--

Internet e petrolio. Nuove armi Usa: Russia e Corea Nord in ginocchio

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 Dicembre 2014 12:11 | Ultimo aggiornamento: 23 Dicembre 2014 12:11
Internet e petrolio. Nuove armi Usa: Russia e Corea Nord in ginocchio

Internet e petrolio. Nuove armi Usa: Russia e Corea Nord in ginocchio

ROMA – La prima cyber guerra mondiale o planetaria è scoppiata. All’attacco della Corea del Nord ha risposto l’America con la sua rappresaglia cibernetica, mettendo fuori uso la rete internet coreana. Dopo avere messo in ginocchio la Russia di Putin con il prezzo del petrolio alla metà, gli Stati Uniti hanno dimostrato di dominare le muove forme di dominio mondiale: internet e l’economia, trasformate in eserciti senza soldati. Le armate, le truppe di terra soprattutto, sono troppo costose e i soldati morti pesano troppo sulla politica interna, sono forme di dominio di difficile gestione in territori sconfinati come la Russia, come hanno scperto, al prezzo di milioni di morti, Napoleone e Hitler.
Un blocco delle comunicazioni di un Paese lo si fa a migliaia di chilometri di distanza, l’economia di un paese la si mette in ginocchio con una serie di accorte mosse, al caldo degli uffici di Wall Street.
La battaglia cibernetica del dicembre 2014 è sotto i nostri occhi.
La cronaca da New York e da Pechino di Repubblica ha il ritmo delle cronache del 1939. Alberto Flores d’Arcais racconta:

Il regime di Pyongyang aveva lanciato da poche ore nuove apocalittiche minacce («colpiremo in modo mille volte più letale, a iniziare dalla Casa Bianca e dal Pentagono») quando la Corea del Nord ha subito un devastante cyber-attacco. L’intera rete del Paese è stata messa completamente fuori uso, nessuno è più in grado di connettersi a Internet. La Casa Bianca non commenta, il Dipartimento di Stato si limita a poche sibilline (ma significative parole): La rappresaglia a volte si può vedere, a volte no

Inoltre, garantisceFlores d’Arcais, presto “The Interview” potremo vederlo tutti quanti:

Il film  che ha dato il via alla prima cyberguerra dichiarata, potrebbe arrivare sugli schermi – quelli dei nostri computer – già per Natale. Che sia un «regalo per tutti gli utenti del web» (questa è la promessa di Anonymous, il gruppo di “hacktivists” più famoso di Internet), un ripensamento della Sony (come ha annunciato il legale della major cinematografica colpita dall’attacco alla Nbc) o qualche “cyber-soffiata” dell’intelligence, non ha poi molta importanza. Il risultato finale sarà lo stesso, uno smacco per il regime di Pyongyang e per il suo satrapo Kim Jongun, involontario co-protagonista della pellicola satirica.

La Corea del Nord è riuscita sì a bloccare l’uscita di The Interview nelle sale americane (facendo leva sulla paura degli esercenti) ma pagando un caro prezzo: il film ha avuto una pubblicità (gratuita) a livello planetario, è pronto ad invadere tutte le piattaforme mediatiche e sarà visibile in paesi dove non sarebbe mai stato nemmeno distribuito. Compresa la Corea del Nord, visto che la cyber-intelligence Usa sembra abbia già pronto un piano per “paracadutare” nel Paese il film proibito attraverso canali clandestini. E la rappresaglia americana, come le minacce di Obama divenute realtà, dimostrano che la Casa Bianca vuole andare fino in fondo.

Giampaolo Visetti da Pechino lancia l’allarme:

Oltre l’ultimo Muro un esercito di hacker all’ombra della Cina dove l’ultimo Muro del Novecento intatto corre per 248 chilometri lungo il 38° parallelo, tra il Mar Giallo e quello del Giappone. Non divide solo le due Coree, le democrazie occidentali e gli autoritarismi asiatici: isola oggi il solo popolo rimasto diviso con la forza e circoscrive l’unico regime che nessuna super-potenza è in grado di attaccare. L’irraggiungibile Pyongyang, capitale-bunker della sola dinastia ereditaria comunista sopravvissuta al 1989, è un mistero sul fondo di un infinito buco nero.

I servizi segreti di Seul e di Tokyo […] denunciano la costruzione della più avanzata armata di cyber-terroristi di Stato, […un] incubo globale ridestato dall’attacco-hacker contro la Sony Pictures, che ha portato al clamoroso stop alla distribuzione del film The Interview”.

Visetti fa un volo nella grande tradizione spionistica della Guerra Fredda e afferma:

“Si scrive Corea del Nord ma si legge ancora Cina e Russia: la vera ragione che ha consigliato alla Casa Bianca di ridimensionare ufficialmente l’attacco anti-Sony, cercando prima di capire se i guerrieri della Rete non siano mercenari del Nord con obiettivi assai diversi dal boicottaggio dei cinema Usa. La Cina ha garantito la propria opposizione «ai cyber-attacchi e al cyber-terrorismo in tutte le sue forme»”.

C’è stato un “salto di qualità” con il cambio di regime nel 2012, che Visetti definisce “già abissale”:

“Sotto Kim Jong-il, l’attenzione era concentrata sui depositi delle testate atomiche e sui laboratori sotterranei in cui gli scienziati comunisti lavorano all’arricchimento dell’uranio. Con l’ascesa del figlio Kim Jongun si è spostata sugli uffici in cui gli ingegneri elettronici della dittatura affinano i virus e le chiavi-web capaci di infettare e di violare i sistemi di multinazionali e Stati. A Tokyo e a Seul, a differenza che a New York, l’allarme suona però non per il ringhio di Kim, ma per l’agghiacciante squarcio di luce che da fine novembre s’è acceso sulla potenza del suo cyber-apparato bellico.
Il misterioso ricatto che paralizza Sony Pictures, senza che nessuno sia in grado di far cadere la maschera ai terroristi online, ridisegna infatti il profilo del “regno eremita” e ridefinisce la definizione di “guerra informatica”, spostandola dalle infrastrutture vitali di un Paese agli interessi essenziali del suo appiattaforme parato industriale e commerciale.
«Pyongyang ha capito — dice lo storico Hyung Gu Lynn — che colpire l’economia oggi miete più vittime che destabilizzare la politica. Un gruppo di hacker, per il capitalismo, è più devastante di una testata atomica e chi assedia il web bombarda il pianeta». Con un particolare che toglie il sonno a sistemi di difesa convenzionali improvvisamente invecchiati: delocalizzare squadre di cybersoldati dal colletto bianco è meno impresentabile che fornire missili a Paesi alleati e allestire elettroniche per attacchi altrui impedisce di identificare i nemici.
Il nuovo “scenario coreano” è dunque quello di un iper-tecnologico regime in affitto, pronto a scatenarsi contro gli avversari di chi lo sostiene, in cambio della sopravvivenza del suo leader. Hacker per conto terzi pur di concedere ai Kim di calcare la scena fino a quando servirà. Pechino e Mosca offrono così collaborazione a Washington contro «un conflitto devastante che può far implodere la rivoluzione digitale »: è questa esibita disponibilità ad alzare ancora di più l’ultimo cyber-Muro del Duemila, che divide Pyongyang anche dalla possibilità estrema di ipotizzare un futuro.