Grecia, euro ed austerità: le accuse sbagliate alla Germania

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 luglio 2015 14:09 | Ultimo aggiornamento: 20 luglio 2015 14:09
L'articolo di Gian Enrico Rusconi

L’articolo di Gian Enrico Rusconi

ROMA – “Wolfgang Schäuble non deve far paura – scrive Gian Enrico Rusconi della Stampa – ma essere lealmente e fermamente affrontato con buoni argomenti nelle sedi in cui si presenta come rappresentante del governo tedesco. Sembra una banalità democratica in Europa, ma è il caso di ripeterla di fronte al modo inaccettabile con cui – anche in Italia – si sta dipingendo il ministro tedesco”.

Per molta stampa e nei social networks Schäuble reincarna l’immagine del nemico tedesco di sempre. Come se con questo riferimento si dicesse già tutto. Con un sovraccarico di giudizi e di pregiudizi che un faticoso e meritevole lavoro di memoria critica fatto nei decenni scorsi sembrava aver corretto. Invece di entrare nel merito, al contrario si ripiega nel pregiudizio.

Inutile dire che questo vale anche per molta opinione pubblica tedesca nei confronti di chi non la pensa come lei. La questione dunque investe la dinamica interna all’Europa di cui la Germania è parte. Ovvero il posto della Germania democratica nell’Europa democratica.
Tornando a Schäuble e il caso greco, i punti da discutere sono molti. L’ipotesi da lui tenacemente sostenuta dell’opportunità (anzi della necessità) dell’uscita della Grecia dall’euro (Grexit); il rifiuto di ridurre o rivedere il debito pubblico greco; la sfiducia nei confronti del primo ministro Tsipras e più in generale verso la classe politica legittimamente eletta. Ma sopra tutto c’è l’intento «pedagogico» di «punire» la Grecia per intimidire altri membri della zona euro.
Su questi punti nell’Unione europea ci sono dissensi e valutazioni molto differenti, che vanno oltre il caso greco. Ma si esprimono con molta fatica e con affermazioni di principio (critica alla politica dell’austerità che non produce la crescita promessa ) – senza trovare un progetto alternativo efficace, coerente e condiviso. Per tacere della incongruenza di quelli che, invitando i greci a prendere loro stessi l’iniziativa di uscire dall’euro, la presentano irresponsabilmente come una palingenesi risolutiva per tutti.
Dietro a questo atteggiamento ci sono due gravi errori di giudizio. Il primo è la trasfigurazione del dramma greco, in particolare dell’esito del referendum, come manifestazione di autentica democrazia popolare da contrapporre alle posizioni tedesche (considerate egemoni su quelle europee) che esprimerebbero una volontà prevaricatrice, autoritaria, appunto che evoca un triste passato.
Ma la Germania di oggi è forse una delle democrazie più funzionanti sul Continente, con un sistema politico articolato e consensuale nei grandi principi di fondo, uno Stato sociale efficiente, sindacati autorevoli, una giustizia rigorosa. Può una nazione democratica non solo imporre le proprie decisioni ad un’altra, ma dettare condizioni che possono minare la stessa sopravvivenza della democrazia e dei diritti in un altro paese? Naturalmente questa domanda non riguarda solo la Germania, ma l’Unione Europea nel suo insieme.

La posizione preminente della Germania in Europa non dipende solo oggettivamente dalla sua struttura economica ma anche dalle percezioni e aspettative da parte di molti membri di una Unione europea che si trova in uno stato di sostanziale paralisi. Il problema quindi è come governare l’interdipendenza tra una Germania apparentemente solida, sicura di sé e in grado di condizionare la direzione di marcia dell’Ue e una parte consistente di membri della stessa Unione in forte sofferenza e dubbiosi sul da farsi.
Certo: in Europa non si può decidere nulla senza la Germania, tanto meno contro di essa. Questa affermazione suona sgradevole, ma non esclude affatto la sostanza stessa della democrazia: discutere, dibattere, convincere, contestare, al limite minacciare, persino ricattare, senza arrivare alla rottura.
Il ministro Schäuble rappresenta una nazione che più che voler essere «egemone» (come le viene rimproverato tutti i giorni) vuole presentarsi come nazione di riferimento, in un contesto tuttavia troppo differenziato. Uno dei suoi punti di forza sta nel riferimento puntiglioso alle regole consensualmente accettate dai membri dell’Ue, a partire dai trattati di Maastricht (1993) e successivi. Ma dopo molte reticenze oggi si parla sempre più esplicitamente di «errori di costruzione» dell’Unione. Questi riguardano in particolare i sempre evocati «vincoli» (il più noto è la barriera del 3% debito/Pil) e un sistema monetario meccanicamente inflessibile, che ha favorito di fatto alcune nazioni (Germania innanzitutto) rispetto ad altre.
Ma soprattutto ha creato nei cittadini un senso di frustrazione e di perdita di sovranità democratica. Sin dall’inizio della costruzione dell’Ue si è parlato insistentemente (spesso enfaticamente) di «deficit di democrazia» dell’apparato istituzionale, ma soltanto con l’esplosione della crisi monetaria e finanziaria questo deficit ha mostrato concretamente livelli palpabili di drammaticità.
La Germania non è direttamente responsabile della crisi che ci attanaglia. Molti commentatori tuttavia affermano che essa è responsabile di una mancata uscita dalla crisi stessa, certamente di un’uscita rapida e più efficace di quella che viene ora cautamente annunciata. Soprattutto è opinione condivisa da molti analisti che la Germania ha tratto vantaggi dalla crisi, anzi proprio dai «difetti di costruzione» dell’Unione per quanto riguarda la moneta.
Il ministro Schäuble naturalmente non la pensa così. Ma aspettiamo che all’interno delle istituzioni europee prenda corpo un gruppo di responsabili politici, economici e finanziari che lealmente e fermamente lo convincano che sbaglia a mantenersi rigidamente sulle sue posizioni. Il resto lo farà o ci auguriamo che lo faccia la democrazia tedesca confrontandosi con le alt
re democrazie europee.