Fuga di capitali dalla Russia: in tre mesi 70 miliardi di dollari

di Redazione Blitz
Pubblicato il 26 Marzo 2014 11:24 | Ultimo aggiornamento: 26 Marzo 2014 11:24
Fabrizio Dragosei sul Corriere della Sera: "Fuga di capitali dalla Russia: in tre mesi 70 miliardi di dollari"

Fabrizio Dragosei sul Corriere della Sera: “Fuga di capitali dalla Russia: in tre mesi 70 miliardi di dollari”

ROMA – Le sanzioni di Obama e dell’occidente spaventano la Russia. “Fuga di capitali dalla Russia – scrive Fabrizio Dragosei sul Corriere della Sera – in tre mesi 70 miliardi di dollari”.

L’articolo di Fabrizio Dragosei:

Vladimir Putin aveva messo in bilancio che l’annessione della Crimea avrebbe aggravato la situazione economica russa. Ma forse non aveva previsto le dimensioni della crisi. I capitali stanno lasciando il Paese a un ritmo preoccupante: 70 miliardi di dollari nei soli primi tre mesi dell’anno, una cifra ben superiore ai 63 miliardi dell’intero 2013. Banche e aziende russe sono fortemente indebitate all’estero e sembra che ben presto incontreranno grosse difficoltà a rifinanziarsi. E stiamo parlando di un totale che supera i 600 miliardi di dollari, di cui 100 in scadenza quest’anno, secondo il quotidiano economico Vedomosti .
Ma i segnali che arrivano dal mondo degli affari russi sono anche altri e, purtroppo per Vladimir Vladimirovich, tutti dello stesso segno. Aziende tedesche che rimpatriano i loro utili, società russe costrette a rinviare quotazioni in Borse occidentali già programmate da tempo, investimenti strategici già in fase realizzativa che improvvisamente diventano vaghe ipotesi per un possibile futuro. Se poi il Cremlino decidesse di mettere le mani su aree dell’Ucraina vera e propria, scatterebbero altre sanzioni che toccherebbero direttamente interi settori economici, come quello finanziario, dell’energia, dei materiali di difesa (Obama ha già firmato il relativo decreto). 
A tutto questo si devono aggiungere i costi per portare la Crimea al livello del resto della Russia, o almeno delle parti più povere del Paese: almeno un miliardo di dollari l’anno per l’adeguamento di pensioni e stipendi e altri due per rendere efficienti le infrastrutture. Insomma, un grattacapo che sta diventando un incubo.
Col peggiorare delle relazioni con l’Occidente, il consigliere economico di Putin Aleksej Kudrin aveva annunciato una fuoriuscita di capitali di 50 miliardi nei primi tre mesi, con una previsione di un possibile totale di 200 miliardi per l’intero 2014. Adesso il governo russo parla di quasi 70 miliardi e quindi della possibilità che a fine anno si arrivi ben al di sopra dei 200 miliardi. Chi può, non tiene i soldi in Russia, dove il rublo continua a perdere valore (nonostante gli interventi della Banca centrale per difenderlo). Dall’inizio della crisi, il cambio con l’euro è sceso da 45 a 50 rubli. Naturalmente gli oligarchi che tengono abitualmente le loro disponibilità liquide all’estero, ci pensano due volte prima di avviare investimenti in patria, nonostante le continue pressioni di Putin. Dopo Sochi, dove sono stati coinvolti pesantemente per realizzare le strutture olimpiche, sarà ora la volta della Crimea. Ma questi quattrini gettati in pozzi senza fondo finiranno per minare le loro strutture finanziarie.
Tra l’altro le aziende russe sono già pesantemente indebitate: 438 miliardi di dollari (Gazprom, Rosneft, Transneft e le Ferrovie, in primo luogo) più altri 215 per le banche. Sarà assai problematico trovare nuovi sottoscrittori dei loro bond di fronte a un possibile aggravamento delle sanzioni. È lo stesso ragionamento che hanno fatto immediatamente la consociata russa del gruppo Metro e altre aziende come Detsky Mir, il più grande rivenditore di articoli per bambini, e Obuv Rossij, prima azienda di scarpe. Le loro azioni non saranno collocate sul mercato europeo, almeno per ora. Non si sa ancora cosa farà la Credit Bank di Mosca, che pure dovrebbe andare in Borsa all’estero nel corso dell’anno.
Tutto questo porterà inevitabilmente a un rallentamento della crescita economica russa che secondo le previsioni dovrebbe scendere al di sotto dell’uno per cento annuo. A quel punto, di fronte a un concreto peggioramento delle condizioni di vita, potrebbe diminuire anche la popolarità politica di cui gode il presidente.