Licenziamenti impossibili: “Su 100, in 98 motivo disciplinare non sufficiente”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 2 ottobre 2014 11:33 | Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2014 11:33
Licenziamenti impossibili: "Su 100, in 98 motivo disciplinare non sufficiente"

Licenziamenti impossibili: “Su 100, in 98 motivo disciplinare non sufficiente”

ROMA – Roberto Pessi, ordinario di diritto del lavoro e prorettore alla didattica all’università Luiss di Roma, non ha dubbi: la proposta di riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori su cui sta discutendo il governo, nell’ambito dell’esame del ddl delega sul «Jobs act», dopo le proposte avanzate dal Pd, rischia di

“essere un passo indietro […] e soprattutto non risolve i problemi emersi in questi mesi dopo il varo della legge 92 non dando certezze a imprese e lavoratori”.

Intervistato da Claudio Tucci per il Sole 24 Ore, Roberto Pessi ha chiarito che, se il governo intende mantenere la tutela reale dell’articolo 18 ai licenziamenti disciplinari

“si farà un aggiustamento limitato alla legge Fornero”.

Già oggi, chiarisce Claudio Tucci, il licenziamento per motivi economici è marginale nelle medie e grandi imprese. E, integra Roberto Pessi,

“l’esperienza pratica evidenzia che una larghissima parte dei recessi riguarda essenzialmente motivazioni disciplinari”.
Se si facesse come vuole il Pd,
“non ci sarebbe certezza del diritto. La discrezionalità dei magistrati resterebbe ampia e trattandosi di licenziamenti individuali i lavoratori potrebbero sempre richiedere l’intervento del giudice argomentando che, in realtà, si tratta di un licenziamento discriminatorio o disciplinare pur di ottenere il reintegro.
“Non possiamo parlare di riforma dell’articolo 18. Nei fatti è un aggiustamento della legge Fornero piuttosto limitato perché si annuncia solo l’eliminazione del reintegro nei casi di licenziamento economico privi di reale motivazione. Ciò in via di principio può anche essere considerato un passo avanti. Ma sul piano concreto, però, è quasi irrilevante. Mi spiego: su 100 licenziamenti illegittimi uno lo è in quanto discriminatorio, 98 in quanto il motivo disciplinare viene ritenuto non sufficientemente rilevante dal giudice e uno in quanto il motivo economico è ritenuto insussistente”.

Roberto Pessi ricorda che si parla

“solo delle imprese con più di 15 dipendenti dove attualmente c’è il reintegro”.

Integra ClaudioTucci:

“Nei licenziamenti economici, in particolare, dopo la legge 92, la tutela reale è rimasta solo nei casi di manifesta insussistenza del fatto posto alla base dell’atto di recesso da parte del datore di lavoro”. «

Roberto Pessi:

“Dobbiamo ricordare che se i licenziamenti economici sono almeno cinque nell’arco di 120 giorni si applica la disciplina dei licenziamenti collettivi di cui alla legge 223 del 1991. Ed allora è chiaro che il licenziamento economico individuale costituisce un’ipotesi marginale nelle medie e grandi imprese ed in genere risponde ad effettive esigenze organizzative”.

Claudio Tucci:

“Il Governo non ha ancora chiarito se la tutela reale rimane pure nei casi di licenziamenti collettivi illegittimi. Qui addirittura i sindacati sono coinvolti fin dall’avvio della procedura di licenziamento collettivo.

Roberto Pessi:

“Troverei corretto, in caso di declaratoria giudiziale di nullità, eliminare la reintegra, sostituendola con un più adeguato risarcimento”.

Stefano Dolcetta, vicepresidente di Confindustria per le relazioni industriali, intervistato da Nicoletta Picchio, sempre per il Sole 24 Ore, aggiunge:

“Renzi non deve cedere, né accettare compromessi al ribasso. Se il risultato fosse una riforma confusa e pasticciata non solo sarebbe inutile, ma anche dannoso perché aumenterebbe l’incertezza, soprattutto giuridica, che è il più grande deterrente agli investimenti stranieri. L’Italia è un Paese che ha regole sul lavoro ferme agli anni 70, rigide e complicate. Serve un cambio di rotta deciso, un segnale di discontinuità, un’indicazione di maggior flessibilità». manda un messaggio al governo e al Parlamento ora che la riforma del mercato del lavoro sta entrando nel vivo al Senato”.

Chiede Nicoletta Picchio: l’articolo 18 è il problema principale?

Risponde Stefano Dolcetta:

“L’articolo 18 è un problema, ma non è certo l’unico. Il tema vero è rendere più conveniente e più flessibile il contratto a tempo indeterminato. Al suo interno l’articolo 18 è un elemento di rigidità e come tale va considerato. Ma attenzione a non fermarsi lì.
“Il punto per le imprese è limitare il reintegro solo ai casi in cui vi siano elementi reali di discriminazione. Vediamo come sarà formulato l’emendamento del Governo, vediamo di capire come si tradurrà nei fatti quanto più volte annunciato da Renzi in questi giorni. Non è secondario, perché in tema di lavoro il diavolo sta nei dettagli. Certo, mantenere la possibilità del reintegro per i licenziamenti disciplinari è un arretramento rispetto agli annunci della prima ora e non ci convince.
“Abolire il reintegro solo per i licenziamenti economici, è un passo avanti rispetto alla legge Fornero ma lascia incertezza. Anche l’idea di fare una casistica esaustiva non convince, c’è sempre il rischio che qualcosa rimanga fuori. A quel punto, molto semplicemente, per un imprenditore sarà preferibile il contratto a tempo determinato o altre forme atipiche. Non è questo l’obiettivo”.