Il grande saccheggio delle aziende italiane, Claudio Antonelli su Libero

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 marzo 2014 10:15 | Ultimo aggiornamento: 5 marzo 2014 10:15
Il grande saccheggio delle aziende italiane, Claudio Antonelli su Libero

Il grande saccheggio delle aziende italiane, Claudio Antonelli su Libero

ROMA – “Il made in Italy non muore- scrive Claudio Antonelli su Libero – Cambia pelle e soprattutto proprietà. Dal primo gennaio 2008 a oggi sono passate in mani straniere ben 830 aziende italiane per una valore complessivo di poco superiore ai 101 miliardi di euro”.

Sulla versione cartacea di Libero l’elenco completo delle aziende

 

Cifra che arriva tranquilla- mente a 115 miliardi, dal momento che nelle operazioni più piccole gli importi del- la cessionenon sono dichiarati.Nello stes- soperiodo(tabelle eapprofondimentido- mani su Libero) lo shopping italiano all’estero si èfermato a circa 340prede per un capitale più o meno di 65 miliardi. Nel primo caso l’attenzione è concentrata so- prattutto sul lusso e sul settore retail, ) nel secondo caso, quando siamonoi a investire, c’è molta chimica, farmaceutica e industria connessa alle automobili. Un caso su tutti Fiat a Detroit. Vi proponiamo l’elenco nominativo di tutte le acquisizioni, fatto esclusione per il mondo delle Pmi. Una lista che meglio di tanti raccon- tie articolipermettediindividuare isettoriinteressatie anchelestra- tegie sottostanti. Si tratta di unlavoro giornalistico (nell’elenco ci sono anche acquirenti con capitale misto italiano ed estero) e non di una dettagliata analisi di mercato. Abbiamola consapevolezza di non pro- porre unaricostruzione da laboratorio scientifico,ma tanto basta- a nostro avviso – per comprendere quali effetti il nuovo made in Italy avrà sulla nostra economia e quali ripercussioni la maggior parte delle ope- razioni avranno – o potranno avere – sul nostro Pil. Da un lato l’impoverimento della capacità industriale del Paese è frutto di mala politica, troppi sussidi,zero infrastrutture e alte tasse as- sieme a una scarsa lungimiranza di imprenditori che non hanno sapu- to capitalizzare le proprie creazioni, ma dall’altro va sottolineato che su 830 poco più di una ottantina sono acquisizioni di natura finanziaria: le altre sono legatea imprese con Dna prettamenteindustriale e quindi, generalmente, con progetti di crescita. Con la trasformazione dell’export e l’unificazione -sotto questo profilo – dell’Europa la cresci- ta industriale passaormai quasi esclusivamente attraversole acquisi- zioni. E ilmade in Italy frammentato non avrebbepiù avuto speranza non solo di crescere, ma spesso anche di vivere. L’Italia, dunque, nella globalizzazionecimette laconoscenza,glistranieri ladistribuzione.E sempre piùspesso i soldi.Si può notare chenegli ultimi annilo shop- ping straniero lungo la penisola è aumentato. Al contrario si è assistito a unadiminuzionedelle acquisizioniItaliasuItalia. Perché,comedetto sopra,si èaggiunto unterzo pilastrofondamentale: laliquidità chea noi manca. I Paesi che più stanno scommettendo sull’Italia sono Fran- cia, Usa, Germania, Russia, Corea del Sud e la galassia emiratina. In generale si può dire che più del 40% delle acquisizioni ha toccato il mondo del retail.Lusso, moda, design, alimentari,grande distribuzio- ne.Aseguire ilmanifatturieroesoloinfondo lepartecipazioniinban- cheenelmondodeiservizi finanziari.Lamodarisultalapiùpagata. Bulgariè stataacquistatada Lvmhper4,4miliardi dieuro.Per l’83% di Parmalat, con 4,3 miliardi il giro d’affari, la francese Lactalis ha stanzia- to3,7 miliardi.Perl’80%di LoroPiana(630milioni difatturato)Lvmh ha investito due miliardi. Poi 1,9 miliardi stanziati da General Electric per Avio, 1,6 miliardi da Edf per Edison, oltre un miliardo dall’america – naFirstReserve perlaminoranzadiAnsaldoEnergia. AseguireValen- tino, Pomellato, Krizia, PalZilieri. Per tutti c’è stato osi prospetta un ri- lancio. Ovviamente non finisce qui. Il perdurare della crisi espone sempre più l’Italia allo shopping estero. Il 2014 ci riserverà molte novità nel bancario, con Alitalia e con alcuni asset in perdita delle big di Stato.