Ferruccio De Bortoli. Vittorio Feltri: da Corriere Ragazzi a Corriere della Sera

Pubblicato il 28 settembre 2014 12:26 | Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2014 12:26
Ferruccio De Bortoli. Vittorio Feltri: da Corriere Ragazzi a Corriere della Sera

Ferruccio De Bortoli. Vittorio Feltri racconta la sua carriera, dal Corriere dei ragazzi al Corriere della Sera

MILANO – “Ferruccio De Bortoli, due volte direttore del Corriere della Sera (eguagliato solo da Paolo Mieli: testa fina e scrittura da notaio, senza guizzi né sbavature), in questi giorni ha fatto parlare molto di sé”,

scrive Vittorio Feltri a proposito dell’editoriale sul Corriere della Sera del 24 settembre 2014 al centro di molte chiacchiere e illazioni. Ferruccio De Bortoli, scrive ancora Vittorio Feltri,
“ha pubblicato un articolo di fondo in cui stroncava Matteo Renzi, dicendogliene di ogni colore. La cosa più carina espressa su di lui è che ha un ego ipertrofico e un’équipe di ministri che fa andare il latte alle ginocchia: fighetto senza un passato e dall’avvenire incerto. Giudizio duro contrastante con la morbidezza del ciuffo che inonda la fronte spaziosa del diretùr e col suo temperamento di uomo equilibrato, attento alle forme e allo stipendio.
Tutti si sono chiesti perché quest’uomo prudente e mai invadente, più portato per i complimenti che per i complementi, si sia abbandonato a un impeto critico di tal fatta. Molte le ipotesi.
Cominciamo col notare che egli non è un direttore della razza scrivente; la sua firma sotto articoli di punta (e di taglio) non è stata assai frequente. Vari sono passati quasi inosservati. Ma quest’ultimo ha lasciato il segno e alcuni lividi, avendo addirittura affettato il premier cui non è stata concessa neppure un’attenuante. Non sappiamo quale sia stata la reazione del presidente del Consiglio. Immaginiamo un piccolo fastidio, benché il Corriere sia il Corriere: se si muove non lo fa a caso. Di norma ha obiettivi precisi.
Un tempo, un editoriale della corazzata di via Solferino era in grado di far cadere un governo. Ora il vento nella carta stampata è un refolo e non si può pretendere che 60 righe scritte da un De Bortoli provochino una crisi.
Però è innegabile: le sferzate di Ferruccio hanno fatto rumore e sono oggetto di numerosi commenti ad alto e basso livello. Chi sostiene che il direttore ha vergato di propria iniziativa, chi invece suppone abbia agito su commissione di alcuni azionisti della Rcs, cioè gente che ha le mani in pasta in materia economica e finanziaria, e chi, dando la stura alla fantasia, immagina disegni diabolici dei poteri forti o morti, che poi nessuno ci ha spiegato da chi siano incarnati. Lasciamoli chiacchierare: vedremo alla fine chi avrà indovinato.
Personalmente, conoscendo De Bortoli da poco meno di 40 anni, sono persuaso che egli, dal dì in cui ha rassegnato le dimissioni da comandante in capo, e si è assicurato una liquidazione di 2,5 milioni di euro (l’unica cosa che gli invidio), che saranno erogati ad aprile 2015, si sia liberato di un peso: quello di dover andare d’accordo con chiunque si aggiri nei pressi del potere, cosicché ha trovato il coraggio di manifestare ciò che pensa davvero anziché ciò che pensano i suoi editori, la metà di mille, ciascuno con le proprie idee, quasi tutte confuse. Un direttore finalmente libero di esternare quanto ha nel cuore, anche se si tratta di cazzate, è più rispettabile di uno che per esigenze di servizio si adegua alla voce del padrone.
Aggiungiamo che non condividiamo una sola parola di quelle messe nero su bianco da De Bortoli, ma questo è un altro discorso. E lo facciamo subito.
Renzi sarà quello che sarà, applica nel suo lavoro il principio «faso tuto mi», che è cugino del «ghe pensi mi» di berlusconiana memoria, causa di tante ironie sull’indole di Silvio. Ma bisogna pur considerare che ha ricevuto in eredità un Paese talmente scassato da rendere ardua l’operazione salvataggio del medesimo.
Quando Berlusconi era sul «trono» e le faccende buttavano male in Italia e sul piano internazionale, era facile addossare ogni colpa a lui, dandogli del matto (per essere gentili). Poi lo hanno fatto fuori con le tecniche che sappiamo e sono arrivati al suo posto in rapida successione Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi. Ottimo. A distanza di tre anni circa dal siluramento di Berlusconi, i dati macroeconomici sono peggiorati di brutto.
Ergo, se il fondatore di Mediaset era un pazzo, coloro che gli sono subentrati andrebbero ricoverati immediatamente in una struttura sanitaria specializzata in disturbi psichiatrici. Su questo non ci piove: lo dimostrano i bilanci, che non sono poesie ma cifre crudeli.
Superfluo chiedersi con ostinazione e malizia perché Ferruccio si è lanciato contro i mulini a vento. Lo ha fatto per la prima volta nella sua vita, aiutato probabilmente dalla circostanza che non ha più nulla da perdere, avendo già smenato la poltrona su cui è assiso provvisoriamente e alla quale deve l’attenzione suscitata dal suo editoriale inusitato, straordinario per aggressività estranea allo stile che ha contraddistinto per anni la gestione del maggiore quotidiano italiano.
Accade che un uomo mite invecchiando diventi più aspro, anzi, più sincero, e se ne infischi delle reazioni provocate dalle proprie frasi impertinenti. Se poi costui è consapevole di essere giunto al traguardo – dove l’aspetta un ricco premio – non esita certamente a togliersi dei sassolini dalle scarpe e a scagliarli in tribuna addosso a un pubblico allibito.
D’altronde la biografia di De Bortoli è tutta zucchero e miele, pur con un inizio in salita. Il nostro nasce in una famiglia modesta, quasi come la mia. Il padre è custode dell’Università Statale di Milano. Il giovin Ferruccio si iscrive all’istituto tecnico industriale che conclude brillantemente. Poi si iscrive a giurisprudenza e si laurea. Ma in casa i soldi sono pochi e frattanto lui riesce a farsi assumere come praticante al Corriere dei Ragazzi, parente stretto del Corriere dei Piccoli, e si assicura un discreto stipendio. Aveva 20 anni.
Ventiquattro mesi più tardi passa al Corriere d’Informazione, edizione pomeridiana del Corriere della Sera, all’epoca diretta da un provetto talent scout, giovanissimo anch’egli, Cesare Lanza (33 anni), che lo accoglie con estrema benevolenza. L’ascesa di De Bortoli è immediata.
Educatino, perbenino, vestito con proprietà, sempre incravattato, il ragazzino si schiera subito dalla parte giusta, dati i tempi burrascosi: a sinistra. Un comunistino diverso dai compagni di lungo corso: non ha neanche la forfora che, invece, infarina le spalle dei proletari duri, inclusi quelli di redazione.
Compie una prodezza decisiva tra gli applausi dei colleghi: entra nel Comitato sindacale di testata, e si comporta da signorino. Noi cronisti che lavoravamo accanto a lui ci davamo di gomito scherzando: Ferruccio – dicevamo – sta studiando da direttore. Per noi era una boutade, per lui era un vaticinio.
Il Corinf andò in crisi e scattò il «si salvi chi può». Lui, io e altri ci rifugiammo al Corriere della Sera. De Bortoli finì in cronaca di Milano. Luogo sicuro, gloria minima. Io mi ero accomodato di malavoglia al politico sotto la guida di Carlo Galimberti, un genio.
Un giorno mi convocano Alberto Mucci e Lorenzo Pilogallo, rispettivamente vicedirettore (economico) e caporedattore centrale, un’autorità. Mi chiedono se desidero entrare nel settore economico, dove serve uno abile nei titoli. Rifiuto con un sorriso di cortesia.
Allora mi domandano: facci il nome di un collega che secondo te sarebbe adatto al ruolo. Il nome che all’istante mi viene in mente è Ferruccio De Bortoli, e lo pronuncio. Fu così che il ragazzo divenne giornalista economico. L’arrampicata sua fu relativamente rapida.
Capo redattore centrale all’Europeo, capo redattore centrale al Sole 24 Ore. Poi di nuovo al Corsera in veste di caposervizio economico, promosso successivamente caporedattore, infine vicedirettore nominato da Paolo Mieli, di cui sarà – meno che cinquantenne – successore.
Della sua vita privata non parlo, come non parlo – per decenza – della mia. Posso solo dire che si è fatto in fretta le ossa e non se le è mai fratturate.
Quando, dopo alcuni anni tempestosi, nel 2003 è costretto a dimettersi da direttore, incalzato dagli eventi e dalle mutate esigenze della proprietà, ha già pronta la poltrona di capo della divisione Libri Rizzoli. Lui un po’ ci soffre, la paga no. Il limbo dura alcuni mesi. Ferruccio si impadronisce del timone del Sole 24 Ore e se la cava egregiamente.
Finché non lo rivogliono al Corriere per affidargli – ciak 2 – di nuovo la direzione, orfana di Paolo Mieli, sempre bravissimo, ma ormai stanco della solita minestra riscaldata, e indotto dalla noia a scrivere un pezzo in cui dichiara di votare per Romano Prodi.
Anche i grandi sbagliano.
Siamo nel 2014 e De Bortoli è ancora lì, nonostante ogni cinque minuti da anni si sussurri che sarà cacciato. Figuriamoci, in Italia l’unica cosa durevole è la precarietà. Ma qualche settimana fa si apprende che l’inossidabile Ferruccio se ne andrà in aprile con 2,5 milioni di buonuscita.
E ci stupiamo che con una somma del genere in tasca egli abbia mandato in mona Renzi? Ma va’ là.
Era il minimo che potesse azzardare, visto che lo fan tutti: una fetta di Pd, i sindacati, Diego Della Valle, i vescovi, i magistrati. In caso di ribaltone a Palazzo Chigi (improbabile), De Bortoli sarà tra i vincenti. Su qualcuno bisogna pur puntare. A me un Renzi inviso a tutti e da tutti martellato comincia a diventare simpatico”.