Fiscal compact, referendum alla volata finale

di Redazione Blitz
Pubblicato il 17 settembre 2014 13:35 | Ultimo aggiornamento: 17 settembre 2014 13:37
Pareggio di bilancio: referendum alla volata finale

Pareggio di bilancio: referendum alla volata finale

ROMA – Ancora due settimane per provare a disinnescare “il pilota automatico che ci sta guidando contro una montagna”, per usare le parole dell’economista Gustavo Piga.

Il pilota è il trattato del Fiscal Compact, il più stringente dei nuovi vincoli di bilancio, e il termine ultimo è il 30 settembre prossimo. Allora sapremo se il referendum per cancellare almeno i dettagli più rigidi dell’austerità avrà superato il primo requisito: le 500 mila firme. La raccolta è coordinata dalla Cgil, che ci lavora da settimane, i banchetti popolano le piazze di tutte le città e la volata finale punta a coprire le 150 mila adesioni che ancora mancano all’appello.

Scrive Carlo Di Foggia sul Fatto Quotidiano:

Un gruppo di economisti, tra cui lo stesso Piga e Riccardo Realfonzo dell’Università del Sannio, lo ha lanciato a giugno scorso: 4 quesiti studiati per aggirare il divieto imposto dalla Costituzione di indire referendum sui trattati internazionali, qual è appunto il Fiscal Compact (che non rientra nell’ordinamento di Bruxelles). Si tratta di piccole modifiche che intervengono sulla cosiddetta “legge rinforzata”, la 243 del 2012 che ha tradotto e applicato il pareggio di bilancio (cioè il deficit/Pil a zero) pensato da Berlusconi e inserito nella Costituzione dal governo di Mario Monti . Un testo che però prevede un rigore dei conti pubblici perfino superiore a quello previsto dal Trattato.

Il fiscal compact è stato firmato nel marzo 2012 da tutti i Paesi dell’Ue, con l’eccezione di Regno Unito e Repubblica Ceca. Pochi giorni prima, il parlamento europeo ne aveva sconsigliato l’adozione esprimendo “perplessità”. Il motivo era semplice: “La sola disciplina di bilancio, sebbene sia alla base di una crescita sostenibile, non determinerà di per sé una ripresa. L’accordo dovrebbe inviare chiaramente il segnale che i leader dell’Europa sono pronti a intraprendere azioni altrettanto vigorose anche sull’altro fronte (quello della crescita, ndr)”. A due anni di distanza, però, questo non è avvenuto. Il parlamento italiano ha approvato il trattato nel 2012, nel pieno della calura estiva e praticamente senza discussione. Pochi mesi prima, il pareggio di bilancio veniva introdotto a tempo di record nella Costituzione con soli 3 voti contrari (al Senato) e la maggioranza dei due terzi in seconda lettura, impedendo così il referendum confermativo. “Perfino il Pd era favorevole – spiega il giornalista Gad Lerner, tra i primi firmatari del referendum sull’austerità – adesso almeno la minoranza ha aperto gli occhi: fu una scelta scellerata, nonostante molti intellettuali ed esponenti della società civile come Stefano Rodotà e Lanfranco Turci avessero supplicato un ripensamento”.

“Nella storia nessuno ha fatto una cosa tanto idiota come quella che ha fatto l’Europa approvando il Fiscal Compact – spiega Gustavo Piga – Ma l’Italia ha fatto anche peggio, ha stretto ancora più forte il cappio attorno al collo”. Un esempio? Mentre il Fiscal Compact prevede un vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” (cioè al netto della recessione) nella formulazione italiana compare la locuzione “almeno”. Tradotto: si può arrivare anche a zero. Il governo, per altro, ci conta. Nel Documento di economia e finanza di aprile, ha infatti previsto di passare dallo 0,6 per cento di quest’anno allo 0,1 nel 2015, per arrivare a zero nel 2016. Bruxelles ci chiede addirittura di azzerarlo entro il 2015. “Chiedono questo a un Paese che sta entrando nel suo terzo anno consecutivo di recessione, è una follia – spiega Piga – L’Italia non ce la farà e infatti per il 2015 è previsto lo 0,1, un decimale che Padoan e Renzi hanno sbandierato come un grande risultato”.

Alla luce di questi vincoli, lo spauracchio delle cancellerie europee, il famoso tetto del 3 per cento Deficit/Pil previsto dal trattato di Maastricht, appare perfino troppo generoso. Tanto più che il trattato impone di ridurre il debito pubblico eccedente il 60 per cento del Pil a un ritmo medio di un ventesimo all’anno. L’Italia dovrà farlo dal 2016, ma se la crescita non riparte il conto finale sarà insostenibile. Eppure quest’anno sarà tra i pochi a rispettare il tetto di Maastricht, e nel 2013 ha già fatto registrare l’avanzo primario (quando lo Stato spende meno di quanto incassa dalle tasse) più alto d’Europa e farà altrettanto nel 2014 (…)