Giuseppe Di Lello: “Napolitano un bersaglio. Stato-mafia commedia, non processo”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 ottobre 2014 11:31 | Ultimo aggiornamento: 13 ottobre 2014 11:31
Giuseppe Di Lello: “Napolitano un bersaglio. Stato-mafia commedia, non processo”

Giuseppe Di Lello: “Napolitano un bersaglio. Stato-mafia commedia, non processo”

ROMA – L’ex giudice istruttore del pool di Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello – è stato anche parlamentare di Rifondazione comunista – non condivide quello che lui stesso definisce “il tiro al bersaglio contro il Capo dello Stato”, accusa di scelte “inquietanti” i suoi vecchi colleghi della Procura di Palermo, trova “inquietante che il Capo dello Stato sia diventato il bersaglio di questa variegata compagnia di giro composta da professionisti dello spettacolo, del mondo editoriale e anche da magistrati che pensano di essere depositari ed eredi esclusivi di una tragica e nello stesso tempo esaltante stagione della vita della nostra Repubblica”.

Intervistato da Guido Ruotolo per la Stampa ha detto:

«Il processo che si sta celebrando a Palermo sulla cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra ha un impianto giornalistico che dal punto di vista tecnico giuridico non regge».

Osserva Guido Ruotolo che Sabina Guzzanti chiede scusa agli imputati Totò Riina e Leoluca Bagarella perché esclusi dalla deposizione dove sarà sentito Giorgio Napolitano, al Quirinale. Replica Giuseppe Di Lello:

«Sabina Guzzanti, anche lei è in quel fronte antimafia dei duri e puri che in tutti questi anni ci hanno spiegato come si fa la lotta la mafia anche a noi, che crediamo di saperne un po’ di più. Quello che mi addolora è il non capire che la presenza in videoconferenza di Riina e Bagarella che interloquiscono con il Capo dello Stato sarebbe stata una pericolosa legittimazione della mafia».

Giudice, perché il «tiro al bersaglio» contro Napolitano?
«È inquietante perché Napolitano oggi è il Capo dello Stato e ieri, quando quella stagione si consumò, era esponente di un partito che ha pagato un prezzo altissimo alla lotta alla mafia, dalla strage di Portella delle Ginestre all’omicidio di Pio La Torre».
Di Lello lei proprio su questo giornale fu il primo a polemizzare e a interrogarsi sulla polemica per l’uso nel processo delle conversazioni telefoniche tra il Capo dello Stato e i suoi collaboratori ed esponenti istituzionali.
«La stessa Procura di Palermo dal primo momento quelle conversazioni le ritenne irrilevanti ai fini del processo, ma da allora ha preso vigore la campagna contro il Presidente della Repubblica. Distrutte quelle intercettazioni, la “compagnia di giro” ha aggiustato il tiro sul bersaglio, spostandolo sulla lettera che il consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, inviò a Napolitano».
In quella lettera, D’Ambrosio esternò il timore di essere stato considerato un ingenuo e «utile scriba» di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi. E la Procura vuole sapere da Napolitano cosa intendesse dire D’Ambrosio.
«Purtroppo D’Ambrosio è morto. Ma perché mai il Capo dello Stato dovrebbe sapere quali fossero questi ipotetici indicibili accordi, quando ha già fatto sapere di non avere null’altro da aggiungere?».
E dunque la sua audizione non aggiungerà nulla al processo?
«E cosa dovrebbe aggiungere? Di sicuro, però, il danno è stato fatto perché il coinvolgimento nel processo del Capo dello Stato è stato interpretato dal popolo antimafia duro e puro come la conferma che Napolitano sia depositario di tutti i segreti della trattativa e, di conseguenza, delle stragi».
A distanza di 22 anni da quella stagione, per lei ci fu la trattativa?
«È indiscutibile che in quel preciso arco temporale che va dalla strage Borsellino agli attentati del ’93-’94 vi siano stati contatti tra uomini delle istituzioni e di Cosa nostra. Ma questi contatti hanno rappresentato un arretramento dello Stato e determinato le stesse stragi con personale responsabilità penale dei singoli indagati?».
Ma a Palermo allora quale processo si sta celebrando e perché non regge?
«Se la tesi di fondo è che le stragi del ’93-’94 e la stessa strage Borsellino sono state provocate dalla trattativa, perché gli imputati non rispondono del reato di strage? Se addirittura l’allora ministro dell’Interno, Nicola Mancino, era il terminale di questa trattativa perché viene processato solo per falsa testimonianza?».
Naturalmente il suo ragionamento è un paradosso?
«Più che un processo quello che si sta celebrando – mi verrebbe da dire sta andando in onda – è una ricostruzione giornalistica che pone sullo stesso palcoscenico come autori della ricostruzione degli eventi e delle responsabilità, esponenti politici di Forza Italia, della Dc, del Psi. Sembra una commedia pirandelliana. Il fine ultimo di questa trattativa sarebbe stato: benefici carcerari per i mafiosi, l’eliminazione del 41 bis, la fine dei pentiti, il riacquisto dei beni confiscati. I giudici di questo processo non potranno che prendere atto che a distanza di 22 anni, i boss sono ancora tutti in carcere, che il 41 bis addirittura è stato stabilizzato. Che sono state ampliate le possibilità di procedere alla confisca dei beni. E dunque, per lo Stato, le istituzioni, i cittadini questo processo farà tirare un sospiro di sollievo».