La regista Suha Arraf “La mia storia palestinese”. Maria Pia Fusco, Repubblica

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 Settembre 2014 10:38 | Ultimo aggiornamento: 1 Settembre 2014 10:38
Suha Arraf

Suha Arraf

ROMA – “Difficile immaginare in un film palestinese una storia così classica, elegante, intimista come Villa Touma di Suha Arraf, in concorso alla Settimana della Critica – scrive Maria Pia Fusco di Repubblica – È una storia di tre sorelle palestinesi cristiane, vivono in una villa decadente di Ramallah che conserva i segni di un stile di vita alto e di un passato glorioso (loro e della città che una volta era la “piccola Parigi”) nel quale si sono chiuse, ciascuna con i suoi segreti, restando fuori dalla realtà. Finchè non arriva una nipote orfana, giovane, ribelle, che si innamora di un musulmano”.

L’articolo completo:

Una vicenda così insolita per il cinema palestinese viene dal passato di Suha Arraf che faceva la giornalista prima di passare al cinema come sceneggiatrice – La sposa siriana e Il giardino dei limoni – per poi esordire nella regia con Villa Touma, un film che ha già sollevato polemiche in Israele. «C’è una ragione per cui ho fatto questo film. I palestinesi che si vedono al cinema sono vittime oppure eroi, non sono persone come tutti, con i loro lati buoni o cattivi. Con Villa Touma voglio raccontare i palestinesi solo come esseri umani».
Perché le autorità israeliane protestano contro il film?
«Mi avevano chiesto che il film rappresentasse Israele, perché è finanziato con il fondo del cinema israeliano. Ho rifiutato. E voglio spiegar bene perchè. Oggi i palestinesi vivono nelle West Bank, a Gaza, nei campi; io sono una palestinese nata in Galilea, mio nonno era lì nel ’48; oggi vivo all’interno di Israele e molti nel mondo non sanno che siamo un milioni e mezzo – gli israeliani ci definiscono arabo-israeliani – che abbiamo il passaporto e la cittadinanza israeliana, concessa dopo il 1967, che paghiamo le tasse come tutti…».
E cosa c’entra con il film?
«Avevo il diritto di accedere al Fondo per il cinema. Il progetto è stato approvato, ho avuto il finanziamento, pochi soldi, è un budget molto ridotto. Io sono palestinese, la storia è palestinese, lo sono gli interpreti, perché dovrei dire che il film è israeliano? La legge internazionale per altro dice che un’opera appartiene all’autore non al fondo finanziario ».
Quando è iniziato il dissidio con le autorità?
«Quando il film è stato selezionato per Venezia. Le immagini che vengono da Gaza sono così terribili, hanno pensato che rappresentare Israele con un film come questo fosse una buona propaganda, un segno di democrazia. Ma quale? Due mesi fa a Tel Aviv parlavo al telefono in arabo e mi hanno gridato “sporca araba vattene da qui”. Ero su un treno e qualcuno ha gridato che non dovremmo viaggiare negli stessi vagoni. È un’atmosfera terribile, ci sono manifestazioni al grido di “Morte agli arabi”. Io sono stata accusata di aver rubato i soldi del governo».
Che succederà al ritorno?
«Intanto andrò a Toronto e in altri festival, e al ritorno continuerò la mia lotta per sostenere il mio diritto a quel finanziamento, anzi presenterò un altro progetto anche se sarò nella lista nera».