Legge elettorale, emissioni CO2, De Girolamo: rassegna stampa del 14 gennaio

di Redazione Blitz
Pubblicato il 14 gennaio 2014 8:18 | Ultimo aggiornamento: 14 gennaio 2014 8:19
rassegna stampa

La prima pagina del Corriere della Sera del 14 gennaio

ROMA – Pochi paletti per la nuova legge elettorale. Il Corriere della Sera: “No a eccessivi premi di maggioranza, possibilità di scegliere i candidati. La Corte costituzionale ha depositato la motivazione della sentenza con cui, lo scorso 4 dicembre, ha di fatto azzerato il Porcellum lasciando alla discrezionalità del legislatore la scelta del sistema che ritenga più idoneo ed efficace. «Non c’è un modello di sistema elettorale imposto dalla Carta costituzionale». E poi: «L’attuale Parlamento è legittimo». Gli effetti della sentenza varranno, comunque, solo per il futuro. In attesa della riforma, proporzionale puro.”

«No a premi di maggioranza eccessivi». L’articolo a firma di Dino Martirano:

«Non c’è un modello di sistema elettorale imposto dalla Carta costituzionale, in quanto quest’ultima lascia alla discrezionalità del legislatore la scelta del sistema che ritenga più idoneo ed efficace in considerazione del contesto storico…». La Corte costituzionale ha depositato la motivazione della sentenza con cui, lo scorso 4 dicembre, ha di fatto azzerato il Porcellum nella parte in cui prevede(va) un premio di maggioranza smisurato e senza soglia di accesso. E perché con le liste lunghe bloccate non lascia(va) possibilità di scelta all’elettore.

Gli effetti della sentenza varranno solo per il futuro: viene fatto salvo, sottolinea la Consulta nel testo di 26 pagine redatto dal giudice Giuseppe Tesauro, «il principio fondamentale della continuità dello Stato che non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità degli organi costituzionali…Le elezioni svolte (nel 2013, ndr ) sono un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti…Di pari non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove elezioni»..

La Consulta, dunque, pur nel rispetto dei diversi ruoli istituzionali, definisce quell’impianto — maggioritario spinto e liste bloccate — censurabile: «Il sistema elettorale, pur costituendo espressione dell’ampia discrezionalità legislativa, non è esente da controllo, essendo sempre censurabile in sede di giudizio di costituzionalità quando risulti manifestamente irragionevole». In altre parole, allora, la politica vada avanti con uno dei tre modelli individuati dai leader politici (spagnolo, Mattarellum corretto, doppio turno di coalizione) ma non esageri con gli effetti maggioritari: «Questa Corte ha già segnalato l’esigenza che il Parlamento consideri con attenzione alcuni profili di un simile meccanismo…distorsione tra voti espressi e attribuzione dei seggi…e nella perdurante inerzia del legislatore ordinario gli stessi rilievi non possono che essere ribaditi». Ma soprattutto, insiste la Corte, il Parlamento trovi il meccanismo adatto per far scegliere l’elettore, sia esso quello delle liste bloccate corte o del collegio uninominale o della preferenza.

Europa, la battaglia delle emissioni. Sul tavolo il taglio del 40 per cento. L’articolo a firma di Stefano Agnoli:

Ambiente e «green economy», l’Europa è divisa. Non sarebbe in sé una novità se questa volta la posta non fosse assai concreta e non riguardasse da una parte la competitività delle imprese, e dall’altra la scommessa tutta europea sulle prospettive di rilancio economico e tecnologico che l’«economia verde» potrebbe garantire.

Ciò che accade è che a Bruxelles si sta giocando in questi giorni una spigolosa partita sul tetto alle emissioni di CO2 e sulla quota di energia che dovrà essere coperta dalle energie rinnovabili, come il solare e l’eolico. In sostanza si tratta di aggiornare la politica del cosiddetto «20-20-20» (20% di riduzione di emissioni rispetto al 1990, 20% di rinnovabili, 20% di maggior efficienza, il tutto entro il 2020) adottata fino ad oggi con alterno successo. E, soprattutto, ideata prima che la Grande Crisi spiazzasse le aziende europee (e italiane), obbligate a competere sullo scenario internazionale con il fardello dei maggiori costi rappresentati dall’obbligo di «ripulire» dall’anidride carbonica le proprie produzioni, contro competitors di Paesi e aree (asiatiche ma non solo) che questo peso non lo hanno.

Un dilemma, e soprattutto uno scontro di interessi che si è riflesso all’interno della Commissione europea, che negli otto giorni al 22 gennaio dovrà mettere nero su bianco e rendere pubblico un «pacchetto competitività», cioè quattro comunicazioni su energia (Günther Oettinger), industria (Antonio Tajani), cambiamenti climatici (Connie Hedegaard) e «shale gas» (Janez Potocnik) che dovranno contenere un paio di numerini fondamentali. Quali? Proprio la riduzione della CO2 e la quota di energia rinnovabile al 2030. Diversi commissari però (il vicepresidente Tajani, Olli Rehn agli Affari economici, Dacian Ciolos all’agricoltura e Oettinger) si sono schierati contro la proposta che è in maggioranza, e che fissa al 40% il tetto alle emissioni. Livello troppo ambizioso, affermano, e tale da mettere in difficoltà le imprese continentali. Meglio sarebbe, sostengono, fermarsi al 35%, che corrisponde a una quota di rinnovabili del 24% contro invece il 27%. Dice Tajani: «Politica industriale e ambientale devono poter coincidere, e per questo ci vogliono obiettivi equilibrati, che non costringano le aziende a delocalizzare», un fenomeno che in gergo si definisce «carbon leakage». Con il presidente Barroso e gli altri commissari ci sono però i ministri dell’Ambiente e dell’Energia di Stati membri influenti come Germania, Francia, Regno Unito e Italia, che in almeno due occasioni hanno inviato una lettera a Bruxelles. L’ultima volta la settimana scorsa (con Olanda e Spagna). Hanno scritto: «Un obiettivo ambizioso di riduzione dei gas serra di almeno il 40% sarà fondamentale per sbloccare decine di miliardi di investimenti di cui abbiamo urgentemente bisogno».

I giovani italiani che ignorano quello che serve per lavorare. L’articolo a firma di Luigi Offeddu:

La prima è una notizia tristemente già vecchia, da archivio: «La disoccupazione giovanile in Italia è raddoppiata dal 2007, toccando il 40% nel 2013». (41,6% oggi, ndr ).

Ma la seconda no, la seconda notizia morde nel vivo: «Tuttavia, questa cifra è solo parzialmente dovuta alla crisi economica: i problemi ribollono molto più nel profondo… Il 47% dei datori di lavoro italiani riferiscono che le loro aziende sono danneggiate dalla loro incapacità di trovare i lavoratori giusti, e questa è la percentuale più alta fra tutti i Paesi esaminati».

Infatti: lo stesso lamento echeggia fra il 45% degli imprenditori greci, il 33% degli spagnoli, il 26% dei tedeschi. Ma da nessuna parte, come da noi. In Italia, dunque, cercansi coloro che hanno gli skill , le attitudini, le capacità, i talenti richiesti da questo o quel settore. Ce n’è tanti. Gli imprenditori non li trovano, loro non sanno come e dove farsi cercare: «Non hanno le informazioni su come prendere decisioni strategiche». Domanda e offerta non si incontrano, e nessuno spread riesce a farle metterle in contatto, a far scattare il semaforo.

Tutto questo dice il rapporto McKinsey, condotto su otto Paesi Ue e presentato ieri a Bruxelles presso il centro di ricerca Bruegel («Il viaggio tempestoso dell’Europa, dall’educazione all’occupazione»).

Il dossier spiega anche che «la Ue ha il più alto tasso di disoccupazione ovunque nel mondo, a parte il Medio Oriente e il Nord Africa». Per poi sferzare: «In Italia, Grecia, Portogallo e Regno Unito sempre più studenti stanno scegliendo corsi di studio collegati alla manifattura, alla lavorazione, nonostante il brusco calo nella domanda in questi settori. E in generale, non è una cosa positiva vedere un ampio numero di giovani scommettere il loro futuro su industrie in decadenza… Ci sono abbinamenti sbagliati, educatori e imprenditori non stanno comunicando fra loro».

Perché il Porcellum è incostituzionale “Il premio era irragionevole e serve un voto di preferenza”. Repubblica: “Le motivazioni della Consulta: legittimo il Parlamento attuale.” L’articolo a firma di Liana Milella:

L’attuale Parlamento è del tutto legittimato. Ma da domani, se gli italiani dovessero andare a nuove elezioni, avrebbero il pieno diritto di esprimere almeno una preferenza e vedrebbero il loro voto non mortificato dai premi di maggioranza che, alla Camera e al Senato, dal 2005 in avanti per colpa del Porcellum, hanno di fatto violato la volontà degli elettori e della Costituzione. Parola della Consulta. “Solo” 26 pagine, poche in fondo se si considera l’importanza davvero epocale della questione, firmate da Giuseppe Tesauro, l’ex presidente dell’Antitrust che oggi lega il suo nome alla fine della legge elettorale più contestata della Repubblica. Il Porcellum del 2005, la legge «porcata », come la ribattezzò l’allora ministro leghista Roberto Calderoli.

Quattro capitoli cancellano, rispettivamente, i premi di maggioranza delle due Camere e le liste di partito, troppo lunghe e quindi senza alcuna conoscibilità e riconoscibilità per l’elettore chiamato al voto, mentre diverso sarebbe se esse fossero composte di pochi nomi, come nel sistema spagnolo.Ribadita la validità del Parlamento in carica per il principio della continuità dello Stato. La Consulta conferma in pieno i dubbi della Cassazione del 17 maggio, quando il relatore Antonio Lamorgese sollevò le questioni di legittimità costituzionale e portò sul tavolo della Corte il ricorso dell’avvocato Aldo Bozzi e dei 25 cittadini che reclamavano da anni il diritto a votare con una legge giusta.

NO AI PREMI DI MAGGIORANZA

Bocciati quelli per la Camera e per il Senato. Sono «manifestamente irragionevoli». Come la Corte aveva già scritto in occasione del referendum con una sentenza dell’attuale presidente Gaetano Silvestri. La ragione è semplice. Il meccanismo «è foriero di un’eccessiva sovra-rappresentazione della lista, in quanto consente a una che abbia ottenuto un numero di voti anche relativamente esiguo di acquisire la maggioranza assoluta dei seggi». Ciò produce «una distorsione fra voti espressi e attribuzione dei seggi, in misura tale da compromettere la compatibilità con il principio di uguaglianza del voto». Aggiunge adesso la Corte che il Porcellum produce «un’eccessiva divaricazione tra la composizione dell’organo della rappresentanza politica e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto». La ragione è semplice e la Corte la esemplifica: «Una formazione che ha conseguito una percentuale pur molto ridotta di suffragi raggiunge la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea». Un risultato «incompatibile con i principi costituzionali», «un’alterazione profonda del circuito democratico definito dalla Costituzione ».

DANNO MAGGIORE AL SENATO

Quel premio attribuito su base regionale «compromette» addirittura «sia il funzionamento della forma di governo, sia l’esercizio della funzione legislativa». Il premio di maggioranza su scala regionale produce, secondo la Consulta, «l’effetto di una maggioranza come risultato casuale di una somma di premi regionali che può finire per rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o dalle coalizioni di liste su base nazionale», e quindi anche maggioranza parlamentari «non coincidenti» nelle due Camere.

De Girolamo e l’Asl di Benevento indagini sul “direttorio” dei fedelissimi. L’articolo di Repubblica a firma di Conchita Sannino:

Nunzia De Girolamo, a casa sua, li chiamava «accendini ». Il resto del direttorio, «quelli». Era il sinonimo di appalti. Proprio così: un linguaggio cifrato, stando all’inchiesta che travolge la Asl di Benevento, copriva la discussione su gare, concorrenti e aggiudicazioni relative alle prestazioni sanitarie. Affari che sarebbero stati discussi e gestiti dalla struttura — «il ristretto direttorio politico-partitico costituito, al di fuori di ogni norma di legge, da componenti esterni all’amministrazione a cui fa riferimento il direttore generale dell’Asl »(gip Flavio Cusani) — al cui vertice sedeva l’attuale ministro all’Agricoltura, che allo stato non risulta indagata. Caso politico e giudiziario che, dopo l’udienza del Riesame di stamane, in cui saranno depositate altre pagine di registrazioni compiute dall’inquisito Felice Pisapia, già prefigura altri scenari e altri indagati.

Un’istruttoria pronta ad affacciarsi sul versante politico-amministrativo? La risposta è un grappolo di domande. «Ma cosa pensavate? Che tutto si fermava a una misura per un dirigente e qualche imprenditore? Non esistono inchieste “delicate”. Ma indagini complesse, e questa lo è, è grossa. E c’è tanto materiale da sottoporre a verifiche, a tutela di tutti», raccontano autorevoli fonti. Dalla Procura filtra il dato, peraltro già indicato dal gip: c’è l’altro racconto della Sanitopoli beneventana. Parte il filone di accertamenti su presunti abusi, irregolarità e turbative. Fase 2: luci accese suldirettorio, quello in cui l’attuale dg dell’Asl, Michele Rossi, assicura all’allora deputata De Girolamo: «Non resterei qui all’Asl un secondo in più se non per te e con te. La nomina a te l’ho chiesta, tu me l’hai data ed è giusto che ci sia un riscontro». Intanto, emerge anche un favore da un milione che Rossi avrebbe elargito ad un amico, imprenditore, vicino al Pdl.

Nel mirino della Guardia di Finanza e del pm Giovanni Tartaglia Polcini, ieri a lungo in riunione con il procuratore capo Giuseppe Maddalena, finiscono più fronti. Le gare bloccate e revocate senza che ricorressero i motivi previsti dalla legge, come quella per il 118. Il caso Sanit, innanzitutto: cioè le pressioni ricevute da alcuni dirigenti, tra i quali Arnaldo Falato e Giovanni De Masi, e lo stesso “intercettatore” Pisapia (a sua volta accusato di truffa, peculato, dotato per il gip di «spessore delinquenziale»). De Masi si limita a commentare con Repubblica: «Una storia triste, ma non ne parlo con i giornali. Ho cose da dire, certo. Ne parlo con i magistrati se mi chiamano». Erano pressioni finalizzate a far saltare quelle gare senza i presupposti di legge e estromettere così l’Ati Sanit, che si era occupata del servizio 118. Un racconto che, peraltro, coincide con l’esposto presentato alla Procura in cui l’amministratore unico della Sanit srl, Annunziato Femia, denuncia per«abuso d’ufficio con dolo specifico » i vertici della Asl. Un braccio di ferro, per inciso, che la città e i lavoratori stanno pagando ancora: solo ieri, dopo lunghi sit-in e scioperi, i dipendenti del trasporto degli ammalati avrebbero ricevuto le attese garanzie dall’azienda della Misericordia, subentrata dopo tardiva e regolare procedura. Intanto, come ciliegina, i costi per i contribuenti aumentano: mentre ildirettorio lavora, il 118 costa ai cittadini non più 9, ma 12milioni di euro, e questo nonostante l’Asl si sia dotata, nel frattempo, di proprie ambulanze.