Libero: “Monti ha sacrificato i marò. Ecco la lettera che lo inchioda”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 febbraio 2014 10:32 | Ultimo aggiornamento: 25 febbraio 2014 11:02
Salvatore Girone, Massimilian Latorre

Salvatore Girone, Massimilian Latorre (LaPresse)

ROMA – Il ministro degli Esteri Emma Bonino e il premier Enrico Letta hanno espresso tutta la loro “indignazione” per il trattamento riservato dall’India ai nostri due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.

Scrive Pier Angelo Maurizio su Libero:

(…) Di certo non corrisponde al vero il ritornello ripetuto come un mantra: «Non-potevamo non- restituire-i-nostri-soldati all’- India-pena-lo-screditamento- dell’Italia-davanti-al mondo ». È vero esattamente il contrario. Lo si evince da una lettera scritta dall’allora ministro degli Esteri Giulio Terzi al presidente del Consiglio, Mario Monti, e finora mai resa pubblica.

La data è il 24 dicembre 2012. Latorre e Girone sono in Italia da 4 giorni, grazie al primo permesso di due settimane per trascorrere il Natale in famiglia concesso dalle autorità indiane, fino al 4 gennaio. Primo grande segnale di apertura: in realtà New Delhi, dove è anche cambiato il ministro degli Esteri, non vede l’ora di togliersi questa patata bollente. Fino a questo momento la Farnesina ha svolto la propria azione in una duplice direzione. Sollecitare che sia un arbitrato delle Nazioni Unite a decidere sulla controversia tra India e Italia, visto che qualunque cosa sia successo – cioè i due pescatori del St.Anthony siano effettivamente stati uccisi dai due marò o se in realtà i nostri soldati siano stati coinvolti in un’altra sparatoria, in un’altra area e senza conseguenze – è avvenuto in acque internazionali nel corso di una missione antipirateria. Su questo l’Italia ha raccolto il consenso della comunità internazionale, in particolare dell’Unione europea, con un intervento insolitamente deciso della Ashton, il “ministro” degli Esteri della Ue. E, secondo, affermare la giurisdizione italiana, cioè giudicare i marò è competente la magistratura del nostro Paese Terzi nella lettera a Monti ricorda tutto questo. La lettera è inviata per conoscenza anche al ministro della Giustizia, Paola Severino, e a quello della Difesa, l’ammiraglio Di Paola.

Ma il passaggio, fondamentale, è questo. Nell’affidavit, cioè nell’impegno firmato dall’ambasciatore Mancini per la Corte del Kerala , l’Italia garantisce il ritorno in India dei due marò, «nell’ambito dell’esercizio delle garanzie costituzionali ». Ed è questa clausola, accettata e di cui gli indiani sono perfettamente a conoscenza, la chiave di volta. Perché la Procura di Roma ha già da tempo aperto un’indagine per omicidio volontario a carico dei due marò e, in base alle prerogative della Costituzione italiana, l’azione penale è obbligatoria. Terzi infatti indica al presidente Monti e ai due ministri, ora che Girone e Latorre sono in Italia, «l’opportunità, o meglio l’esigenza di segnalare formalmente alla Procura della Repubblica di Roma il ricorrere delle condizioni affinché la nostra giurisdizione sia effettivamente esercitata. Ne deriverebbe l’impossibilità pratica per i due interessati a rientrare in India nei tempi previsti… ». Nessuna furbizia da «Paese che non mantiene la parola», nessun sotterfugio, ma l’applicazione di quanto concordato con l’India che ci lascia, di fatto, carta bianca (…)Insomma il ministro Terzi chiede di supportare da parte del governo, con tutta la propria autorevolezza e nei risvolti internazionali del caso, l’azione della magistratura italiana. Ciò che sarebbe avvenuto invece è l’esatto contrario: Palazzo Chigi avrebbe esercitato una sorta di moral suasion affinché a Piazzale Clodio l’indagine sui marò non andasse avanti. Sanno il premier Monti e i ministri che i marò rischiano la pena di morte? Sì. Quello che succede in occasione del secondo permesso, dal 22 febbraio al 22 marzo, dato dalla Corte suprema indiana ai due marò per votare in Italia, è anche peggio.

L’11 marzo il governo Monti dichiara che i nostri soldati non saranno restituiti all’India. Poi, la retromarcia. Per motivi economici, per via della commessa Finmeccanica, accusa Terzi. Perché così avremmo violato i patti, dice l’ex ministro allo sviluppo Corrado Passera chiamato pesantemente in causa. Il 22 marzo Terzi ribadisce le “proprie riserve” e le “proprie preoccupazioni”(poi si dimetterà) consegna a Monti l’elenco delle garanzie minime da richiedere e che le autorità indiane dovrebbero firmare prima della riconsegna dei nostri soldati. Tra queste, testualmente, che l’India «escluda dalla competenza della Corte fattispecie di reato, tra cui l’omicidio volontario e il terrorismo, per le quali la normativa indiana prevede la pena di morte». Addirittura è previsto lo scalo dei due fucilieri a Dubai, in attesa delle garanzie, scritte, del ministro agli Esteri indiano. Invece: Latorre e Girone vengono spediti incontro al loro destino, quando ormai l’Italia non ha più nulla per trattare.