Giordano Bruno Guerri: “Bernardo Caprotti? Abdicare in famiglia non è un dovere di padre”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 Novembre 2013 12:06 | Ultimo aggiornamento: 30 Novembre 2013 12:08
Giordano Bruno Guerri: "Bernardo Caprotti? Abdicare in famiglia non è un dovere di padre"

Giordano Bruno Guerri: “Bernardo Caprotti? Abdicare in famiglia non è un dovere di padre”

ROMA – Lo storico Giordano Bruno Guerri scava nella vicenda di del patron di Esselunga, Bernardo Caprotti (e la storia dell’eredità ai figli) ma, soprattutto, scava, indaga nell’animo degli italiani:

Lasciare i miei beni materiali sarebbe dunque un atto d’amore al minimo sindacale dell’amore. Ma ragionerei, e ragionerò, in un modo diverso su altri lasciti: i miei libri, i miei documenti e gli autografi raccolti in tanti anni di studio, perché dovrei lasciarli a loro se non avranno alcun interesse per la storia del Novecento, o per le vicende di Italo Balbo, d’Annunzio, Bottai, Malaparte e di tutte le persone e cose di cui mi sono occupato? Perché li vendano in modo da cavarsi qualche sfizio o bisogno?
No, credo che tutte quelle cose, per me preziose, saranno meglio destinate a una biblioteca, a una fondazione (…) Qualcosa di simile ha fatto un altro benefattore dell’umanità, il signor Ikea (non importa come si chiamasse davvero, è il signor Ikea), che donò a chi non ha gusto né denaro la possibilità di avere gusto con poco denaro. Per mantenere quel patrimonio creativo, oltre che commerciale, ha fatto in modo che i suoi figli – mica all’altezza di tanto, a suo parere – possano continuare a vivere in una ricchezza opulenta, ma senza la possibilità di interferire con l’azienda, altra carne della sua. Viva anche Bernardo Caprotti dunque. Con l’unico rimpianto di non poter fare come lui. 

Scrive il Giornale:

Il governo«Letta due»inizia all’inse­gna di nuove tasse e, tanto per rendere più movimentata la vita degli italiani, muove i primi passi in un tourbillon caotico di sca­denze fiscali comunicate all’ultimo mo­mento. Ieri sono usciti ulteriori dettagli de­creto Imu approvato giovedì scorso. Il ritar­do non è casuale. La cancellazione della se­conda rata Imu solo parziale, con ricarico a svantaggio dei contribuenti e dei Comuni, è stato accolto da proteste generalizzate. La prospettiva è, secondo i calcoli del So­le24Ore , di fare pagare circa i proprietari di 10 milioni di case in circa 2.700 Comuni. La maggioranza dei contribuenti che già paga­no l’imposta. Ieri il governo ha cercato di fa­re marcia indietro. Ma, almeno per il mo­mento, non del tutto.
Nel decreto si legge che nei Comuni che hanno aumentato l’aliquota dell’Imu oltre il valore base deciso dallo Stato, i contri­buenti possessori di prima casa dovranno versare entro il 16 gennaio un ammontare pari al 40% della differenza tra quanto pre­visto dallo Stato e l’incremento fissato dai municipi. Uno sconto del 10% rispetto alle anticipazioni, che non cambia la sostanza.
Il testo di ieri, è definitivo, ma non sono esclusi modifiche nemmeno dopo la pub­blicazione nella Gazzetta ufficiale. «In se­de­di esame parlamentare si potrà verifica­re se e possibile trovare ulteriori risorse per evitare questo problema. Se copriamo tut­to va meglio per tutti », ha spiegato il sottose­gretario alla presidenza del Consiglio, Gio­vanni Legnini, secondo il quale «nulla esclude che durante il percorso parlamen­tare il problema si possa risolvere. Ma è un problema minore, molto enfatizzato. Non è stato possibile reperire i soldi alla data di emanazione del decreto».
Intanto sono state confermate le copertu­re del pezzo di seconda rata Imu abolita. L’Ires per enti creditizi e finanziari, Bancad’Italia e società o enti che esercitano attivi­tà assicurativa aumenterà dal 27,5% al 36%. Confermato, per gli stessi soggetti, l’aumento degli acconti Ires del 28,5%.