Jorge Mario Bergoglio è il nuovo Papa: la rassegna stampa e le prime pagine

di Redazione Blitz
Pubblicato il 14 Marzo 2013 9:28 | Ultimo aggiornamento: 14 Marzo 2013 9:28

ROMA – La sorpresa di Francesco. Il Corriere della Sera: “Il Papa è Jorge Mario Bergoglio: 76 anni, argentino con i genitori piemontesi. “Vengo dalla fine del mondo, pregate per me”. Poi il Padre Nostro con la folla.”

La nuova Chiesa di Papa Francesco. La Repubblica: “Jorge Mario Bergoglio: vengo dalla fine del mondo, pregate per me.”

Francesco, il Papa dell’altro mondo. Il Giornale: “Primo gesuita e primo sudamericano della storia a essere eletto. Ha scelto il nome del santo povero di Assisi. Le sue parole: “Buonasera, sono andati a prendermi molto lontano.”

Papa Francesco. Il Messaggero: “Il primo pontefice non europeo è un gesuita argentino. Fumata bianca al quinto scrutinio, boato a San Pietro. La prima telefonata è per Ratzinger.”

Il Papa povero. Libero: “A sorpresa, al soglio di Pietro è stato eletto l’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, gesuita di 76 anni, il primo non europeo: “Vengo dalla fine del mondo”. Ha telefonato subito al predecessore. La previsione: in Curia userà la ramazza.”

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Il gesuita con il saio. L’editoriale de Il Corriere della Sera a firma di Luigi Accattoli:

“Il papato lascia l’Europa e va nelle Americhe: è un evento che dice la capacità del nuovo che abita il cuore antico della Chiesa di Roma e la pone ancora una volta sul proscenio della storia, nella stagione del rimescolamento planetario dell’umanità. Va oltre l’Atlantico e sceglie un cardinale del subcontinente americano, cioè un uomo del Sud del mondo, ora che il Sud povero sta sfidando il Nord ricco in nome dei suoi diritti e delle sue necessità. Sono questi i primi due segni dell’elezione a Papa del cardinale Bergoglio, ma ve ne sono altri, tutti portatori di novità, che insieme potrebbero aiutare la Chiesa a superare quel complesso dell’arretramento che sembra averla colpita lungo gli ultimi quattro decenni, a partire dalla contestazione giovanile degli anni Sessanta del secolo scorso, che coincise con l’inizio del conflitto interno sull’eredità del Vaticano II. Il terzo segno viene dall’eletto, che ha scelto di chiamarsi Francesco, un nome che racchiude un destino: nell’età di mezzo Francesco d’Assisi andò al soccorso della Chiesa di Roma in risposta alla chiamata avuta nel sogno: «Francesco ripara la mia Chiesa»; e oggi, ottocento anni dopo l’avventura del Poverello, un Papa per la prima volta prende quel nome che è sempre restato un programma e con ciò segnala di volerne assumere la missione che è di ritorno al Vangelo sine glossa, cioè senza adattamenti.”

«Ora pregate per me» Il primo Papa sudamericano. L’articolo de Il Corriere della Sera a firma di Aldo Cazzullo:

“Quasi cavandosi le parole una a una, ha pregato la folla di «farmi un favore», ha invocato la benedizione di Dio tramite l’intercessione popolare, e solo dopo ha benedetto a sua volta, senza intonare canti o litanie, con la massima semplicità. Prima ha chiesto di pregare «per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca», e ha recitato — in italiano — il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Gloria. Ha definito anche se stesso sempre e solo «vescovo di Roma», mai Papa. Ha citato «il mio vicario qui presente», indicando il cardinale Agostino Vallini, che pareva sul punto di svenire dalla felicità. Per sé ha chiesto di pregare «in silenzio». E ha proposto di cominciare insieme «un cammino di fratellanza, di amore e di fiducia tra noi». Proprio questo voleva ascoltare la folla che al suono delle campane ha gremito la piazza, via della Conciliazione, i tetti del quartiere, premendo contro le postazioni affittate a prezzi folli dalle tv americane sul Gianicolo, arrampicandosi sulla base dell’obelisco, protendendosi in ogni modo verso il nuovo Papa. È di fratellanza, amore, fiducia che il mondo all’evidenza avverte la necessità, in una stagione di crisi globale e di disorientamento nel Paese che circonda il Vaticano. Anche per questo la fumata che pareva annunciare un Papa italiano è stata accolta con gioia, pure la Cei è caduta in errore diramando una nota per congratularsi con Scola, ma il Conclave aveva scelto invece il figlio di Mario Bergoglio, il ferroviere nato a Portacomaro, vicino ad Asti, ed emigrato a vent’anni verso «la fine del mondo». Suo figlio oltre allo spagnolo, all’inglese, al francese, al tedesco e al latino parla il dialetto piemontese e conosce a memoria «Rassa nostrana», il canto degli emigranti. Ma ieri sera è andato oltre le nazionalità, ha parlato il linguaggio universale dei simboli in cui tutti si sono riconosciuti, anche i filippini che speravano in Tagle, anche i venditori singalesi di ombrelli che sognavano Ranjith. Un linguaggio che ha sconcertato qualche curiale dal volto stupefatto, ma è piaciuto alla vecchia guardia wojtyliana che aveva sorrisi di riscatto, come quello visto a Giovanni Battista Re. Quasi tutti i cardinali però apparivano felici e sollevati, nell’affacciarsi alle logge dopo un giorno e mezzo di clausura, come per vedere se la folla apprezzava la sorpresa che le avevano fatto.”

Cucina da solo, si sposta in bus. E ricorda il dialetto piemontese. L’articolo de Il Corriere della Sera a firma di Gian Guido Vecchi:

“Ora passerà alla storia anche per essere il primo Papa latinoamericano. È appassionato di tango, ma le origini italiane e piemontesi restano. Francesco si ricorda ancora il dialetto astigiano e conosce Rassa nostrana, «libera e testarda», il canto degli immigrati. Del resto oltre allo spagnolo e all’italiano parla inglese, francese, tedesco. Coltissimo e umile, parla duro se necessario, come quando pochi mesi fa, a novembre, deplorò il fariseismo di alcuni preti della sua diocesi: «Lo dico con dolore, se suona come una denuncia o un’offesa perdonatemi: nella nostra regione ecclesiastica ci sono presbiteri che non battezzano i bambini delle madri non sposate perché non sono stati concepiti nella santità del matrimonio». Contro tale «sequestro» dei sacramenti, contro gli ipocriti che «allontanano il popolo di Dio dalla salvezza» («magari una ragazza che non ha voluto abortire si trova a pellegrinare di parrocchia in parrocchia, chiedendo che qualcuno le battezzi il bimbo») le parole di quell’omelia suonano oggi fondamentali dopo un Conclave che ha avuto al centro la nuova evangelizzazione: «Gesù non fece proselitismo: lui accompagnò. E le conversioni che provocava avvenivano precisamente per questa sua sollecitudine a accompagnare che ci rende fratelli, che ci rende figli, e non soci di una Ong o proseliti di una multinazionale».”

Francesco. Nessun pontefice lo aveva mai scelto. Il «poverello di Assisi» come esempio. L’articolo de Il Corriere della Sera a firma di Armando Torno:

“Il Dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani ricorda che Francesco deriva da «Francho», ovvero è il «nome di un popolo germanico che invase la Gallia». Per noi rimanda, al di là delle possibili radici, a Francesco d’Assisi, il santo che significa da secoli rinnovamento della Chiesa attraverso un’adesione totale al Vangelo e una scelta di povertà. È un nome medievale, o almeno diventò di uso in quel periodo. Perché nessun pontefice romano lo ha adottato? Rimandava troppo al pauperismo per una istituzione che non avrebbe potuto spogliarsi di ogni cosa come fece il «poverello d’Assisi»? Non è semplice rispondere; comunque dobbiamo ammettere che nella storia del papato non sono mancati dei successori di Pietro francescani, ma mai hanno scelto di testimoniare — almeno con il nome — il loro fondatore. Per diverse ragioni: a volte di natura politica, altre per non suscitare reazioni nella curia. L’accento sul distacco dai beni, non va dimenticato, in molti periodi medioevali era anche il punto di partenza per rifiutare l’autorità romana da parte degli ordini pauperistici e fu sovente confuso con l’odore di eresia. E questo anche se Francesco, recandosi da Innocenzo III nel 1209 per ottenere l’autorizzazione della Regola, desiderava essere obbediente, anzi considerava la Chiesa «madre».”

“I mali della Chiesa si chiamano vanità e carrierismo”. L’articolo de La Stampa a firma di Andrea Tornielli:

“Questa intervista è stata realizzata a Roma nel febbraio 2012 in occasione del concistoro per i documenti trafugati in Vaticano. Il colloquio con l’allora cardinale fu pubblicato sul sito de La Stampa «Vatican Insider». Nel recente concistoro, che si è tenuto nel mezzo delle polemiche per le fughe di documenti dalla Segreteria di Stato vaticana, Benedetto XVI ha voluto che i cardinali parlassero della nuova evangelizzazione. E il Papa ha richiamato i porporati allo spirito di servizio, e all’umiltà. L’arcivescovo di Buenos Aires, il gesuita Jorge Mario Bergoglio, è una delle figure di spicco dell’episcopato latinoamericano. Nella sua diocesi, Buenos Aires, già da tempo la Chiesa va nelle strade, nelle piazze, nelle stazioni per evangelizzare e amministrare i sacramenti. Vatican Insider lo ha intervistato. Come vede la decisione del Papa di indire un anno della fede e di insistere sulla nuova evangelizzazione? «Benedetto XVI insiste nell’indicare come prioritario il rinnovamento della fede, e presenta la fede come un regalo da trasmettere, un dono da offrire, da condividere un atto di gratuità. Non un possesso, ma una missione. Questa priorità indicata dal Papa ha una dimensione di memoria: con l’Anno della fede facciamo memoria del dono ricevuto. E questo poggia su tre pilastri: la memoria dell’essere stati scelti, la memoria della promessa che ci è stata fatta e dell’alleanza che Dio ha stretto con noi. Siamo chiamati a rinnovare l’alleanza, la nostra appartenenza al popolo fedele a Dio»”

Scola tradito dagli italiani fin dalla prima votazione. L’articolo de La Stampa a firma di Giacomo Galeazzi:

“A sbarrare a Scola la strada verso il Sacro Soglio è stata la confluenza di due cordate e di due ordini di valutazioni nettamente distinte: quella extraeuropea (e soprattutto sudamericana) intenzionata a portare per la prima volta il papato fuori dal Vecchio continente e quella curiale dei nemici-alleati Bertone e Sodano irriducibilmente ostili a Scola. «Per antiche invidie e rivalità», commentano nelle Sacre Stanze. A Bertone non è mai andato giù il consiglio di Scola al Papa in un incontro a Castel Gandolfo durante la bufera per la grazia al vescovo negazionista Williamson: la sua sostituzione alla guida della Segreteria di Stato. Da parte sua, invece, Sodano si è trovato su opposte barriere rispetto a Scola in varie partite di potere per il controllo di istituzioni cattoliche. Lo stesso Ruini, pur stimando Scola, non ha dato indicazioni di voto a suo favore ai conclavisti come l’australiano Pell che hanno chiesto di potergli fare visita prima del conclave. Insomma, i 28 elettori italiani non hanno remato tutti nella stessa direzione e così hanno vanificato la possibilità di riportare un loro connazionale sul Soglio di Pietro 35 anni dopo Luciani.”

Buenos Aires in festa. Ma c’è l’ombra del passato. L’articolo de La Stampa a firma di Filippo Fiorini:

“È il «Papa della fine del mondo» dicono i giornali, riferendosi alle sue origini così a sud di Roma da perdersi nell’orizzonte, ma per un argentino tutto questo Sud resta pur sempre il centro dell’universo e Bergoglio resta il papa che fino a ieri era possibile vedere sia sul pulpito a dire messa, che sull’autobus in mezzo al traffico. Capace di comparire in pubblico vestendo la stola cardinalizia, come di farsi fotografare con una sciarpa del San Lorenzo, la sua squadra di calcio preferita. Così, senza bisogno di organizzarsi, i fedeli iniziano ad assembrarsi nelle piccole chiese, per quello che nessuno dubita a definire un miracolo. Il centro della festa è quella Cattedrale della Plaza de Mayo che nel ’92 vide Bergoglio essere ordinato vescovo e che oggi, a poco più di due ore dalla fumata bianca, non era già più in grado di contenere altri fedeli e invitava gli ultimi arrivati ad accontentarsi di un posto sul sagrato. «È l’emozione più bella della mia vita», dice una giovane sulla scalinata. «Spero che torni presto qui a Buenos Aires, con lui è iniziata una nuova era anche per il nostro paese», aggiunge un signore. Tuttavia, mentre tutti i media ripetevano quell’unica «breaking news» a reti unificate, a Buenos Aires era già visibile che la festa iniziata, non poteva essere una gioia di tutti. Da massima autorità spirituale cattolica, Bergoglio non si è infatti mai risparmiato gli attacchi alla gestione della presidente Cristina Fernandez de Kirchner, facendo leva soprattutto sulla necessità di risolvere il dramma della povertà, che ancora colpisce l’Argentina. Una critica mossa sul terreno in cui il governo peronista di sinistra, che ha fatto dei piani di sussidio ai meno abbienti un fiore all’occhiello del suo programma, si sentiva intoccabile. Così, mentre i cattolici si sono mobilitati fin da subito, le istituzioni hanno tradito un momento d’esitazione. La maggioranza in Parlamento, per esempio, ha respinto la richiesta di fare una pausa in onore del nuovo Papa, insistendo a concludere l’omaggio che stava rendendo all’ex presidente venezuelano Hugo Chavez.”