Giallo kazako, Napolitano, Alfano e Letta: prime pagine e rassegna stampa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Luglio 2013 8:55 | Ultimo aggiornamento: 19 Luglio 2013 8:55

Il Corriere della Sera: “Non fate cadere il governo. Napolitano avverte i partiti.” La confusione e le inefficienze. Editoriale di Michele Ainis:

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“Dal male nasce il bene, recita un vecchio proverbio. Il male è il caso Shalabayeva: una vicenda che ci ha fatto diventare rossi di vergogna. Il bene alberga nel dibattito che ne è scaturito, scoperchiando il vaso di Pandora dei rapporti fra politica e amministrazione. Però anche dal bene può nascere il male. Succede quando le diagnosi si rivelano fallaci, quando perciò le terapie possono infliggere il colpo di grazia all’ammalato, invece di guarirlo.
Ma perché, non è forse vero che in Italia l’alta burocrazia ha troppi poteri? Certo che sì, e l’espulsione di quella giovane mamma con la sua bambina — decretata dopo un giro di valzer fra dirigenti del ministero dell’Interno e della Polizia di Stato — ne costituisce la prova provata. Le opposizioni hanno reagito chiamando a risponderne il ministro, secondo le regole della democrazia parlamentare; dimenticando che una crisi di governo, mentre tutto il Paese è in crisi, sarebbe una sciagura. Per un momento l’ha dimenticato anche il Pd, benché questo partito esprima il presidente del Consiglio. Poi Napolitano ha richiamato tutti alla realtà, e almeno per adesso il pericolo parrebbe scongiurato. Però alla fine della giostra resta un delitto senza un assassino. E in secondo luogo rimane in circolo il sospetto — di più, la convinzione — che ministri e ministeri vivano in stanze separate. Da qui la debolezza dei governi, da qui l’arroganza delle burocrazie. Da qui, in breve, l’esigenza di mettere un guinzaglio politico al collo dei grand commis di Stato.”

Ma il doppio segnale non ferma chi lavora per il logoramento. La nota politica di Massimo Franco:

“È prevedibile che il voto di oggi sarà poco più di una formalità. Il ministro dell’Interno e vicepremier, Angelino Alfano, non sarà sfiduciato. E il governo di Enrico Letta andrà avanti. Ma sono stati necessari giorni di tensioni febbrili, soprattutto nel Pd, per riportare tutti alla ragionevolezza; e soprattutto la regia discreta ma decisiva di Giorgio Napolitano, che ieri ha speso parole dure fin quasi alla brutalità nei confronti di quanti hanno accarezzato e forse continuano a sognare «ipotesi fumose» di crisi. Mettere a repentaglio questo governo provocherebbe «contraccolpi irreparabili nelle relazioni internazionali» ha avvertito, «e nei mercati finanziari».
Letta è un premier che sta ottenendo «riconoscimenti e apprezzamenti», ricorda Napolitano. E lascia capire che non coprirebbe operazioni tese a farlo cadere. È probabile che questo non basti ad archiviare i tentativi di logoramento nei confronti di palazzo Chigi, né le trappole. La guerriglia congressuale del Pd è in corso, e il Pdl rimane appeso alla sentenza della Corte di Cassazione su Silvio Berlusconi, il 30 luglio. Ma l’altolà è forte e inequivocabile. Tanto che viene da chiedersi perché sia stato necessario far lievitare le polemiche fino al punto da costringere Napolitano a riportare tutti alla realtà; e come mai Matteo Renzi e i suoi maldestri sostenitori abbiano sottovalutato il ruolo di garante svolto dal Quirinale verso Letta.”

Alfano, il grande sollievo del Pdl Berlusconi regista del salvataggio. Scrive Paola Di Caro:

“Abbiamo vinto il congresso del Pd e rafforzato il nostro segretario Giorgio Napolitano: meglio di così non poteva andare». La battuta di Maurizio Gasparri la dice lunga sulla soddisfazione con cui in casa Pdl è stata vissuta la conclusione del caso Alfano. Difeso da tutto il partito, blindato da Berlusconi, protetto da Letta e coperto nel suo operato direttamente dal capo dello Stato. «Oggi — è la convinzione di Anna Maria Bernini — il governo è più forte e i falchi del Pd si sono dovuti piegare». «Noi invece — aggiunge Daniela Santanchè — ci siamo dimostrati quali siamo, granitici, con un leader forte come Berlusconi. Loro si sono lacerati, si stanno dilaniando». Insomma, il Pdl oggi rivendica quel «senso di responsabilità perché il governo vada avanti a risolvere le esigenze del paese», con voce unica, da Schifani a Brunetta a Cicchitto. Poi certo, non è tutto oro. Perché basta leggere quello che scrive il Financial Times nel suo editoriale, ovvero che «Letta deve restare» perché serve stabilità politica ma Alfano «dovrebbe dimettersi» per capire quanto il caso sia grave. Perché dietro le quinte in tanti sussurrano che «la botta che ha preso Alfano lascerà il segno sulla sua carriera», e qualcuno ipotizza addirittura che la vicenda «non sia finita qui», che potrebbe avere altre conseguenze. Ma se Alfano avrà, come dicono i più teneri, «almeno vita dura, molto dura al Viminale», non c’è dubbio che un passaggio rischiosissimo per il Pdl si trasformi oggi per Berlusconi in un pericolo scampato.”

La prima pagina de La Repubblica: “Il Pd salva Alfano e il governo.”

La Stampa: “Napolitano: avanti con Letta.” Il rifiuto delle scorciatoie. Editoriale di Paolo Calabresi:

“Giorgio Napolitano è come se guardasse alla situazione da lontano, o forse sarebbe meglio dire dall’alto. Dall’alto dei suoi 88 anni, dei sessant’anni di vita politica, da quella distanza che ha chi non cerca altri incarichi, altre prospettive, ma essendo già in un tempo supplementare gioca il pallone nel modo più diretto e efficace possibile. Dal suo punto di vista si vede con chiarezza, e lo ha sempre detto senza giri di parole, il fallimento delle ultime legislature.”

Navalny già in cella Condannato a 5 anni il blogger anti-Putin. Scrive Anna Zafesova:

“Ammanettato in aula e portato in carcere: con una sentenza choc Alexei Navalny ieri si è trasformato in un detenuto politico. Cinque anni (quattro al co-imputato Piotr Ofizerov) senza condizionale e incarcerazione immediata senza nemmeno aspettare l’appello, come ci si poteva aspettare dopo che nei giorni scorsi il leader dell’opposizione era riuscito a diventare candidato alle elezioni del sindaco di Mosca, previste l’8 settembre. Una svolta improvvisa, che ha riportato ieri nelle piazze russe la protesta – il centro della capitale è rimasto bloccato per ore da migliaia di persone – e che ha spinto in serata la magistratura a contestare il provvedimento cautelare. Oggi Navalny potrebbe tornare libero a guidare uno scontro che si è riacceso con un Cremlino che appare più diviso del solito.”

Il fallimento di Motor City Detroit schiacciata dai debiti. Dal corrispondente Paolo Mastrolilli:

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“Detroit dichiara bancarotta. Dopo anni di difficoltà economiche, e negoziati per ristrutturare il suo debito di circa 20 miliardi di dollari, l’amministratore straordinario della città Kevyn Orr ha annunciato che l’unica via percorribile è quella di accettare il fallimento. Questa decisione, per quanto dolorosa, consentirà infatti di ridurre i costi di gestione, proteggersi dai creditori e poi, forse, tornare ad investire nel futuro. Detroit è la più grande città nella storia degli Stati Uniti che dichiara bancarotta. È stata fondata trecento anni fa, e nel 1950 era arrivata ad avere 1,8 milioni di abitanti. Al momento del suo massimo splendore era la quarta città americana più grande, spinta soprattutto dai proventi dell’industria automobilistica.”

Il Fatto Quotidiano: “Re Giorgio dà gli ordini a Parlamento, PD e stampa.” Editoriale di Marco Travaglio:

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“Ma in base a quale potere costituzionale il capo dello Stato impartisce direttive alla stampa perché tradisca la sua missione di fare domande e dare notizie? Viene quasi nostalgia del Minculpop, che almeno le veline ai giornali le passava con più discrezione. E comunque tutti sapevano di vivere sotto una dittatura. Oggi la democrazia muore, ma a nostra insaputa..”

Il Giornale: “Renzi si mette a cuccia.” Il paese reale e quello surreale. Editoriale di Vittorio Feltri:

Esiste un solo motivo per supporre che il governo Enrico Letta non sia in perico­lo: è nato con i crismi della precarietà e, siccome in Italia l’unica cosa stabile è la provvisorietà, l’attuale premier e la sua squa­dra hanno molte probabilità di durare non dicia­mo in eterno, ma a lungo sì. D’altronde il Paese ha due volti: uno surreale, che viene preso sul se­rio; l’altro reale, assolutamente sottovalutato. Il primo è quello a cui la politica dedica la massima attenzione; il secondo, essendo lontano dal Pa­lazzo (sempre più nevrotico e inconcludente), è trascurato perfino dai giornalisti i quali, per de­formazione professionale, preferiscono descri­vere e commentare le liti dei partiti piuttosto che interessarsi ai problemi della gente. In questo senso, politici e cronisti a forza di fre­quentarsi, di lavorare gomito a gomito, si somi­gliano. Cosicché, paradossalmente, il surreale è davvero più importante del reale. Qualche esem­pio.”