Libia, mille euro per salpare. I prezzi sono scesi

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 Aprile 2015 12:38 | Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2015 12:38
Libia, mille euro per salpare. I prezzi sono scesi

Libia, mille euro per salpare. I prezzi sono scesi

ROMA – “Prima d’annegare, probabile, qualcuno di loro era passato da Zawiah – scrive Francesco Battistini del Corriere della Sera – Ci passano tutti. Per mesi, fanno gli schiavi nelle case di Tripoli. Puliscono cessi e spazzano retrobottega. Arrangiano i soldi per Lampedusa. Ma ogni tanto l’Alba libica islamista li arresta e allora finiscono a Zawiah: sulla strada verso la Tunisia, il peggiore degli otto centri raccolta della Libia. Sessanta persone in celle che andrebbero bene per una quindicina. Una-turca-una da dividere in cinquecento. Il cibo poco, l’acqua pochissima”.

L’articolo di Francesco Battistini: Chi c’è passato, avverte gli altri con quella scritta sui muri: no water no chance. Se non c’è nemmeno da bere, fratelli, non vale questa pena durissima. Via di qui. Via dalla Libia. Scappate da padre Martinelli, il vescovo veronese di Tripoli, a vedere se c’è posto. O fatevi rimpatriare come i senegalesi e gl’indiani, che la sanno sempre più lunga. O fate come gli eritrei e i siriani che a casa non possono tornare, laggiù si spara, e non hanno altra scelta che tentare il mare: dove l’acqua c’è, eccome, ma le possibilità sono anche meno. «Noi vogliamo tenerli ancora per poco», è esasperato al telefono Salah Abu Dabos, 37 anni, che fino al 2012 lavorava al ministero dell’Interno di Tripoli e ora dirige il Market Camp di Misurata, il più grande di tutti, un’ex scuola con 947 profughi: «Appena possono, ci pensano loro a scappare, e li capisco. Se la situazione rimane questa, senza un intervento internazionale, qui è una prigione. Un rifugiato ci costa sei euro al giorno solo per mangiare, ma i soldi sono finiti da un pezzo e ormai qualcuno muore. Giovedì sera, c’era un’irachena incinta che stava per partorire. L’ho caricata in macchina e l’ho portata di corsa da un medico. Ho dovuto pagare di tasca mia. Qui dentro non c’è igiene, sicurezza, cibo. Né per noi, né per loro. Così non si può continuare: tra un mese io apro i cancelli e li lascio andare tutti» (…).