Inchiesta a Torino, carabinieri e un giudice trasferiti, Repubblica rivela, Spataro indaga

di redazione Blitz
Pubblicato il 3 giugno 2018 8:26 | Ultimo aggiornamento: 3 giugno 2018 8:26
Inchiesta a Torino, carabinieri e un giudice trasferiti, Repubblica rivela, Spataro indaga

Inchiesta a Torino, carabinieri e un giudice trasferiti, Repubblica rivela, Spataro indaga (in foto)

Inchiesta a Torino, una indagine della Procura della Repubblica destinata a andare lontano. Il quotidiano Repubblica [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] ne ha dato conto nelle pagine di cronaca locale ma è da prima pagina. Si può essere certi che il procuratore capo Armando Spataro non si fermerà ai primi accertamenti e andrà a fondo. Intanto se ne occupa anche il Consiglio superiore della Magistratura, il Csm, organo di autogoverno dei giudici, perché uno di loro è sfiorato dall’inchiesta.

In due articoli di Ottavia Giustetti sono riferiti i primi passi della vicenda.

Il primo è di giovedì 31 maggio. Titolo: “Cricca dei favori in procura. Nei guai anche il pm Padalino. Scoperta una struttura parallela di carabinieri, avvocati e magistrati che avrebbe persino violato segreti dell’Antimafia”. Autori Ottavia Giustetti e Jacopo Ricca.

“Il misterioso furto di un server in piena estate 2017 negli uffici della polizia giudiziaria, esordisce Repubblica, nell’ex carcere delle Nuove. Un’emorragia che non accenna a fermarsi di carabinieri trasferiti in blocco e allontanati dalla procura: un luogotenente in servizio in procura generale, un appuntato scelto assegnato ai pm della Direzione distrettuale antimafia, un altro al gruppo sicurezza urbana, uno all’ufficio intercettazioni e, infine, un appuntato accusato di corruzione. Il sospetto che una “ talpa” abbia rivelato informazioni segrete su un’inchiesta della Dda. Il magistrato di punta del pool sui reati dei No Tav, Andrea Padalino, trasferito, armi e bagagli, alla procura di Alessandria e ora sotto procedimento disciplinare davanti al Csm”.

Molta parte di questa vicenda, avvertono Giustetti e Ricca, è ancora coperta dal segreto, ma piccoli indizi sono venuti alla luce e, per esempio, si può finalmente spiegare perché un pm come Padalino, in prima fila per molti anni su inchieste di grande visibilità, dalla questione No Tav al contrasto allo spaccio in città, tutt’a un tratto la scorsa estate sia sparito dal suo ufficio al sesto piano del Palazzo di Giustizia di Torino e sia stato “ applicato” alla procura di Alessandria.

“Il caso è finito al Csm che dovrà decidere di un procedimento disciplinare partito da Torino e già avviato a Roma. Il suo nome e la sua firma sono comparsi su alcuni provvedimenti ufficiali serviti ai carabinieri “ infedeli”, ora trasferiti ma non indagati, per svolgere indagini parallele a quella ufficiale aperta dalla procura sul furto del server alle Nuove. Le loro attenzioni si concentravano su un collega del quale sospettavano. Erano convinti cioè che fosse lui ad averlo rubato, così come erano convinti che timbrasse il cartellino e poi uscisse dall’ufficio per farsi i suoi comodi, e cercavano di dimostrarlo. Ma senza informare la procura delle loro intenzioni. Il sospetto è che volessero in realtà incastrare il collega per screditarlo dopo una serie di attività d’indagine a loro sgradite. I quattro, che sono a loro volta sotto procedimento disciplinare, non potevano però fare tutto da soli. Per poter acquisire le informazioni sensibili, a un certo punto, sono necessari atti della procura e il visto di un pm. Ecco che Padalino, consapevole oppure no, è finito nel loro disegno, collaborando a portare avanti per settimane un’indagine nata come non autorizzata, compresa l’acquisizione di filmati di telecamere di sorveglianza e tabulati telefonici sui numeri delle persone a loro dire coinvolte nel caso.

“È già agosto avanzato quando gli investigatori, quelli davvero designati dalla procura, si accorgono che qualcuno aveva lavorato di nascosto. La vicenda arriva direttamente sulla scrivania del procuratore capo Armando Spataro, i carabinieri vengono rapidamente trasferiti, e il collega finito nel mirino dei quattro viene scagionato. Ma la storia solleva inevitabilmente l’attenzione su un gruppo di persone che si adopera per la vicenda e che ricorre in altri episodi dubbi, emersi negli ultimi mesi. C’è un appuntato dell’ufficio di Padalino, Renato Dematteis, accusato di corruzione. Dematteis è stato perquisito e trasferito anche lui un mese fa nella stazione dei carabinieri di Canale d’Alba. Quando i colleghi si sono presentati a casa sua gli hanno consegnato un invito a comparire per l’interrogatorio elencandogli sommariamente favori e prebende che avrebbe ricevuto in cambio di un interessamento particolare, nell’ambito del suo lavoro in procura.

I casi riguardano una serie di favori che carabiniere e avvocato avrebbero fatto a imprenditori e medici – tra cui l’oculista Raffaele Nuzzi che in cambio avrebbe operato il figlio dell’appuntato. Dal sodalizio tra i due derivano i suggerimenti che il pubblico ufficiale dispensava a chi si presentava in procura per denunciare un reato, e cioè di nominare come avvocato lo stesso Bertolino. Altre volte il consiglio era rivolto, al contrario, agli indagati. Ecco perché spesso ricorrono gli stessi nomi. Auto, raccomandazioni e piccoli vantaggi economici erano il risarcimento per quei preziosi consigli. Circostanze che hanno convinto i pm torinesi a indagare sei persone per corruzione.

Il dubbio però è che questa prassi risalga ancora più indietro nel tempo e, a ben vedere, c’è almeno un altro caso giudiziario finito in aula di tribunale che presenta una trama simile a quelle di questi mesi. È il processo al maresciallo della stazione dei carabinieri di San Salvario, Filippo Cardillo, accusato di abuso d’ufficio per aver “addomesticato” pratiche e sanzioni ai locali notturni e commerciali del quartiere. Cardillo, di nuovo, è difeso dall’avvocato Pierfranco Bertolino. C’è chi dice che questa inchiesta potrebbe aver dato origine alle accuse incrociate che ancora avvelenano la procura.

Il giorno dopo, venerdì 1 giugno, Repubblica titola: “La bufera a Palazzo di Giustizia dal furto del pc alla rete di favori. Al Csm indagine per procedure violate. La capogruppo M5s in Comune: “ Si faccia luce sui politici”. Autore Ottavia Giustetti.

“Una corsa contro il tempo per farsi assegnare un fascicolo di indagine apparentemente di nessuna importanza: il banale furto di un hard disk, l’estate scorsa, all’ex carcere delle Nuove, dove hanno sede gli uffici della polizia giudiziaria della procura. La modalità con cui il pm Andrea Padalino sembrerebbe aver cercato di diventare titolare di quell’inchiesta è il punto di partenza da cui si muove il Consiglio superiore della magistratura nel giudizio disciplinare che si discute davanti all’apposita commissione. Procedure violate e non reati, come ha già deciso la procura di Milano che nel caso non ha trovato riscontri di natura penale.

“Ma tanto basta per accendere i riflettori su altri episodi in cui compaiono personaggi ricorrenti, vicini al pm Si Tav che negli ultimi anni è stato alla ribalta con le principali inchieste legate ai fatti della Val di Susa. Sono in particolare un appuntato dei carabinieri, Renato Dematteis, e un avvocato, Pierfranco Bertolino, che patrocina in moltissime cause di Padalino. Ma anche imprenditori e medici di successo, notabili che raccolgono o dispensano favori e che sono finiti tutti sotto inchiesta per corruzione. Una piccola organizzazione parallela, una cricca di amici, che userebbe le indagini a scopi di natura personale, per ricevere vantaggi e prebende e che coinvolgerebbe anche alcuni politici.

“La rivelazione di Repubblica desta subito allarme tra gli esponenti della maggioranza in Sala Rossa. « Viene spontaneo chiedersi chi siano i politici in grado di piegare l’azione penale ai propri interessi personali e con che margini d’azione — scrive la capogruppo del M5S, Valentina Sganga — il mio gruppo politico crede all’integrità della magistratura, che ha sicuramente al suo interno le individualità e le capacità per far luce su queste pesanti ombre, a partire dall’attenzione mostrata sulla vicenda dal procuratore capo Armando Spataro».

Se Torino indaga su carabinieri, imprenditori e avvocati, potrebbe arrivare invece alla procura di Milano il compito di valutare la posizione di eventuali magistrati coinvolti. Nel caso del furto dell’hard disk da cui tutto sembra essere partito i pm lombardi titolari dei processi sui colleghi torinesi non hanno rilevato elementi per aprire un’inchiesta penale. La vicenda si è chiusa con una sfilza di trasferimenti e con il procedimento disciplinare del pm Andrea Padalino che nel frattempo, a dicembre, si è spostato in procura ad Alessandria”.