“Il lavoro che vale va pagato (anche tanto)”, Danilo Taino sul Corriere

di Redazione Blitz
Pubblicato il 6 Novembre 2013 13:11 | Ultimo aggiornamento: 6 Novembre 2013 13:11
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Il lavoro che vale va pagato (anche tanto), Danilo Taino sul Corriere

ROMA – Uno slogan del Maggio francese, di ispirazione soreliana, diceva (addolcito) “a salario da schifo, lavoro da schifo”. Nel viaggio dal 1968 a oggi, ha perso il suo carattere di lotta ma è diventato una descrizione di quello che succede: la cattiva remunerazione scaccia la qualità. Nel tragitto, inoltre, ha abbandonato il proletariato per diventare una faccenda di interesse generale.

Scrive Danilo Taino sul Corriere della Sera:

In Italia, la questione è seria e va al cuore di uno dei grandi problemi del Paese: il lavoro, appunto, e il posto che ha nella società. Da un po’ di tempo, ogni volta che si viene a sapere di uno stipendio elevato, scatta l’indignazione. Anche per cifre non eclatanti.

Molte volte, la protesta è giustificata: quando per esempio riguarda un banchiere che ha portato la sua azienda a dovere essere salvata con denaro pubblico, quando un dirigente dello Stato guadagna molto ma ha performance scarse, quando il cumulo di più fonti di reddito è una prebenda e non denaro guadagnato. Altre volte, però, gli scudi si levano per il solo fatto che una remunerazione è considerata da qualcuno troppo alta, senza tenere conto della funzione, del lavoro svolto da chi la percepisce. È una reazione al senso di ingiustizia che, comprensibilmente, nel Paese è forte. Ritenere uno scandalo ogni stipendio elevato, giustificato o meno dalla qualità del lavoro svolto, è però una pessima generalizzazione e porta a conseguenze gravi.

Come ogni merce o servizio, anche il lavoro va pagato sulla base del prezzo di mercato, a maggior ragione se porta all’azienda o all’amministrazione pubblica che lo versa vantaggi misurabili. Diversamente, l’impresa o l’organizzazione perderanno le forze migliori. (…)

Non è l’ideologia del tutti più poveri che aiuterà l’Italia a uscire dai guai: al contrario serve una politica che premi, anche in misura consistente, le capacità di chi riesce a fare il Paese più ricco. L’indignazione generica, non motivata caso per caso, contro le remunerazioni elevate va a braccetto con una altrettanto pessima pratica italiana: quella di usare ogni mezzo per pagare poco, in qualche caso niente, i lavoratori meno qualificati, soprattutto se giovani. Sono le facce speculari del disprezzo del lavoro. E di un Paese che sta perdendo ogni ambizione.