Iran, Hassan Rohani presidente riformatore, ma per gli ayatollah, non l’ Ovest

Pubblicato il 17 Giugno 2013 4:38 | Ultimo aggiornamento: 17 Giugno 2013 1:50
Iran, Hassan Rohani presidente riformatore, ma per gli ayatollah, non l' Ovest

Hassan Rohani

La elezione di Hassan Rohani  presidente della Repbblica Islamica dell’ Iran è stata accolta con speranza in tutto il mondo e numerosi sono stati i commenti.

Vanna Vannuccini, che è tra i giornalisti più competenti in Italia sul tema, ha scritto su Repubblica che Hassan Rohani ha vinto

“contro tutte le aspettative e al primo turno con il 50,7 per cento” dei voti.

Le prime parole di Rohani, riferisce Vanna Vannuccini, sono state:

“È una vittoria della moderazione e del progresso sull’estremismo. Chiedo il riconoscimento dei diritti dell’Iran”.

 

Forse quello che farà Rohani sarà un po’ diverso da quello che sperano i sempre entusiasti italiani, già caduti nella trappola delle primavere arabe. Gli italiani pensano ora che un riformatore presidente voglia dire lo smantellamento della repubblica islamica e un abbraccio generale con l’occidente, mentre dietro la vittoria di Rohani c’è anche uno scontro di classe e il grande tema della redistribuzione del reddito. Ahmadinejad era una specie di Calimero e non poteva piacere alla sinistra da salotto, ma era probabilmente molto più di sinistra lui che non Vendola o Ferrero di Rifondazione.

Che uno dei temi di fondo di questa elezione sia la economia lo fa capire anche Vanna Vannuccini<.

“La grande maggioranza degli iraniani ha tirato un grande sospiro di sollievo. Sperano che questo sia l’inizio di una «nuova era», come ha detto il conservatore Ahmad Tavakoli che era stato uno dei critici più decisi della politica economica di Ahmadinejad. Una nuova era per l’economia del paese, che molti esperti definiscono «simile a quella della Grecia», e per i rapporti con il resto del mondo, con cui Rohani ha promesso di voler avere «una interazione costruttiva»”.

“A giudicare dalle facce raggianti di tanti funzionari, al ministero degli Esteri e in altri ministeri, anche il Leader Supremo ha buoni motivi di soddisfazione. Il sistema resta saldo, il fatto che l’80 per cento degli aventi diritto al voto siano andati alle urne gli significa che gli iraniani vogliono migliorare la Repubblica islamica ma non travolgerla. Venerdì, mentre metteva la scheda nell’urna, Khamenei aveva fatto appello a «votare per il bene del paese e del sistema». E ieri, subito dopo l’annuncio dei risultati, ha ricordato che «Rohani è il presidente di tutti»”.

“Votando Rohani gli iraniani hanno voluto prima di tutto sconfiggere gli estremisti responsabili dei maggiori problemi degli ultimi anni, dal collasso della moneta all’aumento vertiginoso dei prezzi, dalla disoccupazione endemica all’isolamento dell’Iran nel mondo”.

Secondo Farian Sabahi, insegnante universitaria che scrive sul Corriere della Sera,

“L a vittoria di Rohani rappresenta la rivincita di moderati e pragmatici, ma soprattutto degli ayatollah sui pasdaran e sulle teorie devianti del presidente uscente Ahmadinejad, in questi anni entrato in conflitto con gli ayatollah”  perché voleva saltare la mediazione del clero”.

“Attorno a Rohani si è coagulato il consenso di moderati e centristi. Vince al primo colpo, senza ballottaggio. Le autorità non corrono così il rischio che i cittadini scendano in strada a dimostrare a favore dell’uno o dell’altro contendente. In questa vittoria sono state decisive le dichiarazioni di Rohani contro lo Stato di polizia e a favore dei prigionieri politici, della libertà di espressione, dei diritti sociali delle donne perché l’Islam non può essere pretesto per relegarle in una condizione inferiore”.

Domanda cruciale:

“La destra ne esce indebolita?”.

Risposta di Farian Sabahi:

“Non credo, perché il leader supremo Khamenei continua — di fatto — a controllare la situazione, politica estera e nucleare restano nelle sue mani. Anche se in questi anni il presidente Ahmadinejad ha interferito in entrambi i campi con le sue invettive contro Israele e riprendendo l’arricchimento dell’uranio sospeso”  proprio da Rohani, nel 2003 negoziatore con l’Occidente.

“In questa fase un presidente moderato serve gli interessi di regime: gli iraniani sono scontenti per la cattiva gestione della cosa pubblica, per la disoccupazione, la svalutazione del rial (la valuta locale ha perso il 40 per cento contro il dollaro) e la corruzione. Dopo le contestate elezioni del 2009 e una durissima repressione, gli iraniani non hanno più voglia di protestare. Ma il fuoco cova sotto la cenere e lo scontento si è fatto sentire ai primi di giugno, a Isfahan, quando ai funerali dell’ayatollah dissidente Taheri si sono uditi slogan contro la dittatura.

“Ma attenzione a non farsi troppe illusioni: se Rohani ha partecipato a questa corsa elettorale è perché lo ha deciso il leader supremo. Classe 1948, negli anni Sessanta era finito in carcere per aver criticato lo scià, si dice sia stato il primo a chiamare l’Ayatollah Khomeini con il titolo di Imam, per vent’anni è stato deputato della Repubblica islamica, dal 1999 è membro dell’Assemblea degli esperti e, come si è già detto, ha guidato i negoziati sul nucleare. In altri termini, credenziali rivoluzionarie impeccabili”.