Il Job Act non c’è ancora ma l’han già smontato. Franco Bechis, Libero

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 Aprile 2014 9:41 | Ultimo aggiornamento: 4 Aprile 2014 9:41
Il Job Act non c’è ancora ma l’han già smontato. Franco Bechis, Libero

Il Job Act non c’è ancora ma l’han già smontato. Franco Bechis, Libero

ROMA – “L’unico testo finora presentato dal governo di Matteo Renzi – scrive Franco Bechis su Libero – e cioè il decreto legge sui contratti a termine e l’apprendistato collegati al mitologico Job Act, è già finito gambe all’aria prima ancora dell’esame parlamentare”.

È bastata una riunione del ministro del Lavoro Giuliano Poletti con il bellicoso gruppo Pd della Camera dei deputati a fare innestare retromarce clamorose al ministro perfino su punti “culturali” che erano divenuti una bandiera per Renzi, come quello della nuova formazione.

Naturalmente i punti di vista sono assai diversi. Proprio ieri il vicepresidente del gruppo Pd alla Camera, Paola De Micheli, che ha presieduto la riunione con Poletti, ne m gnificava gli esiti partecipando alla puntata della web trasmissione L’Abitacolo (ancora sul sito Internet di Libero questa mattina all’indirizzo www.liberoquotidiano.it). La De Micheli conferma la decisione di modificare sia la reiterabilità dei contratti a termine (non più 8, ma sei volte massime), sia la retromarcia fatta dal governo sulla formazione, che dovrà restare in mani pubbliche:

«I nostri deputati hanno dato un contributo tecnico di alto livello, e quindi il decreto lavoro sarà molto migliorato. Per la formazione hanno fatto presente che se non resta in mani pubbliche, c’è il rischio fortissimo di contestazioni della Commissione europea che potrebbe identificare le agevolazioni concesse per gli apprendistati come aiuti di Stato».

Opinioni, appunto. Ma proprio su questo punto Libero ha cercato l’opinione di un tecnico dei consulenti del Lavoro che ha subito scosso la testa: «Non è vero. In tutta Europa la formazione aveva modelli simili a quelli previsti nel testo originario del decreto. Per altro il premier anche nella conferenza stampa di presentazione aveva proprio insistito su quell’aspetto, che era una delle parti più moderne del decreto legge. Certo che se cambia, insieme a tanti altri cedimenti e scricchiolii che si sentono, allora serve a nulla».

Proprio sulla formazione si gioca una battaglia di potere, perché non è un mistero la fitta ragnatela di interessi che ci sono in organizzazioni sindacali e cooperative di natura molto politica nelle partnership che hanno con un settore pubblico assai compiacente nei loro confronti. Si contano a decine e forse a centinaia gli scandali in quel settore.

Ma dagli operatori e dai tecnici la delusione è venuta proprio dall’idea stessa che in una riunione con un semplice gruppo politico (dove ha pesato molto la sinistra Pd che avrà in mano con Cesare Damiano le forche caudine della commissione Lavoro), già si frantumi l’unico piccolo testo di riforma presentato da Renzi. La marcia indietro da 8 a 6 sui
contratti reiterabili fa già pensare a un cedimento al primo giro: magari in Senato, dove il Pd è meno forte, scenderanno a 4. Anche la durata massima di 3 anni che per ora ha retto potrebbe essere messa in discussione al secondo giro di boa. Un brutto inizio, dunque. Che si accompagna da analoga filosofia emersa da provvedimento solo in apparenza as- sai simile: quello della riforma del titolo V della Costituzione. Fra i vari settori che si vorrebbe riportare in capo allo Stato non c’è una parola in tema di lavoro. Significa che continueranno a restare in mano agli enti locali tutti i centri di collocamento, altra gallina dalle uova d’oro per gli stessi ras politici della formazione.