Furio Fusco, il fotografo delle baby squillo che fa tremare Roma. Bonini, Repubblica

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 settembre 2014 12:32 | Ultimo aggiornamento: 24 settembre 2014 12:32
Furio Fusco, il fotografo delle baby squillo che fa tremare Roma. Bonini, Repubblica

Furio Fusco, il fotografo delle baby squillo che fa tremare Roma. Bonini, Repubblica

ROMA – “In una ricorrenza fisica dei luoghi (Roma, quartiere Parioli), dei corpi e degli appetiti sessuali – scrive Carlo Bonini di Repubblica – questa è una storia che, senza esserlo, sembra virare al deja vu. Perché se in principio furono le “baby squillo”, ora il canovaccio racconta dell’Orco e le Ninfe”.

L’articolo completo:

Lui, Furio Fusco, 51 anni, fotografo romano, è prigioniero di una bulimia insieme voyeuristica e disturbata. È avido di forme perfette che se può depila, massaggia, schiuma. E non solo per il piacere che gli dà — come racconta al telefono — palpare carni intatte nel loro giovanissimo tempo, ma per il denaro facile che promettono.
Loro, in un passaparola tra Facebook e i banchi di scuola, fanno la fila di fronte alla sua agenzia di “casting per modelle” in via Livorno. Una scatola bianca di intonaci, fondali, luci, annunciata da una polverosa e opaca fama (il tipo, in passato, ha girato intorno alle kermesse di miss Italia). Un set dove, sotto una pioggia di click e flash , si “costruiscono” i book per la “celebrità” e insieme si consumano orgasmi saffici, saponatissime docce, giochi erotici con arnesi ordinatamente conservati in un armadio.
Varcano l’antro almeno in mille. Di 18, 17, 16, ma anche 15 anni. L’Orco scatta, seleziona, tirando una linea tra le “pro” e il resto di un harem che considera senza talento. Perché con poca voglia e troppe timidezze. La sera torna a casa da mamma, con cui vive da quando è nato. Magari dopo una cena in cui piazza il meglio della merce alla clientela. Un imprenditore farmaceutico che stacca mille euro per godere in solitudine la trasformazione di un bruco in crisalide, tra fard, rimmel e mutandine di pizzo. Un dirigente Rai che cerca una geisha per la sua settimana a Dubai e per questo chiede che le due migliori tra le “pro” animino un set lesbo in grado di dire l’ultima parola su chi debba essere la favorita. Un manager giapponese disposto ad arrivare a 70 mila, se il piacere, come gli viene assicurato, li può valere.
Repubblica afferra e svela la storia in giugno, con un’inchiesta del nostro Daniele Autieri. Carabinieri e Procura devono solo trasformare quel solido lavoro giornalistico in atti giudiziari. Ammanettano Fusco all’inizio di luglio (produzione di materiale pedopornografico aggravata, prostituzione minorile). E lui entra nella sezione dei “protetti” di Regina Coeli senza pronunciare verbo. Non con il gip, non con il pm. Né con il tribunale del Riesame, cui rinuncia ad appellarsi. Consapevole che quel che non ha la forza di confessare non è soltanto ciò che sa di aver commesso ed è ora in 33 pagine di ordinanza di custodia cautelare. Ma è il segreto custodito nel cellulare che gli sequestrano al momento dell’arresto. Una fotogallery di infanzia e adolescenza violate. Non più bimbe. Bimbi. 860 scatti scambiati in Rete. Poi, 10 giorni fa, una nuova ordinanza. Questa volta notificata in carcere a chi non è più in grado di nuocere. Nuove contestazioni nel solco delle prime, evidenze di un’indagine che non si è fermata. E che stavolta raccontano Fusco innanzitutto come ragno e sensale delle bimbe per conto di una rete di clienti che è l’album di famiglia di una città, di un suo quartiere, i Parioli, e della sua “borghesia” delle professioni. Uomini tra i 35 e i 55 anni, che acquistano corpi esattamente come due piste di coca, un privé o le suite di qualche grande albergo.
Dovrebbe essere tutto chiaro. E invece la storia comincia qui. Dove appunto finisce il codice penale e si fa nitido, con le testimonianze delle Ninfe, il legame insopportabile che annoda il carnefice alle sue tenere vittime. Parlano la stessa lingua. Appaiono desiderare le stesse cose. Mostrano lo stesso cinismo verso la vita. Al telefono con una delle sue “bimbe”, Fusco, che sta aspettando in studio una “novizia”, se la ride: «Siccome è la prima volta, non so come la prende, capito?». L’amica, che a spanne le è coetanea, ne magnifica il culo. E lui di rimando: «Vabbé, il culo. Come se tu non c’avessi un bel culo». La ragazza insiste: «Penso che oggi ti rifarai gli occhi». «Però il tuo culo è imbattibile. Infatti, tocca combina’. Te ne ho trovata un’altra». E lei domanda: «C’è la fila?». «Eh sì. Perché me lo stanno chiedendo tutte di fa’ ‘sta cosa. Poi, però, una c’ha il ciclo, l’altra gli esami, l’altra la maturità. Voglio vedere se stamattina vengono. Baaah, le donne». Fa lei allora: «Ti faccio una sorpresa. Arrivo in costume». Fusco va in brodo di giuggiole: «Però io te lo strappo di dosso. Questo è poco, ma certo». «E no — dice lei — perché l’ho comprato da Golden Point e l’ho pagato un sacco». «Allora te lo sfilo delicatamente, d’accordo? Meglio così? ». «Va bene», chiude la ragazza.
L’Orco va al sodo. Con tutte. L’iniziazione in studio e il book sono il biglietto necessario per partecipare alla lotteria della bella vita. «Senza genitori, fidanzati o gente che accompagni», chiosa Fusco. E del resto, basta girare sui profili Facebook delle ninfe per capire quanto scintillante appaia la méta. Il diario di A. (usiamo un’iniziale volutamente di fantasia) è un album di selfie scattati sulle spiagge, nelle camere d’albergo, sui ponti tek in degli yacht alla fonda a Porto Cervo, Ponza, Capri, piuttosto che nei backstage che il “book” ha spalancato. «Good morning, royal suite. Mervoglioso risveglio ». «Direttamente da Dubai…». «Misano. Moto Gp»; «Ieri… Fashion week». Mentre i post di B. (anche questa un’iniziale di fantasia) sono un breviario del carpe diem . «Imparerai a tue spese che lungo il tuo cammino incontrerai ogni giorno milioni di maschere e pochissimi volti». Oppure: «Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri. L’Amore è una forma di pregiudizio: si ama quello di cui si ha bisogno. Quello che ci fa comodo». Non hanno vent’anni, ma parlano con il cinismo di chi ne ha sessanta. E ricordano come un calco le due “baby squillo” dei Parioli. Che, del resto, vengono dalle stesse scuole (il classico Giulio Cesare e il liceo privato Kennedy) e frequentano gli stessi locali, in un pendolo tra il “Met” e “lo Zio d’America”. Tra Parioli e Talenti. Già santuario nero della città e ora cuore della sua tenebra.
E però c’è qualcosa di diverso in questa storia. Che non è un dettaglio. Nella biografia delle Ninfe dei Parioli — almeno quelle sin qui identificate dai carabinieri — non c’è, almeno sulla carta, la storia di un lutto o la disperazione di madri sole che facevano da quinta all’adolescenza delle due “baby squillo”. Ci sono famiglie dalle case e i cognomi importanti. Dove il vuoto ha altre unità di misura, ma sempre vuoto resta.
«Quando desideri qualcosa, tutto l’Universo trama affinché tu realizzi il tuo desiderio», scrive A. La domanda diventa allora “che cosa desideri”. L’Orco lo aveva capito. Come i suoi clienti.