Internet, eliminare l’anonimato per trovare i cyberbulli si può

di redazione Blitz
Pubblicato il 13 febbraio 2014 13:24 | Ultimo aggiornamento: 13 febbraio 2014 13:26
Eliminare l'anonimato per trovare i cyberbulli

Eliminare l’anonimato per trovare i cyberbulli si può

CITTADELLA – Se quei cyberbulli su ask.fm avessero dovuto scriverle con nome e cognome certe cose non le avrebbero sicuramente dette. Se Mario Rossi e Franco Bianchi (nomi di fantasia) avessero dovuto metterci la faccia oltre che la cattiveria nelle parole: “Che aspetti? Ammazzati”, non avrebbero avuto il coraggio di darle certi consigli. E forse neppure lei, la quattordicenne suicida di Cittadella, avrebbe trovato la forza di chiedere aiuto su Internet.

L’anonimato è certamente la loro più potente arma. Così come l’omertà e il silenzio erano lo scudo dietro il quale si nascondevano i bulli della vecchia scuola, quelli 1.0. Ferdinando Camon sul quotidiano la Stampa non può fare a meno di domandarsi se valga di più la libertà d’espressione in Rete o la vita di una ragazzina? E la domanda è retorica:

Il sito ask.fm ha un valore quantificabile, anche in termini di dollari, mentre la vita ha un valore che oltrepassa ogni misurazione. «Immenso», etimologicamente, significa questo, che non si può misurare. Porre fine all’anonimato vuol dire che quei quattro-cinque malvagi che spedivano alla ragazza gli inviti a tagliarsi le vene dovrebbero essere individuati oggi, e indicati qui. Lo ritengo un dovere della giustizia, e un nostro diritto.

Camon si è iscritto al sito “galeotto” per dimostrare che rintracciare i colpevoli non è affatto impossibile:

Iscrivendoti devi inventarti un soprannome, col quale farti individuare in rete. La rete è satura. Ho provato con «padre», ma c’è, con «nonno», ma c’è, con «zio», ma c’è, con nomi storici, c’erano tutti, nomi di fantasia, tutti già inventati. Alla fine ho usato le prime otto-dieci sillabe di una poesia di Rilke. Miracolo, erano libere. Fatto questo, però, il sito ti collauda: ti manda un’email, all’indirizzo che gli hai dato. Se l’email ti arriva, vuol dire che tu sei tu, l’indirizzo è giusto, da quel momento sei iscritto. Quindi il sito è in grado in ogni momento di trovarti, basta che lo voglia.

E qui, è impossibile confutarlo:

Qui ci sono iscritti che hanno commesso un grave reato penale, l’istigazione al suicidio. Per di più, di una minorenne. Per di più, dopo altri casi analoghi, quindi con l’aggravante della recidiva. Bisogna che l’autorità giudiziaria faccia richiesta al sito di rivelare quei nomi, ma un minimo di coscienza etica imporrebbe che il sito si muovesse spontaneamente, quando apprende che nel suo spazio s’è compiuto un crimine. Avere parte attiva in un suicidio vuol dire compiere un omicidio.

L’analisi di Camon è impietosa in quanto a rigore logico:

Se un sito contiene un suicidio, allora contiene tanti altri crimini minori: violenza, indecenza, pornografia… La risposta che la protezione da questi mali spetta alla scuola o alla famiglia è sbagliata: questa ragazzina non si è uccisa per colpa del padre o della madre o dei professori. S’è uccisa obbedendo a chi la istigava dalla rete. La famiglia ha sempre meno poteri e sempre più responsabilità.