Rassegna Stampa

La Stampa: “Sequestrata a 14 anni da due coetanee a Torino”

La Stampa: "Sequestrata a 14 anni da due coetanee a Torino"

La Stampa: “Sequestrata a 14 anni da due coetanee a Torino”

TORINO – Sequestrata a 14 anni da due coetanee a Torino, il raid davanti a un gruppo di amici. La storia raccontata da Elena Lisa sulla Stampa:

I flirt e gli incontri tra adolescenti in uno tra i più grandi centri commerciali d’Italia, alle porte di Torino, nascono sul palcoscenico del McDonald’s.
Hanno l’odore di patatine fritte e gabinetto, il colore rosso acceso delle labbra di tredicenni precoci e l’irruenza eccessiva di coetanei che camminano come pistoleri anche se l’unico cavallo che hanno è quello basso, illogico, dei loro pantaloni. Ciò che esiste lì, amicizie e antipatie, non è reale: tutto vale al massimo un’ora, un giorno. Reali piuttosto sono le conseguenze di parole e azioni che i protagonisti, ancora troppo piccoli e inesperti, sono in grado di prevedere.
Com’è accaduto a ottobre, quando due minorenni, una quattordicenne di origini romene e una quindicenne marocchina, hanno rapinato, picchiato e spogliato una coetanea colpevole di chissà che cosa. Forse di aver messo gli occhi addosso a un ragazzo del loro gruppo. La vicenda è venuta alla luce dopo mesi di indagini: i carabinieri avevano bisogno di individuarne tutti gli attori.
Oltre alle due che hanno aggredito materialmente – e che oggi sono accusate di violenza privata, lesioni, rapina e violenza sessuale – ha partecipato alla ferocia e alla brutalità anche un gruppo di ragazzini. Testimoni attivi come nel film con Jodie Foster «Sotto Accusa» ma fortunatamente senza l’epilogo finale, la violenza carnale, nonostante l’incitamento del branco.
«Siamo distrutti – racconta il padre della giovane picchiata, una quattordicenne italiana – nostra figlia ha paura di uscire di casa. Ancora non riusciamo a credere a cosa le sia accaduto: venti giorni di prognosi per le botte prese e adesso la paura di tornare a vivere».
Di riprendersi ciò che aveva: la spensieratezza e la leggerezza di uscire con le amiche, parlare delle prime cotte e guardare le vetrine del centro commerciale.

Le sue aguzzine le ha incontrate lì, da McDonald’s, in compagnia di tre compagne di scuola. Prima la scusa di una sigaretta negata, poi l’accusa di uno sguardo di troppo a uno della combriccola, alla fine un ceffone. Le quattro sono state accerchiate e costrette ad andare in un parcheggio di cinque piani accanto a Le Gru. Sono salite fino all’ultimo seguite da uno struscio di ragazzotti e ragazzotte, della stessa compagnia, poco più che bambini. Il bersaglio della violenza è stata immediatamente strattonata, spintonata, schiacciata contro la balaustra di cemento che circonda il parcheggio. «Ora ti facciamo volare di sotto – le hanno urlato – vediamo se la smetti di fare la furba». Così, la furba, un’accusa generica, tanto una colpa vale l’altra.
In due l’hanno presa per i capelli e mentre il gruppo tifava l’hanno spogliata. Le hanno tirato su la maglietta. Poi il reggiseno. «Adesso qualcuno dei nostri ti farà la festa. Chinati e abbassagli la cerniera dei pantaloni». Solo quando è arrivata una coppia a riprendere l’auto parcheggiata, il gruppo si è dileguato e le amiche della ragazzina, che hanno assistito alla scena come monito, hanno potuto chiedere aiuto. Fine di un incubo. Purtroppo no.
I ricordi, tenaci, non mollano la mente. Una quattordicenne adesso ha paura di vivere e due sono agli arresti e in comunità. Tre famiglie distrutte.

Davanti ai carabinieri una delle due ha negato, l’altra non ha detto una parola. Nessuna spiegazione, nessun pentimento. Il controsenso della storia è che la parola chiave per capire quel pestaggio non sia gelosia e nemmeno rivalità. Il termine che chiarisce, piuttosto, è ricerca di «popolarità».
Il venerdì e il sabato pomeriggio, tra i tavolini del locale dentro, e le panche fuori, all’aperto, della zona verde su cui quel McDonald’s si affaccia, si radunano in ottanta, novanta, cento ragazzini tra i dodici e i diciotto anni. Ci sono gli studenti del mordi e fuggi, quelli che appena usciti da scuola corrono a prendersi un panino e volano a casa. Poi quelli delle Nike bianche, jeans stretti e cappellino con visiera che nel centro commerciale vivono una vita intera. «Qui funziona così – dice Laura, 14 anni seduta vicino all’ingresso – più “mi piace” hai su Facebook e più sei qualcuno. L’importante è fare cose che ti diano popolarità, che facciano parlare di te. Conta che il tuo nome circoli, non se quello che hai fatto è grave».

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