Gigi D’Alessio: “Beatles o Rolling Stones? Non lo so. Però conosco Rosario Miraggio”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 9 Giugno 2015 9:07 | Ultimo aggiornamento: 9 Giugno 2015 9:07
Gigi D'Alessio (foto Ansa)

Gigi D’Alessio (foto Ansa)

ROMA – “Il successo non è arrivato all’improvviso -racconta, intervistato dal Fatto Quotidiano, Gigi D’Alessio – è stato costruito, faticato, giorno dopo giorno; se uno ha conosciuto la gavetta, questo problema non se lo pone. Lo dico sempre ai miei figli: avete trovato il letto già fatto. Dove sono cresciuto, prima di salire le scale, si battevano i piedi per cacciare i topi”.

I suoi pomeriggi di allora?

Giocavo a pallone nella piazzetta, la porta era l’entrata della chiesa, ogni tanto il parroco usciva e urlava.

Sembra un’immagine della serie televisiva “Gomorra”.

Certe situazioni le conosco bene, ci sono cresciuto. Ho anche letto il libro di Saviano, per me niente di nuovo, perché Gomorra ti mette davanti due strade, quasi ti lascia la libera scelta: tra una notte da Re e la vita che ti consente di dormire con la testa sul cuscino.

Pure chi sta con la testa sul cuscino non vive sereno.

Napoli è lacrime e zucchero, una delle più belle città al mondo, ma edificata sopra un vulcano pericolosissimo, vive tra bene e male, è una perenne contraddizione.

Al Fatto Lello Arena ha spiegato: “Ai miei tempi, con Troisi, lavoravamo sulla lingua napoletana, sulla nostra cultura, mentre oggi gli pseudo artisti rendono Napoli una macchietta”.

Troisi parlava in dialetto anche durante le interviste, anzi in lingua napoletana. Oggi si sta un po’ perdendo, ci siamo italianizzati. I primi anni trovavo i veti dalle radio, dicevano: “Si sente che sei napoletano”.

Nonostante Pino Daniele?

All’inizio è così, se poi diventi conosciuto puoi cantare pure in cinese, perché c’è chi è bravo perché è famoso, e chi è famoso perché è bravo, così ci sono canzoni trasmesse in radio solo per l’importanza del cantante, non per la bellezza.

Magari capita con artisti del livello di Tiziano Ferro.

Lui è uno di questi, anche se è bravo. Ma la stessa storia avviene con altri big. Comunque ora sto costruendo un progetto in napoletano, ci riesco grazie ai venti milioni di dischi venduti e dopo aver creato una serie di rapporti.

Lei è spesso al centro di cronache e polemiche, molto più dei suoi colleghi.

Ha inciso Internet, oggi con una tastiera ti senti padrone di sparare merda su tutti, anche su me e il Papa.

Cosa vi accomuna?

Una foto insieme: ero in piazza San Pietro, si è avvicinato e ci hanno immortalato, tutto felice l’ho pubblicata sul sito e ho trovato uno che mi ha scritto “siete due merde”. Gli ho risposto: “Va bene detto a me, ma al Papa no!”

Ha foto con Berlusconi…

Avevo un debito con lui: anni fa l’ho contattato perché mio fratello era gravemente malato, volevo un consiglio medico, aveva avuto lo stesso problema. Mi ha dato tutta la disponibilità, e per ringraziarlo ho accettato un concerto a Napoli. E lì ho capito…

Cosa?

A evitare la politica, non schierarmi, perché scoppia il finimondo. A me manca la cazzimma, non riesco mai a calcolare le conseguenze.

Ora appoggia Pannella.

Ho visto un documentario e ho capito quanto ha dato all’Italia, agli altri. Ovviamente non fumo marijuna.

Mai un tiro?

Mai! Lo giuro sui miei figli, in questi anni mi hanno accollato di tutto, anche del cocainomane, ma non ho mai acceso una canna, e solo per paura, la curiosità c’è.

Paura di cosa?

Mamma ha sempre detto: evita la droga e acquista una casa.

Il mattone è da vero italiano.

Assolutamente. Infatti con i primi soldi ho comprato l’appartamento che sognava, ma troppo tardi: è morta prima di vivere questa soddisfazione.

Torniamo a Pannella.

Ho iscritto pure due collaboratori, il mio era un “grazie” per quanto fatto al Paese, poi lui è un tipo particolare, è uno che parla, parla, parla. Se gli dai il “la” sei finito. Ma non si è arricchito, ed è uno dei pochi.

Quante richieste di aiuto le arrivano?

Se guarda il computer impazzisce per numero e toni. Una volta apro un’email in inglese, e capisco che è la richiesta di un concerto a Mosca. Così chiedo alla mia collaboratrice di tradurla, e scopro che è di una mia fan siberiana e vuole una stufa: ha freddo. Richiesta esaudita.

Verità o invidia: dicono che la prima volta ha riempito il San Paolo grazie a biglietti gratis.

Se vuole andiamo alla Siae e controlliamo i documenti. E comunque puoi anche regalarmi un biglietto, ma se lo spettacolo non mi piace, non vado. Al contrario se guarda le riprese di quella sera, troverà quarantamila persone che cantano, potevo restare zitto, potevo anche solo accompagnarli con il pianoforte. I biglietti li ho realmente venduti porta a porta, uscivo con mia sorella e suonavamo ai citofoni.

Insomma, è circondato da invidiosi.

Napoli è una città complicata, non troverà mai, o quasi, delle collaborazioni tra artisti. Bologna il contrario, è un continuo: Dalla e Morandi; o Dalla e gli Stadio, poi Bersani, Carboni. A Napoli è tutto un baci e abbracci, ti giri e sono coltellate.

È stato contrapposto a Pino Daniele.Uhhhh, ma se nasco fan! Siamo nati a venti metri di distanza. Comunque Pino detestava il gossip, era un orso buono, uno tranquillo, pigro, se lo invitavi a casa rispondeva “noo, nun me fa venì, sennò dopo me tocca ritornare”. Non avrebbe voluto quello strazio per i funerali.

Quindi eravate amici.

Abbiamo passato dei capodanni insieme, abitava qui vicino, ogni tanto mi chiedeva mozzarella e friarielli.

Però niente collaborazioni.

Con lui sì, ha scritto una canzone per me e Anna. Ma a parte Pino, non sa quanti rifiuti ho ricevuto nella mia carriera: ho pochi amici cantanti, e quelli che ho, me li tengo stretti.

Quale “no” l’ha particolarmente ferita?

Una volta Massimo Ranieri è stato ospite di un mio programma Tv, poi l’ho chiamato di nuovo per una serata su Canale 5. E lui: “Volentieri, ma ho quattro serate in Rai. Perché non vieni tu?”. Va bene. Poi non l’ho più sentito, dopo la prima puntata gli mando un sms: “A faccia du cazz”, voleva essere un complimento, perché Massimo è un grande. E lui: “Conosco questa espressione, chi sei? Non ho il numero”. Sono Gigi D’Alessio. Nessuna risposta…

Meglio tv e concerti, i dischi non si vendono più.

Rido quando mi dicono: “Oh, hai venti milioni di visualizzazioni su youtube, dieci milioni di like”. L’altro giorno è arrivato l’estratto conto della Sony rispetto a cinque milioni di download: 1.300 euro. E di me girano centinaia di canzoni.

Le ricorda tutte?

Abbastanza. Una canzone è come un film, per ognuna di loro so quando l’ho scritta, perché, dove, in quale sequenza, e quando dal vivo sbaglio un passaggio, è perché magari canto la prima versione.

Le cambia molto?

No, all’ottanta per cento scrivo di getto, poi modifico qualche parolina. Ma negli errori ho una fortuna: il pubblico le sa a memoria, il pubblico è il mio “gobbo”, quando canto spesso guardo il labiale della prima fila. È stato fondamentale per la tournée “A gentile richiesta”, la mia più divertente.

Con il pubblico a scegliere la scaletta.

All’ingresso consegnavano una brochure con duecentocinquanta canzoni, e i fan a indicare quale volevano: erano in programma 30 serate, sono diventate 84; una sabato ho programmato due concerti in un giorno, pomeridiana e serale.

Bella resistenza.

Ma io arrivo dai matrimoni, non mi spaventa nulla. Una domenica di tanti e tanti anni fa, ho cantato a sedici cerimonie.

Come è possibile?

Nel napoletano ci sono ristoranti con più sale: mezz’ora ognuno, dieci canzoni, e via il prossimo. Conosco quasi tutto della canzone napoletana, compresi i neomelodici. Alcune volte sono arrivato a fine giornata senza la forza di raccontare neanche una barzelletta.

C’è qualche neo-melodico dalle potenzialità sottovalutate?

A Napoli, solo a Napoli, si scrivono un numero di canzoni pari a tutto il resto d’Italia. Molti sono bravi, ma un certo giornalismo li ha ghettizzati, li ha piazzati in quarantena senza neanche conoscerli, li ha resi musicisti di Serie C.

Non li trova monotematici?

Anche le canzoni italiane parlano quasi sempre e solo d’amore, e io le conosco bene, mentre sugli stranieri mi perdo.

Beatles o Rolling Stones?

Non lo so. Però conosco Rosario Miraggio.

Un aiuto: chi è?

A Napoli i ragazzi lo mettono al pari di Tiziano Ferro, hanno il suo poster attaccato alle pareti. Ed è bravo, poi ha sposato mia nipote… Aspetti, meglio se cambiamo esempio: Gianluca Capozzi, stessa storia. Insomma, Napoli è un’altra realtà. Poi è chiaro che se giri il mondo, cambi aria, mutano le ispirazioni, i confronti, gli spunti per le canzoni.

Oltre alla musica conosce il business?

Ho imparato a vendere e difendere il mio prodotto. Ho imparato a crederci. Sono bravo se ci confrontiamo in chiave professionale, ma se ci sediamo a tavola, e superiamo il confine del rapporto umano, divento vulnerabile, e lì rischio di darti il cuore, l’anima e un pezzo di culo.

In questi casi è la donna che hai accanto a limitare i danni.

Ma io sono un uomo del sud… (cambia discorso) Sono l’unico, a un certo livello, senza manager, ma con quindici collaboratori fissi. La mia è un’azienda. E sento la responsabilità di queste persone. Le va di guardare un servizio Tv?

(Mette su video con la sua storia in pillole. L’esordio. Il primo successo. Sophia Loren, Anna Tatangelo. “Adesso lo vuole un caffé?” Va bene, grazie. Maradona. Sanremo. Ancora Sanremo. Loredana Bertè. Il duetto con Baglioni: “Il mio primo figlio l’ho chiamato Claudio”. Due serate a New York, Liza Minelli, Silvester Stallone e altri).Nel servizio c’è spesso Lucio Dalla.

Persona straordinaria, un signore, un amico vero, un grandissimo artista, riusciva a passare dalla classica al pop, al rock con una facilità unica. Perché la musica è come una donna nuda, poi le fai indossare un giubbino di pelle e diventa rock; l’abito da sposa ed è romantica, il tailleur ed è chic, ma sotto resta sempre una donna nuda.

Quindi?

Non esistono dogane tra generi musicali, la musica è musica, esistono le basi del mestiere, e non mi mancano. Non sono uscito dal Grande Fratello, ho studiato per anni, ma sto sulle palle a prescindere a chi non mi conosce. Eppure trovatemi qualcuno nato artisticamente vent’anni fa e ancora qui.

Ligabue venticinque anni fa.

Altra storia, negli ultimi vent’anni ci sono solo io, anche se non canto i Rolling Stones e i Beatles, ma conosco la musica: quando mi siedo davanti a un pianoforte so scendere di mezzo tono, quando la maggior parte degli artisti utilizzano la tecnologia. Un posto in questo mestiere lo merito. E do lavoro. Sa a quanti?

Qualche centinaio di persone?

In vent’anni ne ho calcolate circa ottantamila: per le tournée nei palazzetti ne chiamo 150; 300 per i campi sportivi; 600 per gli stadi. Quest’anno a piazza del Plebiscito erano 1600 di staff; intorno a me, mediamente e ogni anno, girano mille persone, e non calcolo l’indotto. E sa da dove nasce tutto? Da un foglio di carta bianca e un pianoforte. Mentre a chi mi scassa u cazz vorrei dirgli: “Ma tu che hai fatto nella vita?”.

Nei concerti spesso i fan piangono: facile montarsi la testa.

Non sa quanto. Mi sono anche trovato a cantare nell’orecchio di una ragazza in coma da 52 giorni, e si è svegliata.

Davanti a lei?

Sì, ma non è l’unico caso, è accaduto anche ad altri colleghi: è la musica. (Entra Anna Tatangelo, tutina e capelli raccolti: pronta per una corsa. “Tutto bene?” Sì, amore. “Allora ci vediamo dopo”) Quanto mi hanno rotto con la nostra storia, è un massacro, sia per me che per lei.

Siete gossip allo stato puro.

Lo so, ma ci hanno danneggiato. Se ci vediamo una sera a cena le racconto altro. Ah, cucina Anna, io sono un uomo del sud.