Giampietro Manfredini condannato per abusi. Giudice: “Lupo e maschilista”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 17 febbraio 2014 12:52 | Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2014 12:52
Giampietro Manfredini condannato per abusi. Giudice: "Lupo e maschilista"

Giampietro Manfredini condannato per abusi. Giudice: “Lupo e maschilista”

MILANO – “Un lupo che ha costruito un clima di macelleria ambientale e relazionale“. Queste le motivazioni del giudice Fabio Roia, del tribunale di Milano, che ha condannato Giampietro Manfredini a 10 anni per l’accusa di abusi sessuali su tre sorelle e sue dipendenti.

Davide Milosa sul Fatto quotidiano scrive:

Il racconto, terribile, inizia così: “Mi ha toccata, lui se n’è andato, camminavo dietro a lui e gli ho detto: senta signore, lei non mi deve toccare e lui mi aveva risposto: ma va, guarda, qua è così”. Il senso è chiaro: “Devi soltanto darmela, qua in Italia è così, nessuno ti darà un posto di lavoro, nessuno ti farà quello che io vado a fare per te, se no vai via”. Le parole sono quelle di Rebeca, una donna sudamericana che assieme alle due sorelle ha lavorato nella ditta di materiale plastico di Giampietro Manfredini, nato a Melzo nel 1938, condannato in primo grado a dieci anni di carcere per violenza sessuale e maltrattamenti”.

Fabio Roia, presidente della Nona sezione penale del tribunale di Milano, nella sentenza emanata il 29 gennaio nei confronti di Mandredini scrive:

“E dove Manfredini viene descritto come un “lupo” che ha “costruito” un “clima di macelleria ambientale e relazionale”, tenendo, per anni, un comportamento ispirato “da una concezione quasi schiavista del ruolo della lavoratrice donna, sempre potenzialmente oggetto di attenzioni di tipo sessuale”. Non solo. Secondo la Corte, Manfredini era riuscito a creare “un rapporto di imposta sudditanza personale della vittima nella costante minaccia di licenziamento e di interrompere il processo di regolarizzazione personale e familiare che le donne avevano intrapreso per radicarsi con i loro cari in Italia”.

La vicenda inizia nel 2001, quando Rebeca viene assunta a Milano da Mandredini. Tra il 2001 e il 2003 anche due sorelle di Rebeca vengono assunte e da subito, scrive Milosa, sarebbero iniziate le minacce e le pressioni psicologiche:

“L’argomento di Manfredini è sempre lo stesso. “Guarda, tu me la devi dare, tu devi venire con me a letto se vuoi che ti sistemi, che faccia venire i tuoi figli, se no dimenticati di tutte queste cose che ti ho detto (…) tu domani devi venire e me la devi dare assolutamente”. Parole riferite da una delle tre sorelle e messe a verbale durante le udienze del processo iniziato il 12 giugno 2013. La donna prosegue nel descrivere la violenza: “Ho fatto quello che ho dovuto fare sopra una scrivania che era il posto dove lui se ne approfittava, voleva farlo ogni giorno”. Una situazione, ragiona il giudice, “decisamente drammatica” e dove, soprattutto la prima delle tre sorelle, “è stata costretta a una vera e propria sottomissione sessuale violenta da parte dell’imputato”.

Rebeca racconta ai giudici:

““Mi diceva: chi cazzo ti credi di essere? Mi spintonava. Non vedi che io sono un uomo importante, non sai quante ragazze vogliono fare sesso con me!”. Il risultato di quello che il giudice definisce “un mobbing padronale” è stato trascinare le donne “sull’orlo del suicidio a causa di una storia devastante che le ha tolto completamente la capacità di godere della vita”.

Quando Martha, sorella di Rebeca, rimane incinta, Manfredini va su tutte le furie, scrive Milosa:

““Quel – la lì deve andare via di qua, quella puttana. Quello che ha dentro (…) quello che ha la tua sorella ha una scimmia”. Il marito della donna, spiega sempre Rebeca, “è un signore di colore molto scuro di pelle”. Questa la vicenda alla quale si aggiunge l’atteggiamento tenuto in aula da Manfredini e che “non ha dimostrato alcun segnale di presa di coscienza del disvalore di un atteggiamento quantomeno di natura padronale nelle relazioni con le sue dipendenti limitandosi”.

Manfredini è stato condannato in primo grado a 10 anni di carcere e a versare alle donne un risarcimento di 350 mila euro, 150 mila euro e 80 mila euro.