Lavoro, la sinistra sfida Renzi: “Trattiamo o sarà referendum nel partito”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 settembre 2014 9:36 | Ultimo aggiornamento: 22 settembre 2014 9:36
Lavoro, la sinistra sfida Renzi: "Trattiamo o sarà referendum nel partito"

Renzi (LaPresse)

ROMA – Come in Scozia, la frattura del Pd sulla riforma del lavoro potrebbe sfociare in un referendum. Gli iscritti del Partito democratico verrebbero chiamati a pronunciarsi sull’abolizione del reintegro in caso di licenziamento previsto dall’articolo 18. In questo caso l’appiglio è un altro articolo, il numero 27 dello Statuto del Pd, ovvero la consultazione vincolante dei tesserati su temi di grande rilevanza.

La possono chiedere il segretario, la direzione a maggioranza, il 30 per cento dei delegati dell’assemblea nazionale oppure il 5 per cento degli iscritti. Una sfida tra il sì o il no che le opposizioni interne sono convinte premierebbe le loro ragioni sconfiggendo Renzi. Se il premier cerca davvero lo scontro finale, il referendum può scattare davvero. Avrebbe certo il sapore della rivincita, ma è uno strumento difficilmente criticabile dai renziani perché rivolto direttamente ai cittadini.

Eppure la minaccia di questa arma finale contrasta con i tentativi per l’accordo che le due partiti stanno facendo in queste ore.

Scrive Goffredo De Marchis su Repubblica:

«È una extrema ratio », ammette il bersaniano Alfredo D’Attorre. Per il momento siamo di fronte alle prove muscolari. Quelle del premier, sotto forma di video e lettere agli iscritti. Quelle della minoranza che conferma gli appuntamenti di domani. Una riunione con Civati, Cuperlo, Fassina, Damiano, D’Attorre e forse il lettiano Boccia per valutare insieme la linea da tenere in Parlamento sulla legge delega. In serata poi, al gruppo del Pd alla Camera, si riunisce l’assemblea dei parlamentari bersaniani di Area Riformista. Circa 110 persone tra deputati e senatori. Nel mirino non solo il Jobs Act ma anche la legge di stabilità. Sono messaggi di forza che gli sfidanti si lanciano e che scontano anche la futura assenza di Renzi, impegnato nel viaggio americano per una settimana. In questa categoria rientrano anche l’annunciato voto contrario, a prescindere dalla disciplina di partito, di Stefano Fassina. E la dichiarazione di Pier Luigi Bersani che sentenzia: «Su questa materia esiste la libertà di voto».

In realtà, Renzi legge spiragli di apertura. Nelle prese di posizione della Cisl e della Uil che spaccano il fronte sindacale. Nel sostegno di Confindustria. Persino nelle parole di Bersani «che, al di là della questione personale, mi sembra pronto a ragionare», lascia detto il premier ai collaboratori prima di partire per gli States. Non a caso nella trattativa, che per Largo del Nazareno conduce come al solito Lorenzo Guerini, Renzi ha fatto sapere che «lo strumento del decreto legge è escluso ». Sta in piedi soltanto come arma di pressione, ma non è quello che cerca Palazzo Chigi. Sarebbe davvero una dichiarazione di guerra. Renzi punta invece a marcare il con- fine tra vecchio e nuovo con il suo discorso di lunedì prossimo in direzione. Lo farà sottolineando che accanto alla flessibilità sui licenziamenti, cioè una riduzione dei diritti attuali, se ne guadagneranno altri per i precari attraverso un’indennità di disoccupazione universale (i soldi, 2 miliardi, verrebbero subito stanziati nella manovra) e le tutele per la maternità. È possibile inoltre accorciare i tempi per il contratto a tutele crescenti. Ossia, l’assunzione a tempo indeterminato potrebbe essere anticipata da 3 anni a 2 anni. Dopo di che rimarrebbe il reintegro per discriminazione. «Mi pare ovvio. Quello non si tocca», spiega Renzi quando illustra il suo piano.

Togliendo il decreto dal tavolo, la discussione sulla legge delega potrebbe essere più semplice. Ma la minoranza chiede di definire bene i poteri del governo. «La smetta con gli ultimatum e la propaganda — avverte Gianni Cuperlo — e chiarisca meglio cosa vuole mettere nella delega» (…)