Isis, rivolta curda: “Turchia ci ha traditi”. Erdogan detta le condizione dell’intervento

di Redazione Blitz
Pubblicato il 9 Ottobre 2014 14:15 | Ultimo aggiornamento: 9 Ottobre 2014 14:16
Isis, rivolta curda: "Turchia ci ha traditi". Erdogan detta le condizione dell'intervento

Isis, rivolta curda: “Turchia ci ha traditi”. Erdogan detta le condizione dell’intervento

ROMA – Rattenkrieg, guerra da topi, chiamavano la battaglia di Stalingrado, i fanti tedeschi, combattendo casa per casa, nelle fogne, contro i soldati del generale russo Chuikov, alla fine del 1942. “Gli animali scappano da questo inferno ardente, le pietre si sciolgono, solo gli uomini resistono” scriveva un veterano di allora.

Oggi la guerra da topi si combatte a Kobani, al confine tra Siria e Turchia, assediata su tre lati dai fondamentalisti dell’Isis e difesa da disperati miliziani e civili curdi. I raid dell’aviazione Usa non fermano l’offensiva Isis e l’opinione pubblica mondiale si chiede perché una coalizione che comprende l’esercito più formidabile e tecnologico della storia e vari Paesi arabi, non abbatta le nere bandiere Isis.

Scrive Gianni Riotta su La Stampa:

Per comprenderlo – scrive la rivista Foreign Policy – il 13 e 14 ottobre il Capo di Stato Maggiore americano generale Martin Dempsey incontrerà a Washington una ventina di Paesi della coalizione anti-Isis tra cui Regno Unito, Francia, Belgio, Danimarca, Arabia Saudita, Emirati. Non confermata, ma possibile, la presenza dell’Italia: se uno dei nostri militari intervenisse all’incontro farebbe bene a portar con sé una copia originale del saggio «Il dominio dell’aria», pubblicato nel 1921 dal generale italiano Giulio Douhet. Nome troppo dimenticato da noi, ma considerato nelle accademie «il Clausewitz dell’aria», Douhet ebbe vita da film (previde la rotta di Caporetto e dunque, come capita in Italia, il generale Cadorna gli fece affibbiare un anno di carcere militare…), organizzò in Libia i primi bombardamenti da alta quota e lavorò allo sviluppo dell’arma aerea, fino a sognare guerre vinte solo da aerei.

La storia, finora, non ha confermato le teorie futuribili del geniale Douhet, «il dominio dell’aria» non basta. Tra 1944 e 1945, umiliata la Luftwaffe del borioso Göring, gli alleati ebbero il controllo dei cieli sulla Germania. «Bomber» Harris, comandante inglese che coordinava i bombardamenti strategici, si illuse di spezzare la produzione bellica nemica, ma, pur in città rase al suolo l’architetto Albert Speer, cocco di Hitler e responsabile dell’industria militare, riuscì a mantenere ritmi frenetici sfornando armi e munizioni. Dopo la guerra, una commissione alleata, tra i membri il futuro economista kennediano Galbraith, non poté che prender atto, malinconicamente, dello scacco.

Solo 9 anni più tardi, nel 1954, i francesi a Dien Bien Phu, Vietnam, pur controllando lo spazio aereo anche grazie a piloti americani in grado di lanciare paracadutisti in soccorso alla piazzaforte assediata del generale De Castries fino all’ultimo, non riuscirono a impedire né il trasporto dei cannoni del generale Giap (via biciclette…), né l’assalto finale alla piazzaforte, come racconta nel magnifico «Hell in a very small place» il testimone Bernard Fall. 11 anni dopo, nel 1965, tocca agli americani verificare i limiti della teoria di Douhet, in una battaglia poco nota ma decisiva nella valle di Ia Drang. Il colonnello Moore arriva con i suoi elicotteri, che fin lì hanno terrorizzato i contadini-soldato di Ho Chi Minh, spesso poco avvezzi perfino alle automobili. Invece a Ia Drang – la ricostruzione nel film di Hollywood «Eravamo soldati» con Mel Gibson nella parte di Moore – i vietnamiti accerchiano i soldati e colpiscono gli elicotteri, spesso usando la tecnica del «cacciatore di anatre», sparando parecchi metri avanti il rotore, finendo magari falciati dai mitraglieri, ma con il pilota che l’abbrivio trascina tra le pallottole. B52, napalm, deforestazione, bombardamenti su Hanoi e Haiphong non bastano. I vietnamiti creano la loro «rattenkrieg» nei tunnel di Cu Chi, spostandosi, vivendo, armandosi, curando i feriti in un’immensa città sotterranea.

Unica eccezione, che il generale Dempsey e i suoi alleati esamineranno a Washington, è la campagna nei Balcani del generale Nato Wesley Clark, che alla fine degli Anni 90, con una serie coordinata di bombardamenti – l’Italia tra i belligeranti – piega il regime serbo di Slobodan Milosevic (…)

Marta Ottaviani sempre sulla Stampa parla dei scontri con polizia e islamisti da Istanbul a Diyarbakir:

Un clima pensante, che rischia di ricacciare la Turchia negli anni Settanta, quando gruppi di estrema sinistra ed estrema destra si ammazzavano per le strade. A Diyarbakir, nel sud-est del Paese e la città con la percentuale più alta di curdi, dopo 34 anni è entrato in vigore il coprifuoco. Stesso provvedimento per altre 5 località. Ma non è servito a nulla. Alle 18 di ieri migliaia di persone si sono riversate in piazza, con nuovi scontri con la polizia. Se il sud-est del Paese brucia, a Istanbul non sono più tranquilli: quartieri come Beyoglu, Bagcilar e Sultan Gazi sono blindati dalla polizia per evitare che si ripetano le scene di guerriglia urbana delle ultime due notti. Il rischio adesso è che il Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, alimenti le violenze, che il premier, Ahmet Davutoglu ha definito «strumentali ad aumentare la tensione».

A Suruç e sul confine non si respira un clima migliore. La cittadina a 8 chilometri dalla frontiera da due sere è teatro di rivolte da parte del rifugiati curdo-siriani, stremati dalle condizioni in cui vivono, indignati con il governo di Ankara, e che accusano senza troppi giri di parole il presidente Recep Tayyip Erdogan e Davutoglu, di essere in combutta con Isis. In centinaia ieri hanno guardato Kobane da lontano. L’esercito turco ha sbarrato la strada verso il confine e quindi l’unica soluzione per avvicinarsi alla frontiera è utilizzare la campagna. «Staremo qui fino a tarda notte – spiega Mustafa – e poi proviamo a passare. Vogliamo andare a combattere. La Turchia ci ha traditi, Erdogan è un assassino sta lasciando che ci sterminino senza pietà». A Suruç la gente attende di sapere che ne sia stato dei loro cari che sono rimasti a combattere a Kobani. La giornata di ieri è stato un continuo alternarsi di colpi di mortaio e sparatorie. I raid alleati hanno creato un clima di grande euforia fra la folla, almeno per tutta la mattinata.

Ma per i curdi siriani le buone notizie sembrano essere finite qui. In serata sono arrivate le parole di Kerry. Il segretario di Stato ha anche specificato che la creazione di una no fly zone, che piacerebbe tanto ad Ankara, sarà valutata con attenzione, ma non è ancora nelle opzioni. E poco più tardi la Casa Bianca ha ribadito che la zona cuscinetto «non è in agenda». Ma proprio su quest’ultima, il presidente turco Erdogan ha incassato l’appoggio dell’omologo francese François Hollande. Kobane per il momento resiste, ma potrebbe una gioia momentanea. La Turchia si prepara a vivere giorni difficili, che forse non aveva messo in conto.

Infine Maurizio Molinari (La Stampa) si sofferma sulla rischiosa scommessa di Erdogan: sacrificare Kobani e abbattere Assad:

L’ambizione di Erdogan è sfruttare la battaglia di Kobani, come il voto del Parlamento turco sull’intervento di terra, «per far collimare tutti i tasselli anti-Assad trasformandosi nell’arbitro della guerra civile» aggiunge l’analista.

È un disegno di nostalgia ottomana indebolito dalle contraddizioni. Anzitutto la Turchia, come il vicepresidente Usa Biden si è lasciato sfuggire, ha aiutato Isis a crescere consentendo a volontari e finanziamenti di raggiungere le sue basi. L’esistenza di questo rapporto privilegiato con l’Isis è evidenziato dal baratto per le liberazione dei 49 diplomatici turchi catturati a Mosul: Ankara li ha riavuti consegnando ad Abu Bakr al-Baghdadi 180 jihadisti. Ecco perché a Kobani c’è il sospetto che Erdogan faccia il doppio gioco e sia interessato ad avere Isis sui confini.
Ma non è tutto perché c’è un’altra contraddizione turca ovvero la volontà di Erdogan di stringere un patto regionale con l’Iran sebbene sia il protettore di Assad. Che si tratti di un ginepraio di interessi nazionali o del risultato di una realpolitik spietata, non c’è da sorprendersi se l’ambiguità di Erdogan è divenuta il maggior grattacapo di Barack Obama.