Giuliano Ibrahim Delnevo, l’odissea di sua madre: lo inseguì per 91 giorni

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 Giugno 2013 8:54 | Ultimo aggiornamento: 20 Giugno 2013 9:50
Giuliano Ibrahim Delnevo, l'odissea di sua madre: 91 giorni cercò di ritrovarlo

Giuliano Ibrahim Delnevo (Ansa)

GENOVA – Il 28 novembre 2012 Giuliano “Ibrahim” Delnevo prese un aereo da Milano per la Turchia. L’ultimo. Con lui c’era sua madre, Eva Guerriero. Quel giorno ebbe un presentimento e decise di partire anche lei. All’inseguimento del figlio per 91 giorni, al confine fra Turchia e Siria. Massimo Calandri di Repubblica Genova ha raccolto la testimonianza della donna:

«L’ho accompagnato all’aeroporto. Mi aveva detto che sarebbe andato in Turchia, e basta. C’era già stato l’anno prima, era tornato indietro dopo dieci giorni. Però me lo sentivo, che questa volta sarebbe stato diverso. Voleva andare in treno a Milano e prima fare un giro in città: gli ho risposto che potevamo prendere la corriera da Genova, senza perdere tempo. Che stupida. Quel giorno l’ho visto inginocchiarsi e pregare, prima di salire sull’aereo. Tremava tutto per l’emozione».
Era il 28 novembre 2012.
«Il giorno dopo ho preso un aereo anche io. Ho fatto lo stesso viaggio, per rintracciarlo. Per fermarlo e riportarlo a casa. Lo so che sembra folle, ma è andata così. Un presentimento. All’improvviso ho capito che era in pericolo. Che dovevo salvarlo ».
Lo ha inseguito per tre mesi.
«Novantuno giorni. Sono partita da Antiochia, che è la città più importante vicina al confine siriano.
“Sto facendo delle ricerche storiche”, ho detto ai turchi, ma lo sanno tutti che Antiochia è il passaggio obbligato per Siria».
Neppure un indirizzo, solo il numero di cellulare del figlio.
«E lui all’inizio non mi rispondeva. Poi ho scoperto che era passato per le montagne più alte, come in un percorso mistico. Aveva chiesto di entrare a fare parte di alcuni gruppi di combattenti, gli avevano detto di no. Alla fine ha trovato la sua qatiba».
Un’unità di guerriglieri jihadisti.

Giuliano Del Nevo si sentiva come Che Guevara:

«Mi ha detto che era quello il suo posto. Il suo dovere. Aiutare la gente che soffriva, che veniva sterminata. Raccontava cose orribili. “Hanno bisogno di me”, mi ha spiegato, quando finalmente sono riuscita a parlargli. “Ma anche io ho bisogno di te”. E mi è venuto in mente che il giorno prima della partenza avevamo visto insieme un film su Che Guevara: “Mi sento un po’ come lui”, sorrideva. E i suoi compagni erano dei fratelli».
Non lo ho mai ritrovato.
«So di esserci andata molto vicino. Una volta a Reyhanli. Un’altra a Kilis, sono sicura che quel giorno c’era anche lui. Ma comunicare era molto difficile. Non mi sono mai arresa. Mi muovevo con dei taxi. Paura? Mai, e perché? Avevo paura per lui. Provavo a passare, ma al confine mi rimandavano indietro. Invece quei ragazzi no, quelli li lasciavano entrare in Siria. Carne da macello, mandati a morire con vecchi kalashnikov in pugno».

Eva smentisce che suo figlio fosse un reclutatore di terroristi, né che facesse parte di qualche rete internazionale di combattenti:

«Si è arruolato da solo, era un solitario. E per quello che mi ha raccontato, era l’unico italiano tra i ribelli. Chi parla di campi di addestramento dice sciocchezze: in Marocco viveva con la moglie, faceva il pastore, sono stata con lui molto tempo e lo so bene. In Inghilterra ci è andato una volta, ha frequentato un centro sufi, mistico e pacifista. Se fosse stato addestrato, se avesse fatto parte di una rete internazionale, all’arrivo in Turchia gli altri gruppi non lo avrebbero rifiutato. E poi terrorista, perché? Forse le Brigate Internazionali che in Spagna hanno combattuto Franco erano terroristi?».

Giuliano non era un terrorista, spiega Eva. Era, al limite, “un po’ coglione”:

Ma allora chi era Ibrahim Giuliano Delnevo?
«Un ragazzo generoso. E un po’ coglione, per troppo amore. Non era facile stargli accanto dopo la conversione all’islam, ma lui ci credeva e voleva aiutare gli altri. Un eroe romantico, ecco. Mi hanno detto che mercoledì scorso era l’alba, che un cecchino ha cominciato a sparare al suo amico: colpi mirati, per farlo morire lentamente. Allora lui ha disobbedito agli ordini, è andato a prenderlo. Il cecchino si è messo di nuovo a sparare. Una gamba, l’altra, poi un braccio, l’altro ancora. Ma questa volta nessuno della qatiba è intervenuto. L’unica consolazione è che non lo hanno preso vivo».