Rassegna Stampa

Il Fatto: “Non ne uscite vivi”. Il pestaggio al Ghetto ebraico di Roma

ghettoROMA – Un episodio di violenza che sarebbe avvenuto a Roma di notte nel cuore di quello che fu il Ghetto ebraico è riferito con molti dettagli e un diniego sul Fatto Quotidiano da Lorenzo Galeazzi e Tommaso Rodano.

Il diniego è quello di Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica, secondo il quale non ci sono “ronde” nel quartiere. L’affermazione, perfettamente comprensibile e tesa a smorzare le polemiche, appare un po’ azzardata a chi ha occasione di passare per il Ghetto in certe ore e specialmente in certe ricorrenze dove appare evidente che nel Ghetto, diventato uno dei posti più sicuri di Roma, sono messe in atto forme di auto tutela peraltro più che giustificate e apprezzabili.

Racconta il Fatto:

(…) Succede tutto nella notte tra sabato e domenica, a poche ore dalla morte di Ariel Sharon.

I quattro amici escono da un locale verso le 4. Si fermano a mangiare la pizza nella via storica del ghetto romano, Portico d’Ottavia, a pochi passi dalla sinagoga. Mentre si allontanano, Vladimiro ha un’idea sciocca e un gesto istintivo: stacca uno dei manifesti sui muri che commemorano “il leone” Sharon. È un attimo. I quattro vengono circondati

– secondo la loro denuncia – da almeno una decina di giovani armati. Tutto succede all’improvviso, la “ronda” si materializza in pochi secondi. L’aggressione dura diversi minuti. Gli autori del blitz – secondo chi denuncia – sono giovani (“Tra i 20 e i 25 anni”, ipotizza Vladimiro). Hanno mazze da baseball, spranghe e persino martelli. Alcuni portano kippah e barba lunga.

I quattro ragazzi sono ricoperti d’insulti: “Vi spacchiamo la faccia”, “Da qui non uscite vivi”, “Che cazzo ci venite a fare nel quartiere ebraico?”. Gli viene intimato di inginocchiarsi, ma rifiutano (“Non per una questione d’orgoglio, ma in un pestaggio, in quella posizione, saremmo stati ancora più vulnerabili”). Gli urlano di andare via, ma mentre provano ad allontanarsi arrivano le botte alle spalle. Vladimiro subisce il colpo più pesante: una mazzata tra capo e collo che gli lascia una lacerazione profonda, suturata al pronto soccorso del Fatebenefratelli. Gli altri ragazzi rimediano brutte contusioni e qualche giorno di prognosi. Molto più grande è stato lo spavento. Vladimiro riconosce di aver commesso un gesto provocatorio, istintivo: “Non avrei dovuto farlo. La mossa sbagliata nel posto sbagliato. Ma non volevo essere aggressivo, ero quasi sovrappensiero. Ho le mie idee politiche su Sharon e sulla politica di Israele, ma non sono mai stato una persona violenta. Non avevo idea di poter scatenare una reazione del genere”. Anche perché gli aggressori sembravano tutt’altro che “improvvisati”: “Sono arrivati insieme, come una ronda. Abbiamo visto prima un’automobile, poi tutti gli altri. Uno di loro dava indicazioni – ricorda un ragazzo – e ordinava di andare a prendere le armi in macchina”.

L’episodio somiglia in modo impressionante all’aggressione dei cinque attivisti del Teatro Valle, avvenuta nello stesso quartiere ebraico di Roma il 14 novembre 2012, dopo una manifestazione degli studenti. Allora la violenza fu ancora più cruda e gli assalitori si qualificarono come agenti in borghese, chiedendo i documenti ai loro interlocutori, prima di colpirli ripetutamente. Uno dei ragazzi del Valle riuscì a filmare l’aggressione con una fotocamera. Gli insulti erano molto simili a quelli raccontati nella nuova denuncia: “Nel quartiere ebraico non ci dovete entrare. Potete andare a fare casino per tutta Roma, ma se entrate qui dentro siete morti” (…)

Per il presidente della Comunità ebraica, Riccardo Pacifici, “le ronde da noi non esistono”. “Il nostro servizio d’ordine – spiega – c’è e avviene alla luce del sole: genitori e nonni che presidiano il quartiere a turno con le forze dell’ordine”. Al massimo “si è trattato di una rissa da sabato sera, tra teste calde”. Ma alla fine Pacifici si lascia scappare un paragone ardito: “Non è questo il caso, ma se qualcuno va a togliere una bandiera sotto CasaPound, secondo lei cosa succede?” E conclude il ragionamento così: “Lo dico al di fuori del mio ruolo istituzionale, ma se qualcuno si avvicina e mi tira un ceffone, io non mi metto a chiamare i carabinieri. Prima rispondo. I fatti andranno verificati, ma gli aggrediti hanno tutta la mia solidarietà”.

 

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