“La domenica non è più tabù” Gianfranco Morra, Italia Oggi

di Redazione Blitz
Pubblicato il 28 Agosto 2015 14:03 | Ultimo aggiornamento: 28 Agosto 2015 14:03
La domenica non è più un tabù

La domenica non è più un tabù

ROMA – Siamo in crisi economica, il lavoro non va buttato, ma cercato: gli operai lo sanno bene. Cominciò lo scorso anno la Ducati di Bologna: un pacchetto di assunzioni, incentivi, premi di produzione e lavoro domenicale. Gli stessi sindacati, sia pure col collo storto, dovettero adeguarsi. Ora altre grosse fabbriche, a cominciare dalla Whirlpool e dall’Electrolux, si sono aggiunte. Accade, del resto, nei più evoluti paesi europei.

Come racconta Gianfranco Morra su Italia Oggi,

La Chiesa cattolica non è d’accordo e ha lanciato una veemente campagna contro il lavoro domenicale. Per due ragioni: impedisce di partecipare ai riti religiosi e non consente alla famiglia di celebrare unita la festa. Così si è espresso il vescovo di Melfi, Gianfranco Todisco, detto anche Mons. Antitrivellatore, che ha scritto a Sergio Marchionne: «Grazie per averci lasciato la fabbrica a San Nicola, ma la domenica devi fermare la produzione».

Più autorevolmente Papa Francesco ha ripreso argomenti che già avevamo ascoltati, negli anni Settanta, dalla Teologia della liberazione: «Gli operai sono schiavi del profitto e dell’efficientismo, li fanno lavorare in fabbrica e comprare nei supermercati anche la domenica».

Preoccupazioni dettate da comprensibili motivi pastorali. La festa non è una giornata come le altre, è di qualità diversa. Ce lo hanno mostrato eminenti studiosi delle religioni (Mauss, van der Leeuw, Guardini).

È il giorno in cui si riattualizza, col rito, l’evento esemplare narrato dal mito, le sue ore non sono quelle banali dei giorni lavorativi, ma quelle forti della commemorazione dell’Evento salvifico.

È un tempo santificato, il «tempus» del «templum», in cui tutti gioiscono celebrando il giorno festivo (gaudeamus diem festum celebrantes). Un giorno sentito da tutti così alto e diverso, che richiede un mutamento del costume: il bagno del sabato sera, il vestito e il cappello della festa, le scarpe lucidate.

Ecco perché le tre religioni bibliche hanno difeso a oltranza la festa e nel Decalogo ebraico uno dei precetti è: «Ricordati di santificare il sabato». In quel giorno, sabato (shabbat), domenica (dominicus dies) o venerdì (jum’a), lavorano i preti, ma non i laici. Tutta la vita del credente si alterna tra due tempi qualitativamente diversi, quello «profano» del lavoro e quello «sacro» della festa (Eliade).

Oggi lo fanno perentoriamente due religioni soltanto, l’ebraica e l’islamica. Nei paesi cristiani i secoli della modernità hanno sempre più ridotto il valore delle feste religiose, dai protestanti, che hanno cancellato quelle della Madonna e dei santi, aumentando così il tempo lavorativo, alla rivoluzione francese, col suo calendario che limitava le feste facendo divenire la settimana una decade. Poi ci ha pensato la rivoluzione industriale. Dopo il periodo duro degli inizi, il tempo di lavoro si è sempre più ridotto e quello della festa esteso.

La differenza tra giorno feriale e festivo è gradualmente evaporata: non sono diversi per qualità, la festa è solo il giorno in cui non si lavora (…)