Google e l’egosurfer, uno su due scrive e cerca il proprio nome

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 settembre 2013 12:53 | Ultimo aggiornamento: 30 settembre 2013 12:53
Google e l'egosurfer, uno su due scrive e cerca il proprio nome

Google e l’egosurfer, uno su due scrive e cerca il proprio nome

ROMA – Un navigatore su due, su Internet, su Google, scrive il proprio nome. Secondo il Pew Research Center nel 2012 lo ha fatto il 56% degli americani. Rispetto al 2001 — primo anno dell’indagine Pew — il numero di egosurfer, come si dice in gergo, è salito del 22%. Il 58% sono maschi e bianchi, mentre la percentuale più alta per fasce di età si ritrova tra gli utenti tra i 18 e i 29 anni (con il 64%), seguiti da quelli tra i 30 e i 49 anni (58%). Dopo i cinquanta l’attenzione per se stessi cala, forse perché sostituita da quella per figli e nipotini da rincorrere online tra Facebook, Twitter e Ask.fm. La ricerca mostra che il 24% degli intervistati non utilizza esclusivamente i motori di ricerca per le indagini biografiche, ma anche social network, forum e altri siti. Narcisismo, paura, voglia di sapere e scoprire cosa sanno, pensano e dicono gli altri di noi, prima si spiava dal buco della serratura, dalle lettere ora, semplicemente, si usa Google.

Facile pensare che dietro la «nuova» abitudine degli utenti americani (ma scommettiamo che vale per tutti i Paesi «connessi») ci sia l’ennesima conseguenza dell’individualismo narcisista nell’era di internet: quella «me generation» che ha fatto la fortuna di riviste e convegni di psicologia. Come se la rete fosse davvero un agente capace di modificare la nostra mente. La questione è molto più pragmatica: se dieci anni fa l’identità online era affare da nerd o, per di più, da narcisi, oggi è necessario curarla meglio del curriculum e delle relazioni sociali. «È diventato sempre più importante verificare le nostre tracce digitali accessibili a tutti», ha dichiarato l’autrice dello studio Pew, Mary Madden. «Impiegati, esaminatori, partner: tutti utilizzano i motori di ricerca per scavare nel passato e nel presente delle persone. Per questo motivo la gestione della reputazione online è diventata un affare sociale e professionale per molti nell’era digitale». Ne sanno qualcosa gli studenti americani che si sono visti negare l’accesso al college lo scorso anno perché più di 500 funzionari avevano esaminato i loro profili sui social network (ammettendolo poi al Kaplan Test Prep survey), oppure i lavoratori che ogni giorno vengono «scartati» per post su Facebook o commenti sparsi qua e là nella Rete. A volte un contenuto imbarazzante online può pregiudicare percorsi professionali e sentimentali.
E se il web mette a disposizione strumenti gratuiti, come Google Alerts, che avvisano in caso di nuove pubblicazioni sul proprio conto, la reputazione online è diventato un business non solo per chi sa amministrarla (con conseguente proliferazione di agenzie dedicate), ma anche per chi può sanarla. Federica Colonna ha raccontato sulla «Lettura» che in Italia «rifarsi» la reputazione digitale costa circa diecimila euro. Ovviamente è vero anche il contrario: una buona immagine online può essere un volano per (alcune) carriere scolastiche e professionali. Non a caso, gli ultimi anni hanno visto la bolla — finalmente sgonfiata — di software e servizi — Klout, PROskore, Kred, Swa, Karisma — per misurare la propria influenza su Internet. Strumenti che hanno rappresentato la fortuna e la disgrazia di molti manager americani, promossi o licenziati a seconda del punteggio su Klout.