Immigrati contro clochard. Il Fatto: “La strana guerra di Siracusa”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 Luglio 2014 10:10 | Ultimo aggiornamento: 1 Luglio 2014 10:10
Immigrati contro clochard. Il Fatto: "La strana guerra di Siracusa"

Immigrati contro clochard. Il Fatto: “La strana guerra di Siracusa”

ROMA – È una strana guerra. Non vince nessuno, a guardar bene. La guerra con le sue falangi dispiegate, tutte le mattine, davanti la mensa dei poveri, a Siracusa. Questi poveri si guardano l’un con l’altro sapendo bene che la regola rimane una: vita mia, morte tua. È un esperimento empirico crudele, compete a bisogni primari, si tratta di fame, la questione è entrare dentro un numero, il numero è troppo breve, 32, fuori quella cifra, non si mangia, non c’è un secondo turno, tanto vale per tutti: italiani, africani, polacchi, arabi. Bisogna fare questa fila, allora succede che gli africani, “i neri”, siano sempre di più, lo dicono gli indigeni.

Scrive Veronica Tomassini sul Fatto Quotidiano:

La loro pelle brilla sotto il sole più degli altri, così sembra “agli altri” appunto; la tolleranza è davvero fragile, la convivenza anzi, tuttavia non esiste il minimo sospetto di una simile possibilità: convivenza o integrazione. Niente da fare, sono concetti ameni, nobili, ma pregni di condizioni inattuabili. I neri cosa possono farci? Un uomo di mezza età, un italiano in coda, fa il conto in percentuale, riesce bene evidentemente, poi realizza che i neri sono almeno il 70%, riesce a fare di questi conti, alla fine della coda prende il numero, si allontana, ce l’ha fatta, tornerà dopo un’ora e potrà mangiare, è nei 32. I neri sono troppi, ciò nonostante, rimuginano tra gli astanti, siracusani, disoccupati, quale identità oggi attiene a un povero? La rosa è abbastanza ampia. Ma: i neri sono di più. Cosa possono farci però? Deambulano, da un semaforo a un altro, non entrano nemmeno più nei Cie, niente, non un riconoscimento, un foglio in tasca e via; sono portatori di status paludosi, non sono niente, non sono identificati, non hanno documenti, al massimo decreti di espulsione verso frontiere talmente esotiche e impraticabili (Fiumicino per dire) da equivalere a ipergalassie.

Sappiamo che Siracusa e Augusta sono i nuovi cardini a guado di un pianeta che si sta spostando, un continente si sta spostando, due città di provincia Augusta e Siracusa sono i soli avamposti. Se non è una guerra questa, se non sono questi i precordi. Se non fosse che Siracusa e Augusta hanno perso memoria di quel che erano, adesso sono all’incirca (Siracusa in special modo) un cimitero di negozi, con il comune in default, il welfare uguale a zero, ridotte all’osso povere polis di decantata e rafferma memoria; Augusta vanta un comune assediato da ben tre commissari. Tutto il resto nella migliore delle ipotesi può definirsi: caos. Il 70% dei 25650 arrivi siciliani piombano su di esse come una scure. Ecco cosa succede allora: l’umanità negletta, in grande maggioranza a dirla tutta, diventa suo malgrado protagonista di nuove evoluzioni, nuove guerre di quartiere, si sperimenta la capacità di sopravvivere l’un contro l’altro, mai insieme. Ed è facile che in fila, nella mensa dei poveri, esplodano risse tra etnie, neanche fossimo la nuova polveriera, Bosnia del sud del mondo; siracusani versus africani, ridicolo, eppure; esperimenti indotti da bisogni primitivi, violenti e ottusi (…)