Gaia Straccamore: “Crisi, invidia e dispetti. La dura vita da ballerina”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 gennaio 2014 11:57 | Ultimo aggiornamento: 13 gennaio 2014 11:57
Gaia Straccamore: "Crisi, invidia e dispetti. La dura vita da ballerina"

Gaia Straccamore: “Crisi, invidia e dispetti. La dura vita da ballerina”

ROMA – Gaia Straccamore, romana, 35 anni, è appena stata nominata étoile del corpo di ballo dell’Opera di Roma. Questa l’intervista al Corriere della Sera:

Ma questa crisi dell’Opera romana, i 26 milioni di debiti (al netto dei crediti), gli incarichi multipli, le spese folli… 
«Non possono non riflettersi nel nostro lavoro. C’è un’atmosfera tesa, di paura, anche di rabbia perché non si capisce dove siano finiti tutti quei soldi e la gente magari pensa che facciamo una vita da nababbi. In sartoria la situazione è insostenibile, non hanno la stoffa dei vestiti per i fornitori non pagati. Dieci milioni di buco in un anno è una cifra da capogiro. Le notizie sono discordanti a seconda del sindacato che te le dice».
Anche la danza è sindacalizzata? 
«Sì, io mi sono tolta, non ne potevo più. Però la meritocrazia può esistere, ne sono l’esempio dal momento che non sono iscritta a niente. L’unica cosa che dovremo evitare è la guerra tra gli artisti».
Come hanno reagito alla sua nomina nel corpo di ballo? 
«Alcuni sono felici, altri meno. Me l’aspettavo. Alla fine il problema non è mio. Il fatto che abbiano ripristinato una figura vacante come l’étoile è un segnale positivo; circolano le voci più diverse, c’è chi dice che perderemo il lavoro, un senso di panico che non giova alla produzione. In alcune recite Il lago dei cigni è andato in scena su base registrata per la protesta dell’orchestra. Non c’è paragone nel ballare con musica dal vivo. Una dimostrazione che la danza conta poco: non si sciopera per un’opera lirica. Non siamo in tante qui che vediamo l’opera, a me piace, lo dico sempre: in fondo dobbiamo scendere solo quattro piani».
Nella coreografia di Bart, da Petipa e Ivanov, lei è la regina. 
«Diventa il cardine della storia, il dramma è costruito attorno alla regina madre che ha un amore morboso per il figlio».
«Il cigno nero», il film sulla danza? 
«L’ho seguito per spezzoni, troppo dark.. Ho vissuto le cattiverie sulla mia pelle. Durante un cambio di scena, mi hanno tagliato i lacci delle scarpette che dovevo cambiare. Io non dico di non aver mai provato invidia per qualche ballerina, anche per chi non è una star. Ma è un’invidia sana, piena di ammirazione».
L’anoressia nella danza? 
«Esiste. Non siamo considerati come gli atleti o i calciatori, non esiste un team di medici, nel cibo ci arrangiamo col passaparola. Ma tra noi e le ginnaste c’è un abisso. E la differenza è l’anima».
Il sogno di Eleonora Abbagnato è di dirigere il corpo di ballo romano, ma il ruolo è ricoperto da Misha van Hoecke. 
«Eleonora è ancora giovane, è impegnativo dirigere una compagnia così importante, con tutti i problemi di un ente lirico. Bisogna avere una certa preparazione. Ha ancora un po’ di anni per impegnarsi come ballerina».
In Italia non c’è una rivalità così feroce come al Bolshoi. 
«Il direttore artistico sfigurato dall’acido? È l’aggressione fisica più brutale».
Per la Volochkova, il Bolshoi è lo specchio della Russia di oggi: loro, le ballerine, usate come escort per fare carriera. 
«Ma lì c’è anche un profondo rispetto per ciò che rappresenta la danza, chi la vive da dentro è abituato alle cattiverie, alle pressioni psicologiche, che non giustificano certo vicende del genere. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che mi ha forgiato: papà non mi mandava ad allenarmi se non facevo i compiti; dalla mamma napoletana ho avuto in dono l’allegria. E mio nonno, l’emblema della dolcezza, mi accompagnava ogni giorno in teatro a lezione, oggi sarebbe pazzo di gioia per la nipote étoile».

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