore capo dovrà spiegare se il doppio pedinamento c’è stato davvero, nonostante Robledo e il Nucleo della Guardia di Finanza non se ne siano accorti, o se stavolta abbia preso lui una cantonata lui.
Intanto emergono nuovi particolari sull’avvio contestato da Robledo delle indagini sull’allora presidente della Regione Roberto Formigoni. Il 25 luglio Robledo scrive al suo capo Bruti per sapere se esista un’indagine che riguardi reati di competenza del suo dipartimento su esponenti del San Raffaele di Milano. L’indagine esisteva. Scrive Robledo: “Venni chiamato dal Procuratore, alla presenza del collega Francesco Greco (a capo del primo dipartimento che si dovrebbe occupare di reati finanziari e non di reati contro la pubblica amministrazione, Ndr) . Entrambi mi confermarono l’esistenza di un procedimento al riguardo, concordando sulla necessità di procedere ad indagini coordinate con il II Dipartimento, anche se il collega Greco mi suggerì di iniziare tali indagini dal mese di settembre, senza però alcuna motivazione di tale proposta. Esposi la mia assoluta contrarietà sul punto (…) Il Procuratore sottolineò che si trattava di una situazione molto delicata, essendo in corso “trattative” sulle quali non avrebbe voluto che le indagini influissero in qualunque modo, e concluse disponendo che il collega Greco mi inviasse al più presto le carte in suo possesso relative alle indagini sino ad allora espletate”. Quel giorno stesso con una lettera Bruti chiese ai suoi due aggiunti di non disporre “alcuna nuova iscrizione”. Le trattative a cui fa riferimento Robledo sono quelle in corso in quel momento nel 2011 per il salvataggio del San Raffaele da parte di una cordata che comprendeva anche lo IOR, la banca del Vaticano.

La Procura di Milano diretta da Bruti avrebbe quindi evitato di iscrivere subito nel registro degli indagati per corruzione a luglio gli uomini vicini a Formigoni per tenere fuori dall’indagine il dipartimento diretto da Robledo ma anche per non far saltare le trattative per il salvataggio del polo ospedaliero? Questa sembra essere la tesi di Robledo. A sostegno di una simile lettura, Robledo allega una serie di documenti. Il 27 luglio del 2011 la dottoressa Laura Pedio, del pool che indagava sul San Raffaele, scrive nel decreto in cui dispone le intercettazioni su alcuni telefoni per l’ipotesi di istigazione al suicidio del manager del San Raffaele Mario Cal che: “il quadro complessivo che si va delineando porta all’individuazione di flussi finanziari da e per l’estero con specifico riferimento alla Svizzera e a fiduciari ivi operanti, attraverso i quali sono state costituite e gestite provviste illecite parte delle quali destinate al pagamento di ”’tangenti””. Inoltre Danilo Donati, collaboratore stretto di Mario Cal e don Luigi Verzé al San Raffaele dichiara a verbale il 26 luglio 2011: “Daccò è collettore di tangenti per il sistema politico regionale ed, in particolare per Roberto Foprmigoni”.