Intercettazioni, Catarina Malavenda: “Caos inutile, le norme ci sono”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 Aprile 2015 14:31 | Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2015 14:31
Intercettazioni, Catarina Malavenda: "Caos inutile, le norme ci sono"

Intercettazioni, Catarina Malavenda: “Caos inutile, le norme ci sono”

ROMA – “Su intercettazioni e privacy caos inutile, le norme ci sono” dice, intervistato da Antonella Mascali del Fatto Quotidiano, l’avvocato Caterina Malavenda, esperta di diritto dell’informazione.

Avvocato, esiste un vuoto normativo?

No, perché in questo momento la materia è regolata da norme precise. Quando un atto e, quindi anche un’intercettazione, diviene noto all’indagato, non è più segreto e il giornalista può utilizzarlo. Per farlo, però, deve attenersi ai principi che disciplinano sia il diritto di cronaca, sia la privacy, i quali hanno in comune la stessa esigenza, ossia che si parli solo di fatti di interesse pubblico. Quindi non è punibile solo chi divulga notizie, essenziali per l’informazione che intende dare. Rimangono fuori, salvo situazioni particolari, i dati personali e le questioni private.

Ma se la normativa c’è, ha senso volerla cambiare, farne addirittura una priorità?

Si può anche decidere di cambiare le regole se non sono abbastanza efficaci, ma non sostenere che non ce ne siano.

Anche adesso il giornalista che pubblica atti segreti può essere punito?

Se sono segreti siamo in un altro campo, in cui le violazioni sono gravi, perché possono ostacolare le indagini. La sanzione per la loro pubblicazione, però, è uguale a quella prevista per il giornalista che pubblica, in modo irregolare, atti non più riservati, e francamente non è dissuasiva. Si può, infatti, oblare (estinguere la contravvenzione, ndr) pagando circa 125 euro. Ma se si risale al pubblico ufficiale infedele che ha consegnato l’atto segreto, è prevista per entrambi la reclusione fino a tre anni per concorso nel reato.

La riforma Gratteri prevede il reato di “pubblicazione arbitraria delle intercettazioni”. Ovvero, se sono ritenute diffamatorie e non “manifestamente rilevante ai fini della prova” sono previste multe per i giornalisti che vanno da 2 a 10 mila euro o il carcere da 2 a 6 anni. Cosa ne pensa?

In un momento in cui l’Europa ci chiede di eliminare il carcere per chi fa informazione la scelta non mi pare delle migliori.

Anche perché non tutto ciò che non è penale deve essere taciuto…

Se il giornalista ritiene che alcune conversazioni, pure non penalmente rilevanti, siano interessanti per l’opinione pubblica, deve poterle divulgare senza temere alcuna condanna. Il diritto di cronaca e il rilievo per l’indagine non sempre coincidono.

C’è anche un problema di utilizzo investigativo delle intercettazioni. Un magistrato, Carlo Nordio, vorrebbe eliminarle per le indagini che devono accertare un reato già commesso, come il pagamento di una mazzetta. Si parla anche di un filtro ancora prima che scatti un’ordinanza di perquisizione o cautelare. È d’accordo?

Sono ipotesi da valutare solo se diventano disegni di legge. Penso che se ciascuno lavorasse rispettando le regole, i rischi di abuso si ridurrebbero e di molto. Certo, pubblici ministeri e giudici dovrebbero evitare di usare conversazioni irrilevanti o che possano apparire tali, inserendole nei provvedimenti che diventano immediatamente pubblici. Ma sottoporli al rischio che una valutazione sbagliata li esponga a denunce e condanne non è la strada migliore. Le intercettazioni, secondo l’opinione prevalente, sono uno strumento troppo importante per eliminarle o ridurne drasticamente l’uso e anche per intimorire chi se ne avvale. Escluderei lo strumento penale e amplierei quello disciplinare anche per i giornalisti.

La legge attuale concilia il diritto di cronaca con il diritto alla privacy?

Se badiamo agli effetti non del tutto, perché ci sono eccessi. Ma se tutti rispettassero le regole il bilanciamento, così com’è, sarebbe accettabile. Mi spiego: se il giornalista si attenesse sempre alle norme deontologiche sulla privacy sarebbe inattaccabile.