Il Fatto: “Achille Occhetto e il male oscuro della sinistra, Massimo D’Alema”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 settembre 2013 15:10 | Ultimo aggiornamento: 10 settembre 2013 15:11
Il Fatto: "Achille Occhetto e il male oscuro della sinistra, Massimo D'Alema"

Achille Occhetto

ROMA – “Cosa ne pensi se cambiassimo nome al Pci?”. La domanda è di Enrico Berlinguer e sono i tempi della campagna referendaria per il divorzio, e il segretario comunista è in Sicilia con Achille Occhetto. Occhetto che oggi racconta, nel libro “La gioiosa macchina da guerra” (in uscita per Editori Riuniti), una sorta di autobiografia, la figura di Enrico Berlinguer, tratteggiato con affetto e stima. Ma in realtà, oltre al narratore, il vero protagonista è un altro: Massimo D’Alema.

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D’Alema è l’oggetto di un’autentica ossessione, il nemico di una vita, descritto come l’artefice primo della rovina di chi portò il Pci alla svolta della Bolognina. E di quella della sinistra italiana. Di seguito pubblichiamo alcuni stralci di queste memorie. I funerali di Berlinguer e la fandonia del patto del garage Al termine dei funerali di Berlinguer ero salito sulla macchina che mi attendeva dietro il palco e avevo dato un passaggio a Massimo D’Alema. Eravamo passati tra due ali di popolo che vedendomi cominciarono a gridare il mio nome “Achille, Achille” in modo ritmato e seguito da ovazioni. Quando poi arrivammo nel garage di Botteghe Oscure, ero visibilmente imbarazzato, colpito, e anche emozionato per quella imprevista manifestazione, e non sapendo come comportarmi chiesi a D’Alema, come per scusarmi di quanto era avvenuto: “Adesso che cosa devo fare?” Lui, senza fare trasparire alcuna emozione, mi rispose seccamente: “Mi pare evidente che ti tocca fare il segretario”. Sorrisi, come dinanzi a una cosa del tutto improbabile, ci salutammo cordialmente. La nostra conversazione fu poi riportata da alcuni biografi di D’Alema come il patto del garage. Non ci fu nessun patto.

Sono sempre stato contrario ai patti preventivi in cui D’Alema dette prova di volermi liquidare, anzi, di aspirare alla sua elezione a segretario di partito. E non mi riferisco solo aIla relazione che espose al Congresso di Rimini (…)ma anche a due colloqui che ebbe in due momenti diversi con Claudio Petruccioli (…): il primo, poco dopo la dichiarazione d’intenti del Pds, quando invitò Claudio a pranzo per fargli un discorso sulle mie presunte “incapacità” e “inaffidabilità” come segretario(…)”; il secondo, in vista del Congresso di Rimini, quando Claudio gli presentò lo schema dei futuri organismi dirigenti del partito, che prevedeva anche l’elezione diretta del segretario nel corso del Congresso stesso: (…) fece capire che in caso di un’elezione diretta del segretario si sarebbe candidato e avrebbe avuto “almeno il 60 per cento dei voti”. Si trattava di un’evidente millanteria volta prevalentemente a intimorire quelli che mi appoggiavano, al fine di preparare, non tanto una mia immediata sostituzione, ma un mio assorbimento dentro un’oligarchia più forte che avrebbe dovuto tenermi prigioniero. Insomma movimenti, tensioni, cupidigie, aspirazioni, piccoli complotti burocratici del tutto inutili, ma che avrebbero avuto come unico risultato quello di indebolire l’insieme dell’operazione politica, di danneggiare, come avverrà sempre di più, anche dopo le mie dimissioni, l’insieme della sinistra.

Il Congresso di Rimini: “Due numeri uno” D’Alema (…) fece quello stravagante discorso contro la mia segreteria proprio la sera prima della conclusione del Congresso. Ne parlarono tutti i giornali, mettendo l’accento sul fatto che oramai, avendo D’Alema messo fortemente in dubbio il mio ruolo di segretario, lasciando intendere che si sarebbe potuto trovare di meglio per il bene del partito, tra me e il mio vice non era più distinguibile una sana gerarchia: con i suoi atteggiamenti, il detto e il non detto, le mezze parole, lui cercava di fare intendere che non eravamo più il “numero uno” e il “numero due” del partito, ma due “numeri uno” uno di fronte all’altro, come due linee rette parallele che non avrebbero mai potuto convergere (…) Non riuscivo a credere di dovermi battere non solo con le innumerevoli resistenze provenienti dalle forze esterne ma anche, all’interno del partito. Dalla Bolognina ai 101, un unico stile La Bolognina fu interpretata e vissuta in due modi opposti che si sintetizzavano bene in due slogan chiave: il mio, quello del “nuovo inizio”, e quello di D’Alema della “dura necessità” (…) Due visioni politiche diverse. E in questo non c’è nulla di male. Ma il male sorge quando la diversità non si esprime apertamente. Com’è avvenuto con il “voto dei 101” contro Prodi, candidato alla presidenza della Repubblica lo scorso aprile. Com’è avvenuto allora, quando in molti finsero di dimettersi sulla mia scia; oppure, ma siamo già dentro un’altra storia (…), quando si arrivò a sposare tutte e due le strategie, uccidendo con un colpo solo sia il partito che la coalizione.