Laura Boldrini e Pietro Grasso, tagli promessi. Ma dopo 18 mesi…

di Redazione Blitz
Pubblicato il 28 Luglio 2014 8:44 | Ultimo aggiornamento: 28 Luglio 2014 8:44
Laura Boldrini e Pietro Grasso, tagli promessi. Ma dopo 18 mesi...

Laura Boldrini e Pietro Grasso, tagli promessi. Ma dopo 18 mesi…

ROMA – Avevano promesso tagli che, dopo 16 mesi “non si sono visti neppure con il binocolo”. Pietro Grasso e Laura Boldrini finiscono sotto accusa per una promessa non mantenuta, quella di tagliare i costi della politica. Sul Giornale Fabrizio Boschi riprende un dettagliatissimo articolo de La Voce.info per mostrare come dopo 18 mesi i conti non tornano.

Gli onorevoli, è la tesi de Voce e Giornale, ci costano anzi di più. Con buona pace delle promesse. Qualche taglio c’è stato, spiega Boschi, ma così “minuscolo” da perdersi nel deserto.

 

Che belli che erano. I neo presidenti dei due rami del Parlamento quando, gomito a gomito, annunciarono, quel 20 marzo 2013, in collegamento con Ballarò, di tagliarsi lo stipendio del 30%, rinunciando addirittura all’abitazione ufficiale. Laura Boldrini, di nero vestita come fosse a lutto, e Pietro Grasso con cravattone rosso, proposero persino l’innalzamento delle ore lavorative del Parlamento e i tagli all’ufficio di presidenza. «Basta ai pagamenti forfettari», tuonarono con voce ferma e decisa. Che belli che erano. La gente disse: però, che bravi, almeno loro danno il buon esempio. Stavolta si comincia bene. E pensare che allora non c’era neppure Renzi a fare marketing con le slide.

Sono passati sedici mesi e quei tagli promessi non si sono visti nemmeno con il monocolo. Anzi no, non è vero. Ci sono stati. Ma talmente minuscoli da perdersi nel deserto degli sprechi. Non è una polemica. Sono semplici numeri.
A fare i conti in maniera precisa e dettagliata ci ha pensato Roberto Perotti del sito lavoce.info. Il costo effettivamente sopportato dal contribuente per far funzionare la Camera dei deputati nel 2013 è diminuito, in modo permanente, di soli 4 milioni. E la spesa per i deputati è aumentata di ben 10 milioni.

Ma partiamo dal principio. L’anno scorso, in sede di bilancio di previsione per il 2013, la Camera dei deputati annunciò, con una grande operazione di marketing, che aveva ridotto «la richiesta per la dotazione che riceve ogni anno dallo Stato di 50 milioni di euro». Traduzione per i duri: dal 2013 la Camera aveva deciso di pesare sul contribuente 50 milioni in meno che nel 2012. Eureka!, avrebbe detto Archimede.

In effetti a guardare i bilanci la riduzione pare addirittura superiore. Il costo della Camera nel 2012 è stato di 723 milioni e nel 2013 di 656 milioni, ovvero 67 milioni in meno. Tuttavia, ovviamente senza dirlo, la Camera ha abbellito i suoi conti con due efficaci giochi di prestigio. Il primo, detto raiding the fund, usa i fondi di solidarietà dei deputati (circa 15 milioni l’anno) come se fossero un bancomat temporaneo per tappare i buchi; il secondo genera residui passivi, cioè somme che ci si impegna a pagare in futuro, ma che non vengono tirate fuori nell’esercizio in corso. Et voilà, la magia è fatta.

Nel 2013 la Camera ha deciso di «prelevare» dal fondo 40 milioni per finanziare le sue spese. Così ha ridotto i contributi netti al fondo, da 15 milioni a -25 milioni. Purtroppo c’è una pesante controindicazione a fare questo giochino. Con un raid di 40 milioni all’anno, il fondo di solidarietà si esaurirà nel 2016. A quel punto il contribuente ricomincerà a pagare. Risparmio a tempo, insomma.

Se, dunque, non tenessimo conto degli effetti di questo raid, il costo totale della Camera diminuirebbe, nel 2013, di 27 milioni e non di 67. Ma anche questi 27 milioni sono solo un’illusione ottica perché frutto del secondo gioco di prestigio: l’aumento dei residui passivi, cioè soldi che la Camera si è impegnata a pagare, ma il cui esborso effettivo viene rimandato agli anni successivi. Questi soldi promessi e ancora non pagati sono aumentati di ben 17 milioni. Il risultato finale è che le spese della Camera sono diminuite di soli 10 milioni, un settimo di quello che era stato promesso.

Non è finita qui. Anche questi 10 milioni sono solo apparenti, risultato di due eventi casuali non dipesi dalle scelte della Camera: le elezioni del 2013, che hanno chiuso la Camera per qualche tempo portando ad un calo della spesa per i collaboratori esterni di circa 4 milioni e il raddoppio degli interessi attivi, da 2 a 4 milioni. Se si tolgono anche queste cifre, il costo della Camera diminuisce di soli 4 milioni, lo 0,5 per cento. A fronte di questa orgia di numeri si aggiunga che la spesa per i deputati, invece, è aumentata di 10 milioni (3 milioni per le indennità e 7 milioni per le pensioni).
Che belli che erano sedici mesi fa.