Governo Renzi morituro? Marco Travaglio: porta sfiga il bavaglio alla stampa

a cura di Sergio Carli
Pubblicato il 26 luglio 2015 10:27 | Ultimo aggiornamento: 26 luglio 2015 10:27
Governo Renzi morituro? Marco Travaglio: porta sfiga il bavaglio alla stampa

Marco Travaglio: porta sfiga tentare di mettere il bavaglio alla stampa

ROMA – Il tentativo di nuovo bavaglio alla stampa del deputato di Ap (Ncd + Udc) Alessandro Pagano secondo Marco Travaglio potrebbe portare alla fine del Governo Renzi, se fosse vera la massima che tentare di  mettere “la museruola alla stampa porta sfiga” e che “quando un Governo, anziché degl’interessi dei cittadini, si fa gli affari propri tentando di occultare le vergogne del potere, ha già un piede nella fossa”.

Il principio è enunciato da Marco Travaglio nel suo editoriale sul Fatto di domenica 26 luglio 2015, intitolato “La compagnia della buona morte”. I precedenti storici sono tutti lì, nell’ultimo quarto di secolo. Prima c’erano i democristiani e i comunisti che si controllavano a vicenda, impedendosi a vicenda grandi porcate. Ciascuno dei due partiti, Dc e Pci, se lasciato fare, avrebbe messo in galera mezze redazioni, come prova la storia dell’Unione Sovietica e della Russia di oggi e come prova, nell’Italia democristiana, la amara vicenda di Giovanni Guareschi, mandato in carcere dalla condanna subita contro due fior di liberali e padri della patria, Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi: non un cenno di perdono, non un sussurro di grazia.

Marco Travagio non sembra dare importanza al bavaglietto che sarà introdotta dalla legge sulla diffamazione, che toglie il carcere per quel reato, ma solo perché è imposto dalla Europa e dalla civiltà, ma introduce norme che possono portare alla morte dei piccoli siti, blog e giornali on line oltre a regole sulla rettifica tanto demenziali che possono essere state concepite solo da politici italiani.

Il primo bavaglio della seconda repubblica, elenca Marco Travaglio,

“lo tentò il quadripartito nel 1992, all’iniziodi Tangentopoli, con la legge Correnti: un anno dopo era già morto e sepolto (il bavaglio, ma anche il quadripartito). Il secondo bavaglio lo azzardò il I governo Berlusconi nel luglio ‘94 col decreto Biondi: 5 mesi dopo era già caduto. Il terzo bavaglio lo lanciò Mastella nel 2007, II governoProdi: tempo qualche mese e tutti a casa. Il quarto bavaglio lo provò nel 2010 il III governo Berlusconi con la legge Alfano: un anno dopo, bye bye Silvio con tutto il cucuzzaro.

Forse la museruola alla stampa porta sfiga. O, più semplicemente, è un terrificante segnale di debolezza: un governo forte e autorevole non ha paura della verità, specie se non ha niente da nascondere. Se invece ce l’ha, in un modo o nell’altro la verità verrà fuori.

Prendiamo l’ultima legge delega sul processopenale che l’altra notte, come i ladri di Pisa, il Nuovo Centro Detenuti ha emendato col divieto di registrare e filmare di nascosto i propri colloqui per poi diffonderli all’insaputa degl ’interlocutori. Il Pd l’ha votata, poi dinanzi alle proteste dei 5Stelle e di alcuni giornalisti, s’è spaventato e ha fatto marcia indietro, annunciando un emendamento all’emendamento che è la classica toppa peggiore del buco: prevede che nessuno possa registrare nulla di nascosto salvo che per motivi “professionali” o per esercitare il “diritto di difesa”. […]

C’è poi la parte della legge-delega che i partiti danno ormai per acquisita, e cioè che i magistrati non devono inserire agli atti (ma conservare in un archivio top secret) né i giornalisti divulgare intercettazioni di “estranei”all’i nchiesta, per tutelarne la privacy. Solennissima sciocchezza. Intanto, 99 volte su 100 l’indagato intercettato parla con estranei all’indagine ed è impossibile sbianchetta-re una frasesì e una no.

Ma poi tutto dipende da chi è l’estraneo: se è un politico o un titolare di funzioni pubbliche, non sempre ciò che dice è coperto da privacy.

Prendiamo l’ultima intercettazione dell’Espresso: giudiziaria o privata che sia, se davvero il dottor Tutino ha detto “facciamo fuori la Borsellino come il padre” e Crocetta non ha fatto una piega, quest ’ultimo deve dimettersi, punto. Se invece non esiste, Crocetta ha diritto a un risarcimento per diffamazione. E fa benissimo a difendersi nel merito, anziché invocare la privacy, che all’evidenza non esiste. […]

Sulle intercettazioni, giudiziarie o private che siano, non occorre alcuna riforma: basta e avanza la legge sulla privacy. […] Se invece una squillo registra o annota un incontro erotico incasa del capo del governo e questi paga il suo silenzio in un processo per corruzione di testimoni, non c’è privacy che tenga: i giudici devono utilizzare l’intercettazione o l’annotazione al dibattimento e i giornali devono pubblicarla.

Se un indagato (poi archiviato) come il generale Michele Adinolfi, numero 2 della Guardia di Finanza, parla con Matteo Renzi, segretarioPd e futuro premier, delle manovre per cacciare Letta e poi, a cena con l’allora vicesindaco di Firenze Dario Nardella, accenna a possibili ricatti al presidente Giorgio Napolitano sui presunti altarini del figlio Giulio, non sono i giornali a dover spiegare perché hanno pubblicato quei colloqui, ma il premier, il generale e il vicesindaco a dover spiegare le loro parole.

Viene da chiedere a Marco Travaglio: nulla proprio nulla deve spiegare il principale personaggio chiamato in causa, l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano?

Da qualunque parte la si guardi, questa è una legge folle: chi l’ha detto che le notizie penalmente irrilevanti devono restare segrete? Ed è una legge di Casta: fatta su misura non per i cittadini comuni, il cui diritto alla privacy è totale, ma per i potenti, il cui diritto alla privacy è affievolito dal ruolo pubblico. Se politici & compar inon vogliono rischiare che qualche loro conversazione finisca sui giornali, si ritirino a vita privata.

In Italia invece pretendono addirittura più privacy della gente comune.Quando la stampa pubblicò idiari privati di Sarah Scazzi e Yara Gambirasio, due private cittadine, per giunta minorenni e morte ammazzate, nessuno alzò un sopracciglio. Quando invece il Fatto pubblicò il diario, allegato agli atti del processo Ruby ter, dunque depositato e quindi pubblico, della maggiorenne IrisBerardi sul bunga-bunga alla rovescia con Berlusconi, il Garante della Privacy si scomodò per farcelo rimuovere dal sito e dall’archivio online.

Ma c’è poco da preoccuparsi. Se anche la legge passasse, noi la violeremmo subito per seguitare a informare i lettori, avendo dalla nostra parte la Costituzione e la Corte di Strasburgo. E sarebbe comunque l’ultimo rantolo di un regimetto che già puzza di cadavere.