Rassegna Stampa

Legge elettorale, Riina su pm Di Matteo, marò: rassegna stampa del 21 gennaio

repROMA – Premio e doppio turno, sì del Pd a Renzi. Il Corriere della Sera: “La proposta di Matteo Renzi è stata approvata dalla direzione dei democratici. Molti però sono i mal di pancia nella sinistra del Pd sul cosiddetto «Italicum» con premio e doppio turno: alta tensione con Cuperlo, che per protesta abbandona la sala. Il segretario avverte: «Nessuna modifica in Parlamento, la proposta è questa, prendere o lasciare». Il leader democratico ha ringraziato Berlusconi per l’accordo di sabato. Cresce il malumore tra i Cinque Stelle. Grillo attacca e parla di «Pregiudicatellum».”

Renzi blinda la riforma elettorale «Grato a Berlusconi per l’incontro». L’articolo a firma di Dino Martirano:

Avrebbe dovuto essere un Vietnam, stando ai tuoni della vigilia, invece la direzione del Partito democratico si è conclusa con una marcia trionfale per il segretario Matteo Renzi: 111 voti favorevoli, 34 astenuti, nessun contrario. Ma anche molti mal di pancia sulla sua relazione che propone il «trittico di riforme» concordato con Silvio Berlusconi e comprensivo della nuova legge elettorale, con il doppio turno a sorpresa.

E a proposito dell’incontro di sabato con il Cavaliere, Renzi non è tornato indietro. Anzi, è passato a rintuzzare le critiche: «Berlusconi rappresenta Forza Italia, il maggiore partito di opposizione, e io gli esprimo gratitudine per essere venuto nella sede del Pd». E ancora: «La legittimazione politica di Berlusconi dipende dal consenso che gli viene dato. Lui è il leader del centrodestra… E io, che non mi vergogno delle mie idee, non voglio cambiarle solo perché quelle idee poi sono condivise da Berlusconi». Insomma, ha concluso il segretario: «Se vi dà noia che Berlusconi venga qui, ok, ma non possiamo rinunciare a fare le regole del gioco insieme. E poi per parlare con Forza Italia, chi avrei dovuto incontrare? Forse il cane Dudù?».

Così — sbaragliando l’opposizione interna con la mossa del cavallo che introduce il doppio turno di coalizione e mantiene le mini-liste bloccate — il sindaco di Firenze porta a casa con la «bollinatura del Pd» l’accordo sulle riforme: quello comprensivo dell’abolizione del bicameralismo paritario (arriva il Senato delle autonomie), della revisione del Titolo V (l’energia e le infrastrutture tornano allo Stato) e, appunto, della legge elettorale maggioritaria a doppio turno con mini-liste bloccate sponsorizzate dal Cavaliere. Il «pacchetto concordato è questo», ha chiarito Renzi: «Prendere o lasciare. E se qualcuno in Parlamento pensa di smontarlo sappia che manda al diavolo tutto. Sappia che salta l’accordo».

E anche sui tempi necessari per trasformare il «trittico» in leggi, Renzi ha obiettivi ambiziosi: entro domani la riforma elettorale D’Alimonte-Verdini verrà tradotta in testo base dal relatore della I commissione della Camera, Francesco Paolo Sisto (FI); il provvedimento andrà in aula il 27 o il 29, «comunque entro la fine del mese per essere approvato alla Camera a febbraio». Entro il 15 febbraio, poi, saranno pronti i testi di riforma sul Senato e sul Titolo V». L’obiettivo è quello di far approvare la legge elettorale prima delle europee (25 maggio) e per quella data incassare la prima lettura (ne sono previste 4) delle riforme costituzionali che partiranno proprio dal Senato. Tanta fretta perché, ha spiegato Renzi, «è arrivato il momento di far vedere agli italiani che la politica sa anche decidere, che non è il bar dello Sport». In base a questo calendario, il «governo Letta andrà avanti almeno per tutto il 2015» e quando si tratterà di tornare alle urne «non si voterà più per il Senato e i parlamentari diminuiranno, da 945 a 630». Ma Renzi vuole prima la legge elettorale e quindi il Parlamento sarà costretto ad approvare un testo che non prevede (per ora ) l’abolizione del Senato.

E ora il sindaco prepara le «cento proposte» da presentare a Letta. L’articolo a firma di Maria Teresa Meli:

«Abbiamo fatto una grande cosa»: Matteo Renzi è contento e non sembrano turbarlo nemmeno le reazioni di Fassina e Cuperlo (che qualcuno giura di aver visto trattenere a stento le lacrime, ieri, in Direzione, anche se i suoi smentiscono il pianto).

«Questo è un giorno di soddisfazione», dice Renzi. Era dalle feste natalizie che, zitto zitto, il segretario del Partito democratico stava lavorando per ottenere questo risultato. «Ora faccio il cucchiaio», diceva scherzando ai fedelissimi. E paragonava la sua sortita sulla riforma elettorale a un particolare tipo di rigore: quel tiro smorzato con cui i giocatori riescono a sorprendere i portieri. Cosa che, effettivamente, ha fatto: «Vi è piaciuto il cucchiaio?». Che ci sia riuscito, è chiaro, non fa piacere ai suoi avversari nel Pd, che però tendono a diminuire, come si è visto ieri in direzione. Franco Marini si è schierato con lui, Laura Puppato anche. E Orfini e i «giovani turchi» hanno sancito definitivamente il divorzio da Fassina e dall’ala più dura della sinistra. Piero Fassino e Walter Veltroni sono intervenuti per dare una mano al leader. Insomma, i «seniores», si sono schierati con Renzi.

Solo Massimo D’Alema non ci vuole stare. Mentre si svolge la riunione della Direzione ferma la gente nei corridoi del partito apostrofandola con queste parole: «Vi rendete conto? Quello ci presenta un accordo chiuso e ci dice di prendere o lasciare?». È imbufalito, l’ex premier. Si scaglia su Roberto Giachetti e gli fa: «Ora riprenderai lo sciopero della fame perché questo è un Porcellinum». Parte un battibecco che, alla fine, il vice presidente della Camera tronca con poche, liquidatorie, affermazioni. Tanta tensione non sembra far cambiare umore a Renzi: «Cercano l’incidente? Non lo otterranno», assicura ai suoi, nonostante in passato lo stesso sindaco di Firenze non abbia escluso la possibilità che i bersaniani puntino a fare un partito in proprio. Ma con la nuova legge elettorale questa opzione è difficilmente realizzabile.

Renzi, comunque, non è tipo da perdere tempo nelle polemiche. Non in questo momento, almeno. La sua attenzione, ora, è concentrata sulle riforme. E non solo. Perché prossimamente il segretario del Partito democratico tornerà a occuparsi del governo. Intanto, si gode «il capolavoro» che siamo riusciti a fare, sperando che regga alla prova delle aule parlamentari e della lentezza dei tempi della politica italiana. È fiducioso, però. O mostra di esserlo. Del resto, ora che ha assicurato all’esecutivo Letta ossigeno e «un anno come minimo», perché la maggioranza dovrebbe «suicidarsi» non votando l’accordo sulla riforma elettorale o «snaturandolo»? «Vedrete chi la vince», dice ai fedelissimi, infondendo speranze e ottimismo.

Dallo sbarramento al doppio turno Così l’Italicum spinge a coalizzarsi. L’articolo a firma di M.Antonietta Calabrò:

Da ieri si chiama ufficialmente «Italicum», così come lo avevamo ribattezzato subito dopo l’incontro tra il segretario del Pd Matteo Renzi e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, sabato scorso. In una politica che di neologismi vive da molti anni, Italicum vuol dire — ha spiegato ieri Renzi in direzione Pd — «una nuova legge elettorale che farà nascere una Nuova Repubblica».

Il disegno di legge sarà presentato oggi in commissione Affari costituzionali alla Camera. E la discussione in Aula a Montecitorio inizierà entro il 27 gennaio, cioè tra una settimana.

Tempi serrati per l’iter – Entro il 15 febbraio si conta di depositare i disegni di legge costituzionali di riforma del Senato (che non sarà più elettivo e quindi con una forte riduzione dei costi) e di modifica del Titolo V, cioè quello sulle autonomie locali, sotto accusa per i conflitti tra le istituzioni e lo sperpero di denaro pubblico.

La legge elettorale viaggerà in ogni caso da sola e dovrà essere fatta subito. Entro maggio. In modo che il Paese possa essere libero di andare a votare — quando verrà il momento — con nuove regole, cioè non con la legge elettorale risultante dalla recente sentenza della Corte costituzionale, un proporzionale puro, con preferenze persino al Senato. Quindi le riforme costituzionali, pur essendo una parte importante del pacchetto messo a punto da Renzi e approvato da Berlusconi, non condizioneranno l’iter della legge elettorale, che in ogni caso si applicherà anche al «vecchio» Senato, cioè quello com’è configurato oggi. Ovviamente, fino a quando il Parlamento approverà la riforma costituzionale dello stesso Senato, che non sarà più elettivo.

Proporzionale e premio – La distribuzione dei seggi avverrà su base nazionale con metodo proporzionale, con l’assegnazione di un eventuale premio di maggioranza. Alla lista o alla coalizione di liste che abbiano conseguito il maggior numero di voti e superato il 35% dei consensi viene attribuito un premio di maggioranza pari al massimo al 18% del totale dei seggi in palio. Una lista o una coalizione di liste non può in ogni modo ottenere un numero di seggi superiore al 55% del totale. L’eventuale parte del premio eccedente viene redistribuita fra le altre liste o coalizioni.

Lo ha spiegato lo stesso Renzi parlando di «un premio di maggioranza che porti al 53% al minimo e al 55% al massimo la coalizione vincente. Abbiamo indicato quel limite perché con la fine del bicameralismo, con la mancanza di un tetto massimo si sarebbe potuto arrivare con il 49% dei seggi a modificare la Costituzione», ha spiegato il segretario del Pd. Perche aggiungendo un premio a due cifre si arriverebbe quasi ai due terzi del Parlamento. Quindi il premio sarà variabile per la coalizione vincente (a partire dal 15%, e sarà tanto meno consistente quanto migliore è il risultato della coalizione vincente).

“Mi sono divertito a far saltare i pm in aria ora per Di Matteo voglio la fine del tonno”. L’articolo di Repubblica:

Parla il boss: «Io, il mio dovere l’ho fatto. Ma continuate, continuate… qualcuno, non dico magari tutti, ma qualcuno, divertitevi…». Divertirsi per Totò Riina significa fare stragi. E uccidere i magistrati che indagano su di lui nell’inchiesta sulla trattativa fra Stato e mafia. Divertirsi per lui significa anche far fuori «tutte le paperelle » che stanno intorno ai giudici, gli agenti delle scorte. «Qua qua qua», ripete ilcapo dei capi di Cosa nostra mentre passeggia all’ora d’aria in un camminatoio del carcere milanese di Opera con un compagno detenuto, Alberto Lorusso, ufficialmente solo un affiliato alla Sacra Corona Unita, in realtà un personaggio forse legato agli apparati polizieschi. Gli dice Riina: «Deve succedere un manicomio, deve succedere per forza, se io restavo sempre fuori, io continuavo a fare un macello, continuavo al massimo livello». Gli ribatte Lorusso: «Noi abbiamo un arsenale». Noi chi? È quello che stanno cercando di scoprire in Sicilia.

Queste sono le prime intercettazioni del boss sulle minacce ai pm di Palermo, depositateagli atti del processo sulla trattativa.

SERVE UN’ESECUZIONE – Il 16 novembre 2013, alle ore 9.30, TotòRiina ordina l’eliminazione del pubblico ministero Nino Di Matteo «che deve fare la fine dei tonni». Intima: «E allora organizziamola questa cosa… Facciamola grossa e non ne parliamo più». Una telecamera nascosta riprende il boss mentre esce la mano sinistra dal cappotto e mima il gesto di fare in fretta. Aggiunge: «Perché questo Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile ucciderlo,un’esecuzione come a quel tempo a Palermo, con i militari». Riina ha un odio viscerale contro questo pubblico ministero, che con i suoi colleghi (Del Bene, Tartaglia e Teresi), sta scavando dentro i misteri della trattativa: «Vedi, vedi… si mette là davanti, mi guarda con gli occhi puntati ma a me non mi intimorisce, mi sta facendo uscire pazzo… come ti verrei ad ammazzare a te, come a prendere tonni. Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono. Ancora ci insisti? Minchia…. perché me lo sono tolto il vizio? Me lo toglierei il vizio? Inizierei domani mattina».

LA TRATTATIVA E LO STATO – Il capomafia di Corleone — che non ha mai perso un’udienza del processo per la trattativa — sembra furioso per come l’hanno trascinato nell’inchiesta sui patti fra lo Stato e Cosa nostra a cavallo delle stragi del 1992. E ancora una volta la sua ira si scatena contro il pm palermitano: «Questo Di Matteo, questo disonorato, questo prende pure il presidente della Repubblica… Questo prende un gioco sporco che gli costerà caro, perché sta facendo carriera su questo processo di trattativa… Se gli va male questo processo lui viene emarginato ». E prevede: «Io penso che lui la pagherà pure… lo sapete come gli finisce a questo la carriera? Come gliel’hanno fatta finire a quello palermitano, a quello… Scaglione (il procuratore ucciso a Palermo nel 1970 ndr), a questo gli finisce lo stesso». Poi Lorusso lo informa di quanto ha sentito in televisione: «Dicevano che il presidente della Repubblica non deve andare a testimoniare, ci sono un sacco di po-litici, partiti, che dicono che non deve andare a testimoniare». Gli risponde Riina: «Fanno bene, fanno bene.. ci danno una mazzata… ci vuole una mazzata nella corna a quelli di Palermo». Lorusso incalza: «Sono tutti con Napolitano, lui è il Presidente della Repubblica e non ci deve andare». Riina azzarda: «Io penso che qualcosa si è rotto…».

Conto alla rovescia per i marò “Incriminazione entro 15 giorni”. L’articolo di Repubblica:

Si gioca ormai su molti tavoli e in maniera sempre più caotica la partita fra Italia e India sulla sorte dei due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. L’udienza della Corte Suprema indiana di ieri è stata molto breve, è durata solo 10 minuti. Rispondendo alla richiesta italiana di definire finalmente i capi d’accusa contro i due marò e di dare il via al processo, i giudici hanno intimato all’accusa (la polizia investigativa Nia) di presentare entro 15 giorni le incriminazioni contro i sottufficiali. «L’accusa dia una risposta coerente», ha commentato l’inviato speciale italiano Staffan de Mistura. «Se non arriverà un’accelerazione, l’Italia chiederà ancora una volta il rimpatrio dei due fucilieri in attesa del processo». La pubblica accusa indiana ha spiegato dinon essere pronta, perché gli inquirenti stanno consultando il governo per capire a quale legge fare riferimento in questo processo. Il giudice ha risposto: «Dovete risolvere le difficoltà, vi do tempo fino al 3 febbraio».

Il dibattito verte ancora una volta attorno al Sua Act, la legge anti-terrorismo che punisce i reati commessi contro gli interessi e gli individui indiani in alto mare. Una legge nata sostanzialmente contro la pirateria marittima, che prevede per i reati più gravi la pena di morte e conferisce forti poteri anti-terrorismo a polizia e giudici. Secondo alcuni giornali indiani, venerdì il ministero degli Interni avrebbe autorizzato la Nia a utilizzare il “Sua Act”, una scelta che porterebbe l’Italia a contestare con maggior forza di quanto non abbia fatto inpassato la giurisdizione accordata all’India per il caso dei due marò.

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