I fondi esteri contro il reintegro di Scaroni nel cda delle Generali. Andrea Greco, Repubblica

di Redazione Blitz
Pubblicato il 2 ottobre 2014 12:00 | Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2014 12:00
Paolo Scaroni (foto Lapresse)

Paolo Scaroni (foto Lapresse)

ROMA – “I soci del mercato non vogliono che Paolo Scaroni rientri nel cda Generali – scrive Andrea Greco di Repubblica – Ma anche se all’assemblea del 14 ottobre votassero compatti contro il suo reintegro in consiglio, Mediobanca e i soci storici italiani «non lo pugnaleranno alle spalle», dice una fonte attendibile. Quindi la matematica è dalla parte del dirigente che si sospese dal cda Generali il 15 maggio, dopo la condanna a tre anni in primo grado del Tribunale di Rovigo per disastro ambientale sulla centrale Enel di Porto Tolle”.

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Ma questo scenario divisivo, su di un’istanza così delicata, è uno scenario considerato «in movimento ».

L’imbarazzo di spaccare quasi in due l’assemblea, e avere contro i soci del mercato che nella gestione dell’ad Mario Greco sono il vero referente della gestione, potrebbe indurre l’ex ad di Eni ed Enel a meditare sul passo indietro. Nel tempo che resta non vanno escluse opere, anche istituzionali, di convincimento.

Scaroni è consigliere Generali dal 2007, presiede il comitato remunerazioni ed è membro dei comitati governance e nomine del cda, tutto per 242.472 euro annui.

È anche nei cda di London Stock Exchange e Veolia, e vice presidente di Rothschild. «Io mi auguro che non si dimetta », ha detto martedì l’ad delle Generali. Non tutti i suoi consiglieri paiono dello stesso avviso.

Serve la metà più uno dei presenti per integrare o revocare Scaroni. E se gli italiani lo sosterranno, sui numeri non c’è partita. Infatti, benché il 73% di Generali sia dei soci istituzionali stranieri, solo un 15,3% di essi s’è presentato all’assemblea di aprile sul bilancio, quando c’era il 46% del capitale. I soci del nocciolo duro sono molto più assidui: siamo al 23% se con Piazzetta Cuccia (13,2%) contiamo Del Vecchio, Caltagirone, De Agostini, Effeti.

E anche il 2,5% di Cassa depositi, l’1,5% di Cariplo e l’1% dei Benetton difficilmente si metteranno di mezzo. Tra i pesi forti di Trieste la tendenza è interpretare le accuse dei pm come poco rilevanti, specie rispetto ai profili corruttivi che contano in casi simili; eppure la sentenza imputa «non indifferente capacità a delinquere dei prevenuti (Scaroni e Tatò, ndr), che hanno agito per incrementare gli utili d’impresa a discapito della sicurezza e della salute dei cittadini». «Sono completamente estraneo alla vicenda e farò ricorso – aveva commentato Scaroni – sono stupefatto, come dimostrato dalle difese la centrale Enel di Porto Tolle ha sempre rispettato gli standard in vigore anche all’epoca dei fatti».
Fosse per il mercato, da Generali Scaroni starebbe fuori. «Data la sentenza che ha portato a questa assemblea, e tutte le passate e attuali accuse attribuite a Scaroni, ci sono sufficienti dubbi sulla sua capacità di sovrintendere efficacemente il management, e operare nell’interesse degli azionisti », conclude la nota di 10 pagine che Iss, tra i primi fornitori di raccomandazioni di voto al mondo, ha redatto.

Iss fa riferimento, oltre che alla condanna di Rovigo, alle inchieste su presunta corruzione di Saipem in Algeria e di Eni in Nigeria con Scaroni indagato, e al suo patteggiamento per corruzione in Techint nel 1996. Anche Frontis governance ha consigliato i fondi di votare contro il reintegro. E l’altro advisor Glass Lewis pare orientato alla stessa scelta. Benché nel 2013 i fondi fossero al 12% nell’assemblea Generali, e il voto a distanza ne agevoli la presenza – serve la proprietà dei titoli il 3 ottobre per votare – è difficile che raggiungano la soglia del 20%, tale da rendere dubbio un voto aut aut.

L’assemblea Generali potrebbe riaprire un dibattito che mesi fa ha visto il governo in campo, invano. A marzo il Tesoro, con il placet di Matteo Renzi, cercò di rendere più severi i requisiti di onorabilità dei manager delle partecipate, perché non vi sedessero amministratori sotto processo, sottoposti a misure di custodia o condannati anche in modo non definitivo.

Alcuni videro il tentativo di modificare gli equilibri di vertice di aziende come Eni, Enel, Finmeccanica approfittando delle disavventure di qualche manager. Fosse vero o no, il governo in aprile fece le nomine nelle partecipate all’insegna di un certo rinnovamento.

E in ogni caso la proposta del Tesoro di inserire negli statuti i nuovi più severi principi fu sonoramente bocciata alle assemblee Eni, Finmeccanica e Terna proprio dagli investitori istituzionali, timorosi che avesse effetti dirigistici e destabilizzanti sulle società ex pubbliche. Così Scaroni il 9 maggio, giorno del mancato quarto rinnovo al vertice Eni, aveva commentato il fatto con una frase dal sapore beffardo: «Ho già detto che nessuna società al mondo aveva una clausola di questo tipo. Siccome il mondo sono i nostri azionisti, si sono espressi».

La norma passò solo su Enel, per la preponderanza dei piccoli azionisti nel capitale. Ma adesso gli azionisti di mercato, che a maggio resero meno amara l’uscita di Scaroni dall’Eni dopo nove anni, gli rendono complicato il rientro in Generali.