“Una Norimberga per crimini contro il capitalismo”, mentre con Cdp risorge l’Iri

Pubblicato il 26 settembre 2013 7:15 | Ultimo aggiornamento: 25 settembre 2013 20:02
"Una Norimberga per crimini contro il capitalismo", mentre con Cdp risorge l'Iri

AlessandroPenati: stanno facendo rinascere l’Iri

Ci vorrebbe una Norimberga per i “crimini contro il capitalismo in Italia”, sostiene Alessandro Penati su Repubblica. Il suo elenco è lungo e comprende i nomi più noti, quelli che fanno titolo sui giornali, politici inclusi, di tutti i colori. Per questo, avverte Penati,

“chi pensasse che il vero problema dell’Italia oggi sia la colonizzazione delle nostre grandi aziende”

sbaglierebbe di grosso.

Gli stranieri comprano, spiega Penati,

“e a prezzo di saldo, perché le nostre aziende valgono poco; e valgono poco perché sono state gestite male per troppo tempo dagli italiani, e non reggono più la concorrenza in un mondo sempre più aperto. Il problema dunque è tutto nostro. Lo abbiamo creato con la nostra incapacità. Lo straniero alle porte è la conseguenza, non la causa”.

Spiega meglio:

“Le nostre aziende riescono a essere competitive finché dominano una nicchia, troppo piccola per essere aggredita dai grandi gruppi internazionali. Ma la dimensione della nicchia finisce per limitare quella delle imprese. I tentativi di espansione fuori dai confini, spesso finisce con una Caporetto (Rcs, Fininvest, Enel, Finmeccanica, Indesit, DeAgostini). Meglio quindi restare a casa, e operare in settori protetti dalla concorrenza estera grazie a concessioni, licenze o regolamentazione nazionale; e dove le relazioni con la classe politica locale e nazionale sono indispensabili: banche, assicurazioni, energia e servizi di pubblica utilità, autostrade e trasporti, giochi e scommesse, immobiliare.

“Aziende grandi, capaci di crescere fuori dai confini, reggere la concorrenza e acquisire una posizione rilevante nel mondo, ce ne sono anche da noi, ma bastano le dita delle mani a contarle: Fiat Industrial e, forse, Fiat Auto, Luxottica, Autogrill, Prysmian, Generali, Eni e qualche altra. Troppo poco per un paese di 60 milioni di abitanti”.

Il problema poi, aggiunge Penati,

“non è lo straniero, ma lo straniero sbagliato: troppo spesso non si vende a quello che paga di più o a chi è meglio in grado di espandere l’azienda. Si grida allo scandalo per Telefonica in Telecom. Ma Telefonica è arrivata a dieci anni dalla privatizzazione, dopo che vecchia e nuova aristocrazia imprenditoriale (Agnelli, Colaninno, Tronchetti Provera) erano solo riuscite a ridurre il valore di Telecom e aumentarne il debito. Telefonica in Telco, poi ce l’hanno portata, e hanno stretto un patto per comandare, la Banca Intesa di Bazoli e Passera, la Mediobanca di Nagel e Pagliaro (e allora Geronzi) e le Generali di Perissinotto”.

Telefonica, ricorda Penati era a sua volta piena di debiti oltre a essere “acerrimo concorrente” di Telecom in Brasile, e pertanto “il peggior socio straniero”. Eppure, tutti quei gentiluomini,

“l’hanno fatta entrare nella stanza dei bottoni senza che pagasse un euro di premio al mercato e garantendole di fatto un’opzione a prendersi il controllo futuro a un prezzo risibile. Che Telefonica, infatti, esercita oggi a poco più di 1 euro per azione; azioni che era stata disposta a pagare 2,9 euro sei anni prima”.

Le banche però, registra Penati,

“sono felici: l’operazione di sistema ha generato perdite colossali, ma almeno rientrano dai prestiti a Telco e si garantiscono l’uscita a 1,1 euro, incassando più dei 60 centesimi di valore del titolo in Borsa. Un ultimo calcetto negli stinchi del povero risparmiatore”.

Alessandro Penati ci va giù pesante anche contro

“un vertice, un autorevolissimo consiglio di amministrazione e un management [di Telecom] che in sei anni non è riuscito a prendere nessuna decisione su rete, investimenti all’estero, dismissioni o ristrutturazioni finanziarie; ma ce ha ne ha messi altrettanti per dismettere le televisioni, sebbene irrilevanti per il bilancio della società”.

Telecom, ricorda Penati,

“è l’unica telefonica al mondo, che è riuscita a perdere la leadership a favore di un concorrente (Vodafone), pur partendo da una situazione di monopolio. La colpa non è degli spagnoli”.

La colpa è di una

“felice operazione di sistema fatta per guadagnare crediti nei confronti di un Governo, allora guidato da Prodi, che voleva difendere gli “interessi nazionali”. Ma in questo, colore del Governo e /o nome del primo ministro fanno poca differenza, come i casi di Alitalia e Finmeccanica stanno a dimostrare”.

“Dietro gli “interessi nazionali” c’è la difesa dei sindacati, che vogliono l’azionista di riferimento italiano perché meno determinato a ristrutturare e tagliare posti di lavoro, anche se c’è capacità in eccesso, il settore è in declino e l’azienda inefficiente. […]. C’è la difesa delle tante piccole imprese fornitrici che gravitano intorno alle grandi, ma che non hanno le dimensioni e l’efficienza per essere concorrenziali nel mondo; a rischio di sostituzione se arriva lo straniero che vuole standard internazionali. E soprattutto la difesa della propria capacità di influenzare: e se l’azionista straniero non risponde alle loro telefonate? O non si precipita in visita pastorale a Roma?”.

Poi tocca ad Alitalia, dove la storia è identica:

“Manager dopo manager, tutti di nomina politica, portano l’azienda allo sfascio. Il Governo Berlusconi (ipotecando i soldi dei contribuenti) interviene con un’operazione di sistema per difendere “gli interessi nazionali”. La solita Banca Intesa si presta a finanziarla. I soliti imprenditori patrioti (Riva, Ligresti, Benetton, Colaninno, Tronchetti, Marcegaglia) rispondono all’appello per ingraziarsi il potente di turno a Roma; ma sono poi incapaci di gestire l’azienda. La solita brillante idea di far entrare con uno strapuntino uno straniero “gradito” (Air France), garantendogli però un’opzione al futuro controllo. Questi, poi, la esercita, ma a una frazione del prezzo che avrebbe pagato al momento dell’ingresso (si è preservata però la facciata della difesa della nazionalità). E la solita scelta sbagliata, perché ora anche Air France è in difficoltà; ma ormai è dentro”.

Con Finmeccanica

“il copione non cambia. Ho ritrovato un mio articolodi 14 anni fa (Corriere, 26 settembre 1999) in cui scrivevo: “Il Governo ha annunciato una privatizzazione (Finmeccanica) attraverso un’operazione che di fatto blinda il controllo pubblico di due società; si maschera un aiuto di Stato; si evitano ristrutturazioni sgradite ai sindacati; e si fa un passo avanti nella politica dei campioni nazionali. Finmeccanica è un conglomerato di imprese, messe assieme senza troppa logica industriale, sommersa da debiti e perdite. Per risollevarsi deve concentrarsi nei settori dove può essere concorrenziale e redditizia e uscire da quelli (energia,trasporti) che nulla hanno a che fare con la sua attività principale e dove è troppo piccola o troppo inefficiente per competere”.

“Da allora non è cambiato nulla: Finmeccanica continua ad essere mal gestita, da manager pubblici che l’hanno ridotta in questo stato, in crisi finanziaria, incapace di ristrutturare; e non riesce ancora a vendere treni ed energia (Breda, Sts, Ansaldo) per paura di svendere allo straniero. Allora c’erano D’Alema e Bersani al Governo. Ma non mi sembra ci sia una grande differenza con il Governo attuale. Oggi però non si può più contare sulle banche per una soluzione di sistema, perché sono a loro volta in crisi. Avanti quindi con l’idea di utilizzare la Cassa DP al loro posto. Così si ritorna all’Iri, e il cerchio si chiude”.

Conclude Alessandro Penati:

“Inutile scatenare la caccia ai colpevoli. Lo sono tutti: governi e ministri, banchieri, imprenditori nobili e meno nobili, sindacati. Ci vorrebbe una Norimberga per i crimini contro il capitalismo in Italia: ma forse l’Europa e i mercati ci stanno già giudicando”.