Francesco Storace: “Marco Di Stefano lo cacciai da Msi”. Sviluppi tangente Enpam

di Redazione Blitz
Pubblicato il 9 novembre 2014 13:42 | Ultimo aggiornamento: 9 novembre 2014 13:47
Francesco Storace: "Marco Di Stefano lo cacciai dal Msi"

Francesco Storace con Gianni Alemanno (foto Ansa)

ROMA – Marco Di Stefano “io l’ho cacciato dall’Msi”: Francesco Storace prende le distanze dal deputato del Pd indagato per la tangente Enpam.

Storace è stato intervistato da Fabrizio D’Eposito sul Fatto Quotidiano:

Di buon mattino, Francesco Storace si è messo a ridere per l’accostamento tra lui e Marco Di Stefano sulla prima pagina del Fatto di ieri.

“Come si fa a non amare il quotidiano farlocco il Fatto?”. Ironia alla Storace, al solito. L’ex governatore del Lazio rivendica invece di essere l’unico a parlare sullo scandalo della maxi-tangente che il deputato renziano del Pd, già assessore regionale, avrebbe intascato per i palazzi affittati dal costruttore Daniele Pulcini come sede di Lazio Service, società di proprietà della regione Lazio.

Il Fatto farlocco perché ha
scritto che Di Stefano era di
centrodestra?

Guardi, che io nel 2005 me lo trovai contro perché era passato con Marrazzo.

Però prima era a destra?

Di Stefano ha un percorso che non ha nulla a che vedere con la destra. È stato con Baccini, con Mastella, poi nella Margherita.
Un periodo anche in An.

Si sbaglia, era il 1989 e c’era ancora il Msi. Si candidò a Roma per un consiglio circoscrizionale, ma capimmo che i suoi modi non erano i nostri. All’epoca, a destra si era molto selettivi.

Di Stefano democristiano e basta.

Sono e resto garantista. A me dispiace quello che è accaduto, spero che Di Stefano possa dimostrare la sua innocenza. Però mi meraviglia tutto questo silenzio politico.

Nessuno ha voglia di parlare.

La vicenda sta da giorni sui quotidiani. Ne parlano i magistrati , ne parlano i giornalisti ma non c’è dibattito tra i partiti. Capisco l’enorme imbarazzo però non c’è manco una dichiarazione di circostanza, tipo: ‘Abbiamo fiducia nella magistratura’. Manco quella.

Perché questo silenzio?

Sono terrorizzati. Se è vera, questa è la vicenda di corruzione più grande nella storia della Regione Lazio. La Polverini con Fiorito e io perché accusato di aver fatto spiare la Mussolini e Marrazzo siamo stati messi alla gogna per molto meno. Senza dimenticare che io sono stato assolto. Eppure mi ero dimesso da ministro.

Di Stefano avrebbe preso una tangente di un milione e
800 mila euro.

Più 300 mila euro al suo braccio destro, scomparso nel nulla. Questo dettaglio, se vero, mi sembra incredibile e anche su questo nessuno dice niente. Non solo nel centrosinistra ma anche nel centrodestra. Mi risulta che si è esposto solo uno di Forza Italia. E da uomo libero mi vengono dubbi e sospetti.

Quali?

Siamo sicuri che questa storia, sempre se vera, non sia l’unica? Ci sono altre compravendite o affitti?

Lei allude a un sistema?

Il sospetto c’è, perciò ho fatto un’interrogazione al presidente Zingaretti e già mercoledì la giunta risponderà in aula. Prendo atto della tempestività di Zingaretti, non me lo aspettavo, considerato l’imbarazzo generale. Adesso spero si voglia fare pulizia.

Magistrati a parte.

Sì. Quei contratti per la sede di Lazio Service valgono nove milioni di euro, calcolando anche l’Iva. Sono la metà dei vitalizi regionali su cui si fa sempre polemica. Ecco, a questo punto tu convochi l’Enpam (l’ente di previdenza dei medici cui Pulcini ha venduto i due palazzi, ndr) e rescindi i contratti in modo unilaterale.

Il filo tra Di Stefano e Lazio Service arriva fino alle scorse elezioni politiche del 2013: Nazareno Neri, revisore supplente della società regionale, è anche il mandatario elettorale del deputato renziano.

Resto a bocca aperta, questo presuppone un rapporto fortissimo. Ecco perché nell’interrogazione chiedo anche se la Regione si costituirà parte civile in un eventuale processo.

I sospetti su un sistema si consolidano.

Di Stefano è stato assessore al Patrimonio nella giunta Marrazzo, se Zingaretti davvero vuole fare pulizia deve monitorare l’attività di quell’assessorato per accertarsi che non vi siano state operazioni finanziarie o immobiliari simili a quella emersa in questa vicenda.

Storace, chi ha creato Lazio Service?

Sono stato io, ma poi dopo sono arrivati gli altri.

Michela Allegri e Valentina Errante sul Messaggero invece si occupano dei nuovi risvolti delle indagini su Di Stefano

ROMA C’è l’ombra della malavita nella scomparsa di Alfredo Guagnelli, coinvolto, insieme al parlamentare di Marco Di Stefano (adesso autosospeso), nell’inchiesta Enpam. E agli atti dell’indagine, affidata dal pm Tiziana Cugini alla Squadra mobile di Roma, spuntano gli interessi a Panama e gli appalti per il raddoppio del canale sui quali Guagnelli, come avrebbe riferito proprio Di Stefano, avrebbe puntato. A margine anche una mega operazione immobiliare andata in fumo a Roma sud. Un affare di riciclaggio finito male.

L’AFFARE

Era l’8 ottobre del 2009 quando Alfredo Guagnelli, accusato di essersi messo in tasca una tangente di 300 mila euro per la truffa Enpam, sparisce. La famiglia denuncia la scomparsa. Nell’ambito dell’inchiesta, coordinata dall’allora pm Giancarlo Amato, sarebbe stato proprio Di Stefano, all’epoca assessore regionale del Lazio nella giunta Marrazzo e indagato insieme a Guagnelli per una mazzetta da un milione e 800mila euro, a sostenere che l’amico si fosse volontariamente allontanato. «Prima di sparire si era dimostrato interessato ai lavori di raddoppio del canale di Panama», ha riferito.

La mega commessa da oltre tre miliardi di euro era stata assegnata pochi mesi prima della scomparsa dell’imprenditore a un consorzio guidato dall’italiana Impregilo. Era luglio 2009. Sono gli stessi appalti finiti anche in un’altra grossa indagine, quella coordinata dai pm di Napoli, che vede Valter Lavitola imputato per estorsione nei confronti di Impregilo e indagato per corruzione internazionale. Guagnelli è sparito senza lasciare tracce, ma gli inquirenti sembrano sempre più convinti che l’imprenditore non si sia allontanato volontariamente.

LE ALTRE PISTE

Bruno Guagnelli, il fratello più giovane dello scomparso, è certo che Alfredo sia stato ucciso. Di fatto in tanti hanno raccontato che l’imprenditore, arrestato nel 2007 per una vicenda di corruzione relativa alla vendita di cappelle al Verano, avesse un tenore di vita eccessivo e sospetto. Sullo sfondo c’erano i debiti, e qualcuno ha ipotizzato anche il riciclaggio, legato a una mega operazione immobiliare che l’uomo avrebbe dovuto portare a termine per conto di altre persone all’Eur. Ma qualcosa doveva essere andata storta, perché chi ha avuto modo di vederlo in quei giorni, lo ricorda preoccupato. Si era trovato a gestire soldi, tanti, probabilmente non suoi, forse svaniti poco prima che svanisse anche lui.

Sono state le cattive amicizie di Alfredo che hanno spinto Bruno, fino al 2007 in affari col fratello, a lasciare l’Italia e a trasferirsi in Brasile. Lui le ha spiegate dicendo che l’aria si era fatta strana. «In tanti sono venuti da me a cercarlo», ha ricordato. E forse non è un caso se pure i genitori hanno preferito vivere altrove e cambiare città, e adesso sono residenti in Sardegna. Chissà se la verità è stata raccontata completamente. A margine, poi, c’è anche la storia personale di Guagnelli che sembra rendere ancora più improbabile l’ipotesi di un allontanamento volontario: aveva 38 anni quando è scomparso, e un bambino piccolo. Sua moglie, già malata, a pochi mesi dalla sparizione, è morta. Amici e parenti escludono che abbia scelto di far perdere le proprie tracce perché «se avesse deciso di allontanarsi, non avrebbe mai abbandonato il bambino da solo», dicono.