“I senatori: Farci fuori non è facile”, Mattia Feltri su La Stampa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 gennaio 2014 9:42 | Ultimo aggiornamento: 22 gennaio 2014 9:42

mattia feltriROMA – “I senatori: Farci fuori non è facile”. Questo il titolo dell’articolo a firma di Mattia Feltri su La Stampa:

Alla fine è un martedì qualsiasi, di lutto già elaborato. Il senatore Riccardo Villari, giunto a Forza Italia da lungo percorso cominciato dal Pd, siede allegro sulle poltroncine di Palazzo Madama: «Siamo tutti tacchini». A Natale, naturalmente. Passa di lì il collega di partito, Maurizio Gasparri, con pronta la battuta più ovvia: «Sto andando a fare gli scatoloni». Si sorride volentieri.

Non c’è mica l’aria sepolcrale che ci si figurava. Roberto Formigoni, del Nuovo centrodestra, dice che «c’è consapevolezza da parte di tutti». Il leghista Jonny Crosio alza le spalle: «Ho bottega, io. Disoccupato non resto». Ha lo studio di architetto col fratello, e nemmeno in Valtellina, dov’è stato eletto e dove lo conoscono tutti: «Sono nato in Svizzera, lo studio ce l’ho lì». Il Senato chiude, o almeno il progetto è quello, e il massimo dell’opposizione la si trova in Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds e ora nel Pd, uno che di Matteo Renzi farebbe anche a meno. Alza le braccia e se ne va. È triste, senatore? «Per niente, felicissimo».

Ecco, se il concetto non fosse sufficientemente chiaro, abbiamo a disposizione un abbagliante nella notte come Antonio Razzi, un tempo dipietrista, poi nei Responsabili con Domenico Scilipoti, ora berlusconiano da spilla all’occhiello. «Se è per combattere il debito pubblico, benvenga», dice. Oddìo, per combattere il debito pubblico servirebbe qualcosina in più. Ma lì Razzi un po’ d’amarezza la tira fuori: «Sapete, quando uno è qui che lavora per il bene degli italiani, lasciare a metà dispiace». È sicuro che il Senato servirebbe ancora, magari ridotto a un centinaio di eletti, «perché noi siamo anziani, e i saggi sono importanti. Controlleremmo il lavoro dei deputati che sono spesso giovani, inesperti, nemmeno conoscono la Costituzione… Vabbè, quella non la conosco nemmeno io…». Ma come? «Eh, sono stato tanti anni all’estero…».

Di idee, anche leggermente più precise o affascinanti, ne circolano. Maurizio Bucarella, del Movimento cinque stelle, è d’accordo sull’inattualità del bicameralismo perfetto («che già non esiste più, perché in nove mesi non abbiamo approvato una sola legge d’iniziativa parlamentare. Ci siamo limitati a convertire fedelmente i decreti»), ma – e sottolinea che la posizione impegna lui soltanto e non il gruppo – avrebbe preferito una Camera pensata in vista della «fase ascendente», cioè del progressivo coinvolgimento dei parlamenti nazionali nella legislazione europea. Il problema – eccolo il punto – non è la fine di un’istituzione suggestiva, che porta il nome del Senato romano, cioè l’ombelico del mondo occidentale. Il problema è che fare dell’assemblea delle autonomie, pensata ma non dettagliata da Renzi. «Ci serve qualche elemento in più, non la prenderemo così, a scatola chiusa», dice Benedetto Della Vedova di Scelta civica. «Io ho capito soltanto che Renzi vuol far vedere a Grillo come si fa a tagliare e che vuole dare una forte torsione in senso maggioritario», dice Corradino Mineo del Pd. «Però non mi è affatto chiaro che succederà qua dentro – continua – se sarà un’assemblea sul modello del Bundesrat tedesco (e in Germania c’è il federalismo), e non mi è chiaro che faremo delle Regioni, dove si è realizzato un incesto fra politica locale, corruzione, interessi illegali». Più o meno gli stessi dubbi che ha Formigoni, il quale sostiene la Camera della autonomie dai giorni in cui governava in Lombardia; lui vorrebbe rappresentanti non retribuiti ma eletti («perché ci sia un rapporto diretto con chi vota») e macroregioni: «Cinque o sei sarebbero sufficienti per un migliore funzionamento delle autonomie locali». E Villari aggiunge che «il bicameralismo perfetto non esiste da nessuna parte, ma nemmeno il monocameralismo. Qualche cosa Renzi dovrà spiegarcela» (…)