Gabriele Lavia in scena con la figlia Lucia: “Il teatro è fatica”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Gennaio 2015 11:15 | Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio 2015 11:15
L'articolo della Stampa

L’articolo della Stampa

ROMA – Gabriele Lavia con sua figlia Lucia, nata dall’unione con Monica Guerritore, porterà in scena “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello. L’intervista di Simonetta Robiony per la Stampa.

Lavorare in famiglia vi rende più orgogliosi o più imbarazzati?
Lavia padre: «Il teatro è fatica: non c’è spazio né per l’orgoglio né per l’imbarazzo. Lucia, mia figlia, è solo un po’ più strapazzata degli altri giovani della compagnia. Ma la sua parte la fa bene. Lucia, a 22 anni, è veramente una ragazza. Nessun confronto possibile con sua madre Monica, che quando fece quel ruolo era una adulta. Da Lucia pretendo la stessa concentrazione degli altri. Torna mia figlia la sera, quando andiamo a cena noi due».
Lavia figlia: «Mio padre è un maestro: lavorare con lui significa imparare. E questo mi fa piacere anche perchè mi tratta come tratta tutti: quando lavora mio padre è concentrato sullo spettacolo e se mi ha scelta perché mi riteneva giusta. So che mia madre ha recitato anni fa nello stesso ruolo. Non l’ho potuta vedere in scena perché ero nata da poco, ma non mi ha dato neanche consigli perché le sembrava inutile: lei aveva un altro regista. È venuta a Firenze e mi ha applaudita».
Cominciare a fare teatro oggi e cominciarlo a fare quaranta anni fa: meglio o peggio?
Lavia padre: «È complicato. Non me la sento di dare giudizi definitivi. Anche per me è stata dura, ma sentivo di poter contare sui colleghi. La mia prima regia fu un Otello al Metastasio di Prato: mi aiutarono tutti. Oggi i giovani mi sembrano più soli anche se ci sono decine di scuole che pretendono di insegnare questo mestiere. Allora c’era l’Accademia “Silvio D’Amico” e basta. Ma che si insegna? È assurdo: ognuno ha il suo metodo. Si sfornano tanti giovani, a volte perfino di talento, spesso destinati a diventare dei frustrati o degli illusi. E in futuro pare che ogni teatro stabile dovrebbe avere la sua scuola. Mah! Il teatro lo vedo combinato maluccio».
Lavia figlia: «Fin da quando ero piccolissima, a differenza di mia sorella Maria che si occupa invece di storia dell’arte, io volevo recitare. Non so se è perché sono cresciuta in una famiglia di attori, so che questo era il mio desiderio più forte. Dai racconti che mi fanno i grandi mi pare che oggi manchino scambi, curiosità, invenzioni, fantasia, e pure soldi. Mi appare più chiuso, il teatro, oggi. E il mestiere di attore, precario per definizione, ancora più precario di un tempo. Ma questo è un problema che riguarda tutti i giovani, qualunque attività scelgano di svolgere. C’è un gap insuperabile: da una parte quelli che hanno talento ma non riescono a dimostrarlo, dall’altro quelli che li cercano e non riescono a trovarli. Mi pare un mondo asfittico. Per me va bene. Stavolta ho un ruolo importante, il più impegnativo tra i sei che ho fatto. Ne sento la responsabilità sulle spalle. E so da mio padre che per recitare occorre disciplina anche nella vita. Niente genio e sregolatezza. Nessuna serata con gli amici. Mai bere. Andare a letto presto. Restare concentrati. Recitare è come fare sport: devi esercitarti ogni giorno».