Il Giornale: “È ufficiale: il governo non taglia le tasse”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 gennaio 2014 10:18 | Ultimo aggiornamento: 27 gennaio 2014 10:19
Il Giornale: "È ufficiale: il governo non taglia le tasse"

Il Giornale: “È ufficiale: il governo non taglia le tasse”

ROMA, 27 GEN – E’ ufficiale, scrive Antonio Signorini sul Giornale, il governo non taglia le tasse.

L’articolo sul Giornale:

Sul principio tutti d’accor­do e non da ora. Sono anni che politici e ministri ripetono il mantra: l’evasione emersa, le tasse non pagate e poi recupera­te devono servire a ridurre la pressione fiscale. Perché così si premiano i contribuenti onesti e si incentivano comportamenti virtuosi. Purtroppo, come spes­so succede, dalla teoria alla prati­ca le cose si complicano. Nel ca­so specifico, i vari fondi per la ri­duzione delle imposte annun­ciati negli anni sono rimasti a secco e la riduzione della pres­sione fiscale sul lavoro è aumen­tata indisturbata.
Ultimo caso, quello del rien­tro dei capitali. Il premier Enrico Letta, sicuramente con un ecces­so di enfasi, aveva annunciato che le risorse della voluntary di­sclosure (così si chiama il mini scudo fiscale) approvato vener­dì sarebbero andate alla riduzio­ne del cuneo fiscale. E tutti ave­vano pensato a una iniezione di risorse sulla riduzione fiscale più attesa. Ma poi le precisazio­ni del ministro Fabrizio Sacco­manni hanno raffreddato gli en­tusiasmi.

Il grosso delle risorse andranno a spese in conto capi­tale. Quindi investimenti. Oppu­re alla riduzione del debito e alla restituzione dei debiti della Pa in conto capitale. Dove «il gros­so » delle risorse significa tutto quello che lo Stato incasserà nel momento in cui i soldi rientre­ranno in patria. Alla riduzione del cuneo andranno le risorse ag­giuntive che deriveranno dalla tassazione dei capitali rimpatria­ti negli anni successivi. Inutile di­re che tra le due poste non c’è confronto. Le vere risorse arrive­ranno con il rientro, il resto è resi­duale.
Il ministro dell’Economia ha indicato delle destinazioni pre­cise per i proventi dello scudo: «Per coprire spese in conto capi­tale, come il rimborso dei debiti della Pa o l’allentamento del pat­to di stabilità per gli investimen­ti ». Obiettivi non casuali, che sembrano dettati dall’Eu­ropa. Bruxel­les, non da og­gi, non vuole che l’Italia pro­metta tagli del­le tasse perché la precedenza deve andare al­la messa in si­curezza delle fi­nanze pubbli­che e alla ridu­zione del debi­to. Gli obiettivi descritti da Saccomanni vanno in que­sta direzione. In particolare, se si utilizzas­sero i soldi del rientro per pa­gare i debiti della Pa in con­to capitale, si alleggerireb­be un pezzo di spesa già mes­sa a bilancio che è destina­ta a pesare sul deficit. Le spe­se per gli inve­stimenti, poi, sono i cofinanziamenti dei pro­getti europei. In sostanza, l’im­pressione è che l’Ue si sia messa di traverso frenando le ambizio­ni sviluppiste del governo Letta. In modo, questa volta, discreto e senza creare clamori.
Difficile fare conti. Non esisto­no cifre ufficiali e anche quelle ufficiose sono diverse e contrad­dittorie. Si parla di 50 miliardi rientrati (su circa 200) come obiettivo realistico. La misura più simile a quella varata dal go­verno, lo scudo fiscale di Berlu­sconi e Tremonti, portò 3,7 mi­liardi. Questa versione potreb­be portare 2,5 miliardi. Ripeto­no al ministero dell’Economia e anche da Palazzo Chigi: il rien­tro dei capitali sono misure una tantum e non possono essere uti­lizzate per ridurre le tasse. Ma è anche vero che questo è il gover­no­che non si è fatto scrupoli a va­rare delle vere e proprie tasse una tantum, come la quota stata­le di Tares e poi la mini Imu. Quando di è trattato di stangare, una tantum, le case degli italiani a nessuno è venuto in mente di cercare coperture creative, co­me può essere un rientro dei ca­pitali. Per farci stare dentro limi­ti europei, che i nostri cugini francesi ignorano allegramen­te, invece sì.