E per la sinistra lo scontrino è un boomerang. Paolo Bracalini, Il Giornale

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 settembre 2014 11:49 | Ultimo aggiornamento: 12 settembre 2014 11:49
E per la sinistra lo scontrino è un boomerang. Paolo Bracalini, Il Giornale

E per la sinistra lo scontrino è un boomerang. Paolo Bracalini, Il Giornale

ROMA – “Noi di Fiorito non ne abbiamo! strepitava Pier Luigi Bersani – scrive Paolo Bracalini del Giornale – prima che le procure indagassero qualche centinaio di consiglieri regionali Pd per scontrini, cene, rimborsi regionali usati a piacere, insomma per Fiorito, che però nel Pd però non c’è”.

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L’ironia è che a sfottere il Pd, già allora, c’era un giovanotto rampante del Pd, pronto ad abolire tutti i finanziamenti a partiti e gruppi consiliari, e a fare il verso a Bersani che si richiamava alla res publica ateniese: «Da Pericle a Fiorito ce ne corre…». Proprio lui, Matteo Renzi, che invece adesso nei panni di segretario, e con i suoi fidati indagati per cene e scontrini come Fiorito, non chiede passi indietro e anzi, al posto loro pure lui non si dimetterebbe per 4.000 euro di pranzi e cene, alcuni soggiorni in hotel, rimborsi chilometrici un po’ eccessivi secondo i pm. Solito copione (e solito reato contestato: peculato) ma opposta reazione.

Eppure era stato proprio il Pd a chiedere le dimissioni immediate di Renata Polverini, allora presidente della Regione Lazio, per le tavolate imbandite (coi soldi pubblici) dei consiglieri Pdl laziali. «Non passa giorno senza che vengano alla luce nuove e impressionanti notizie sulla pressoché totale assenza di legalità nell’uso delle risorse pubbliche da parte del gruppo consiliare del Pdl – tuonava in quei giorni Luigi Zanda, capo dei senatori Pd – È dovere della Polverini interrompere questa agonia e restituire ai cittadini il diritto di scegliersi consiglieri regionali in grado di comportarsi onestamente».
I viaggi e le magnate dei consiglieri laziali del Pdl con i fondi regionali valevano le dimissioni di tutta la giunta regionale, quelle in Emilia-Romagna dei due renziani Richetti e Bonaccini, modeste per volume ma pur sempre spese indebite secondo la Procura, sono attacchi «denigratori», dicono i parlamentari emiliani del Pd, da cui sono pronti a «tutelarsi» in sede legale. Dalla riunione dei vertici locali, presente il numero due del segretario, Lorenzo Guerini, la linea è questa: «Non ci sono spese pazze, «d’ora in avanti il Pd farà bene a tutelarsi in ogni sede ogni qualvolta verrà associato a espressioni di questo tipo totalmente denigratorie» dicono i deputati Donata Lenzi e il senatore Stefano Vaccari.

Sulle «mutande verdi» di Roberto Cota, e sulle «spese pazze» (quelle ovviamente sì) dell’ex governatore leghista del Piemonte, invece il Pd era andato giù col machete. «La Regione è caduta, prima ancora che sulla legalità, sotto il disonore delle mutande verdi!» è stato il cavallo di battaglia del renziano Sergio Chiamparino nella corsa (vincente) alla Regione Piemonte. Durante la quale il Pd a Torino ha organizzato anche un flash mob, una manifestazione in piazza con tanto di mutandone verde gigante, simbolo delle abboffate di centrodestra. Pure sulla Rimborsopoli dell’Abruzzo, regione non rossa, il Pd ha bacchettato il governatore Chiodi («Ha fallito anche su etica e trasparenza»).
Cene e spese pazze, che diventano sobrie nel caso del Pd. Una differenza etica che la base stessa del Partito democratico – sul web e tra gli stand della Festa dell’Unità a Bologna – sembra non capire del tutto. Se lo scontrino è democratico è meno grave. O dipende dall’importo: ma a partire da quanto una spesa impazzisce? Chi lo decide? Forse dipende dal menù: i tortellini democratici, pagati sempre con i rimborsi regionali, sono legittimi, al massimo un peccato di gola, le fettuccine e le lingerie di centrodestra un’offesa da riparare con le dimissioni. E le spese della Barracciu, ex consigliere regionale Pd in Sardegna anche lei indagata per peculato, sono pazze o sane? Si parla di 33mila euro, più altri 40mila di rimborsi chilometrici che secondo i pm non coincidono con gli spostamenti effettivi della Barracciu. Che però, sotto regionali, fu convinta a mollare la candidatura a presidente della Regione.
Per convincerla il segretario Renzi spedì a Cagliari un suo emissario. Chi? Proprio Bonaccini, che ora resta al suo posto per lo stesso addebito. Con il placet di Renzi, che nel frattempo ha nominato la Barracciu sottosegretario. Saranno pure scontrini, ma democratici.