La super manager in fuga dalla Puglia “Investirei 70 milioni, ma qui non si può”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 settembre 2014 11:09 | Ultimo aggiornamento: 12 settembre 2014 11:09
L'articolo del Corriere della Sera

L’articolo del Corriere della Sera

ROMA – “Quando ho cominciato in Umbria ero così gasata. Ora capisco che l’Italia può essere molto difficile. Mio marito era contrario. Il suo lavoro è attirare investitori in Gran Bretagna. In questi giorni mi ha detto: Non vogliono fare niente. Adesso lo so. Investire in Italia mette paura”. Questa l’amara verità raccontata dall’immobiliarista britannica e moglie dell’attuale segretario al Tesoro del governo Cameron, Alison Deighton che nel 2008  aveva acquistato, insieme con  il broker Ian Taylor, diversi ettari di terra  a Sant’Isidoro, nella marina di Nardò, nel Salento,  con l’obiettivo di realizzare  un resort a cinque stelle in armonia con l’ambiente circostante.

L’intervista al Corriere della Sera:

Qualcuno dice che a Nardò in Puglia volete abbattere ulivi centenari per far posto a un resort turistico da 70 milioni di euro…
«Ma se quella terra l’abbiamo comprata proprio perché c’erano gli ulivi! Alberi meravigliosi, opere d’arte. Non c’è mai stata discussione: ovvio fin dall’inizio che gli alberi dovevano restare lì. Invece nella proprietà accanto alla nostra stanno costruendo un albergo. Andate a vedere dove sono finiti gli ulivi. Al loro posto ci sono le ruspe. Io non sono una speculatrice. Adoro l’Italia, adoro il Salento. Sono più interessata all’estetica che ai mattoni. A Nardò volevo solo fare qualcosa di bello da cui guadagnassero tutti…».
Un’americana che vive a Londra e investe in Italia…
«Nove anni fa ho rilevato e riadattato un albergo nel centro storico dove abbiamo la casa: 30 stanze, 20 persone a tempo pieno. È diventato un piccolo magnete. Un progetto bellissimo».
Non ha vissuto in Umbria l’«incubo burocratico» che dice di aver trovato in Puglia…
«Sono progetti diversi, ma a Città della Pieve abbiamo avuto l’attenzione delle autorità e della comunità. Certo ho dovuto convincerli della bontà del progetto. È il volto positivo del campanilismo. Ma in Umbria mi hanno ascoltato. In Puglia non c’è solo la mancanza di certezze nell’iter burocratico, che per un imprenditore è la morte. Un’altra cosa frustrante è la mancanza di interesse. Come se un progetto di ecoturismo da 70 milioni non interessasse alla regione. I gruppi ambientalisti, a livello nazionale, l’hanno definito stellare».
Com’è nato il progetto Oasi Sarparea?
«Da viaggi di piacere in Puglia, ancora con i figli piccoli. Una decina di anni fa mi sono innamorata del Salento. Era ancora in parte da scoprire a livello internazionale. Abbiamo cercato il posto giusto, e abbiamo comprato. Sei anni fa. C’era tutto. Mare, terra, ulivi. Mal tenuti devo dire…».
Come mal tenuti?
«Abbiamo dovuto curarli. Poi ho speso una fortuna per costruire i fossi anti-incendio. Era una zona semi abbandonata, con la spazzatura in giro. L’abbiamo resa di nuovo produttiva. Adesso c’è un’azienda agricola locale, produciamo olio. Credo di aver dimostrato che non voglio distruggere ma preservare».
E il resort?
«L’area era edificabile. L’abbiamo presa con l’idea di fare qualcosa che valorizzasse l’ambiente e attirasse una clientela alta, in modo da creare anche sviluppo, con una scuola di cucina, un centro legato a Slow Food Italia… Il Comune di Nardò era entusiasta. Poi è cambiata l’amministrazione, abbiamo perso gli interlocutori, ci siamo rivolti alla Regione, ci siamo impantanati».
Un progetto a scatola chiusa?
«No, questo è il punto. Non siamo nemmeno arrivati a discutere di architettura! Se io presento un progetto in America, posso ricevere critiche, obiezioni. Ma se ne parla. Si arriva a un’idea condivisa. In Puglia non è stato possibile. Dopo il primo stop, il Tar ci ha dato ragione. Ma subito dopo è arrivato l’appello. Ora tocca al Consiglio di Stato. Ma l’udienza potrebbe arrivare tra due anni, quando non si sa».
Con chi ha parlato l’ultima volta?
«Con un responsabile regionale molto in alto».
Nome?
«Preferirei non farlo».
Risultato?
«All’incontro è arrivato apposta dall’Africa anche il mio partner nel progetto, Ian Taylor, broker del petrolio. In Regione ci hanno concesso mezz’ora. Mezz’ora per rispondere a una domanda: “Possiamo parlarne? Cosa dobbiamo fare?”. La risposta è stata: “Forse”».
Qualcuno vi ha chiesto soldi?
«Mai. Forse non siamo neppure arrivati a quel punto. Ma non credo sia un problema di corruzione. La cosa impressionante è il livello di disinteresse. Non della comunità locale: i sindacati hanno persino occupato il Comune per appoggiarci!».
Allora lasciate perdere?
«Ho investito troppa passione per chiudere del tutto la porta. Ma quando l’incertezza si prolunga, per un investitore è meglio cambiare. Il mondo è grande».
Delusa dall’Italia?
«Quando ho cominciato in Umbria ero così gasata. Ora capisco che l’Italia può essere molto difficile. Mio marito era contrario. Il suo lavoro è attirare investitori in Gran Bretagna. In questi giorni mi ha detto: “Non vogliono fare niente”. Adesso lo so. Investire in Italia mette paura».
Scary Italy, bello slogan per il nostro Paese.